Venezia affonda: l’Italia sta a guardare

Due centimetri ogni cinque anni. E’ il ritmo a cui sta affondando Venezia tra l’indifferenza generale, correndo il rischio di diventare l’Atlantide del Ventunesimo secolo.

Chi non ha sentito almeno una volta l’espressione “acqua alta
in laguna” da parte di tg e altri mezzi d’informazione. In futuro
sarà una notizia poter passeggiare in piazza San Marco senza
stivali da pescatore o canoa al seguito.

 

Secondo l’istituto di oceanografia
Scripps
di San Diego, Venezia sta affondando a un
ritmo di 1-2 millimetri all’anno. Una cifra che, all’apparenza,
potrebbe non impressionare, ma se a questa si sommano altri 2
millimetri, rappresentati dall’innalzamento medio del livello dei
mari, la situazione comincia a farsi pesante. Vuol dire che le
piazze, i palazzi, i ponti della città più bella del
mondo finiscono sott’acqua a un ritmo percepibile ad occhio nudo.
Alle 117 isole presenti in laguna va anche peggio. Queste, infatti,
stanno affondando di 3-4 millimetri all’anno.

 

Dati alla mano, questa notizia avrebbe dovuto aprire le prime
pagine quantomeno dei giornali nazionali. Ma i risultati della
ricerca, durata quasi dieci anni, non sembrano aver suscitato
grandi reazioni.

 

Eppure Venezia è una
delle città più visitate al mondo. Ai 270mila
abitanti che popolano regolarmente i suoi vicoli, vanno aggiunti
60mila turisti (al giorno) alla spasmodica ricerca di ogni
capitello, ogni guglia, ogni dettaglio. Proprio in questi giorni,
l’Ipcc ha pubblicato un rapporto
con diverse linee guida su come resistere a eventi meteo estremi.
Su come intraprendere politiche di adattamento di successo per
contrastare i cambiamenti climatici.
Tra le aree più a rischio
citate dal panel
delle Nazioni Unite c’è proprio l’Europa meridionale.

o

In un mondo dove si grida all’emergenza per un Emilio Fede che
tocca il fondo, perché nessuno si è preoccupato della
possibilità che Venezia diventi un fondale? Siamo ancora in
tempo per evitare che la laguna diventi l’Atlantide del Ventunesimo
secolo. Per evitare che il leone, simbolo della città, debba
trasformare le sue ali in branchie.

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