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Secondo un nuovo report, la Brexit mette a rischio molte norme che disciplinano produzione alimentare e gestione dell’ambiente nel Regno Unito.
Sembrava di aver quantificato tutti i possibili danni, e invece la Brexit riserva altre sorprese: un nuovo report dell’Environmental Audit Committee (Comitato per il controllo ambientale, EAC) rivela che l’uscita del Regno Unito dall’Europa potrebbe danneggiare gli agricoltori, oltre ad avere ricadute negative sulla protezione ambientale del Regno Unito.
Molte delle norme che disciplinano la produzione agricola e la salvaguardia dell’ambiente, infatti, provengono dall’Ue. Senza il recepimento tempestivo di queste norme nella legislazione britannica, sono a rischio molte aziende agricole e la gestione delle campagne.
Il segretario all’ambiente, Andrea Leadsom, non ha dato rassicurazioni sui sussidi all’agricoltura dopo il 2020: attualmente l’Unione fornisce infatti 3,5 miliardi di sterline per gli agricoltori del Regno Unito, una cifra ingente che costituisce circa la metà del reddito dei lavoratori del settore e che a breve potrebbe non essere più disponibile.
Secondo l’analisi di Mary Creagh, presidente dell’EAC, che ha redatto il rapporto, la nuova legislazione dovrebbe però occuparsi meno dei sussidi e del sostegno diretto al reddito agricoltori e prevedere più fondi per la prevenzione delle inondazioni, la lotta al cambiamento climatico e per l’incremento della fauna selvatica.
Le norme Ue hanno un profondo impatto sulla gestione ambientale del Regno Unito, per questo sostituirle non sarà facile. Ci sono 800 articoli della legislazione ambientale europea che riguardano fauna selvatica e habitat, gestione delle acque, agricoltura, cibo e pesca. Il Comitato per il controllo ambientale dovrebbe recepirne la maggior parte, ma secondo Leadsom un terzo circa di questi provvedimenti risulterebbe difficile da trasporre.
Sempre secondo il rapporto, questo provocherebbe tre tipi di problemi per gli agricoltori: da un lato la perdita di sovvenzioni pregiudicherebbe la redditività di alcune aziende agricole; le nuove tariffe per le esportazioni dei prodotti derivanti dall’allevamento (in prevalenza carni) sarebbero salatissime (si parla di un +30 per cento per l’agnello e un +50 per cento per il manzo) e di conseguenza potrebbe innescarsi una concorrenza con gli stati non Ue in cui il benessere degli animali ha minor peso e in cui gli standard per la sicurezza alimentare sono più bassi.
L’uscita dall’Ue potrebbe mettere a rischio anche la fauna selvatica britannica: poiché alcune direttive, infatti, come quella sull’habitat, sugli uccelli o sulle spiagge, sono comunitarie, per non perdere efficacia dovrebbero essere sostituite repentinamente da una apposita legislazione che si impegni a proteggere gli animali selvatici e che istituisca apposite aree di tutela.
I leader delle maggiori associazioni ambientaliste, come Friends of Earth e Sustain (alleanza per il cibo e l’agricoltura), si stanno muovendo per chiedere un’azione parlamentare tempestiva, trasformando Brexit in un’opportunità di miglioramento delle norme già esistenti.
Per la Gran Bretagna il distacco dall’Ue sarà ancora più complicato.
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