Allarme dell’Onu sugli oceani: sono insostituibili e li stiamo deturpando

L’Onu ha pubblicato il World Ocean Assessment, corposo rapporto sullo stato di salute degli oceani, che costituisce di fatto un appello per salvarli.

Esattamente come accade per il clima, per l’inquinamento dell’aria e per gli ecosistemi sulle terre emerse, le attività umane stanno trasformando e mettendo in pericolo anche gli oceani. Ovvero quelli che un nuovo rapporto delle Nazioni Unite, curato da 550 esperti provenienti da 86 paesi di tutto il mondo, definiscono “il fondamento della vita sulla Terra”.

Clima, economia, cibo, lavoro, farmaci: il ruolo insostituibile degli oceani

Il World Ocean Assessment (Woa, Valutazione mondiale sugli oceani) è stato pubblicato lunedì 8 giugno. Si tratta di un documento estremamente corposo, di ben 1.600 pagine, che ha richiesto anni di lavoro. E che parte da una serie di constatazioni: gli oceani ricoprono il 70 per cento della superficie del Pianeta, regolano il clima, preservato la biodiversità, sostengono economie e culture nel mondo intero.

 

Senza infatti che la maggior parte di noi se ne accorga, queste enormi masse di acqua incidono sulla nostra quotidianità. Anche se non viviamo sulle zone costiere. E grazie agli oceani, infatti, se il ritmo dei cambiamenti climatici non è ancor più marcato, poiché essi assorbono buona parte delle emissioni di gas ad effetto serra causate dalle attività antropiche. Costituiscono poi una fonte di alimentazione straordinaria. Producono una quota importante dell’ossigeno che respiriamo. Garantiscono la produzione di alcuni farmaci. Permettono scambi commerciali nel mondo per migliaia di miliardi di dollari. Generano posti di lavoro in numerosi settori economici.

Innalzamento dei mari passato da 1,9 a 4,3 millimetri all’anno dal 2015 al 2023

Tutelare gli oceani, dunque, significa tutelare noi stessi. Eppure, le attività dell’uomo in moltissime occasioni sembrano ignorare queste evidenze. Il rapporto delle Nazioni Unite sottolinea come l’intensificarsi dello sfruttamento delle risorse naturali, lo sviluppo di infrastrutture, la dispersione di rifiuti e la degradazione degli habitat provocata da attività industriali, turistiche o ancora legati ai trasporti rappresentino ormai minacce costanti. Nonché modificazioni profonde degli ecosistemi: basti pensare alle esplorazioni petrolifere in acque profonde o alle pipeline installate in numerosi luoghi del mondo.

oceani nazioni unite
L’oceano nella regione dell’Antartide © Ocean Image Bank/Vivek Mehra

A tutto ciò si aggiunge poi l’impatto dei cambiamenti climatici, giudicato “allarmante” dal Woa. Il ritmo dell’innalzamento del livello dei mari dovuto alla fusione delle calotte polari e alla dilatazione dell’acqua provocata dall’aumento della temperatura media è raddoppiato nel brevissimo volgere del periodo che va dal 2015 al 2023. Si è passata infatti da 1,9 millimetri a 4,3 millimetri all’anno. Ciò anche in ragione del fatto che il riscaldamento climatico nella regione artica è nettamente più rapido rispetto alla media globale.

La moltiplicazione delle “zone morte” e il declino della biodiversità

Le conseguenze sugli oceani sono molteplici e inquietanti. Le cosiddette “zone morte”, ovvero quelle nelle quali il tasso di ossigeno non raggiunge i livelli minimi necessari per garantire la vita marina, coprono ormai 4,5 milioni di chilometri quadrati. L’80 per cento delle barriere coralline nella regione dei Caraibi è scomparso a partire dagli anni Settanta. Se l’aumento della temperatura media globale dovesse superare gli 1,5 gradi centigradi, si ritiene che, in tutto il mondo, il 90 per cento di tali insostituibili strutture naturali verrà distrutto.

A regredire sono poi ecosistemi costieri essenziali come le foreste di mangrovie, capaci tra l’altro di difendere le terre emerse dagli eventi meteorologici estremi. Si sta inoltre verificando, proprio per via dell’aumento delle temperature, una migrazione delle specie viventi (dal plancton fino ai mammiferi marini) verso le zone polari. Mentre specie non indigene, si propagano grazie a condizioni ambientali modificate, cambiando e in alcuni casi stravolgendo gli habitat.

52 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica ogni anno negli oceani

Il rapporto delle Nazioni Unite ricorda poi come ogni anno vengano gettati negli oceani di tutto il mondo 52 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica. Tanto che, ad oggi, si stima siano presenti ormai 24mila miliardi di particelle di micro-plastiche nei mari di tutto il mondo. Una massa talmente gigantesca da essere riuscita a contaminare quattomila specie marine. A ciò si aggiungono i componenti chimici, con più di quattromila sostanze derivanti da prodotti farmaceutici e cosmetici che sono state ritrovate in mare.

Il peso delle attività umane si misura anche attraverso la pesca intensiva: nel 2021, il 37 per cento degli stock di pesci erano oggetto di sovrasfruttamento. Il rapporto specifica che la pesca illegale (ovvero non dichiarata e non regolamentata) comporta il prelievo dai mari di 8-14 milioni di tonnellate di pesci all’anno. Generando tra 9 e 17 miliardi di dollari di ricavi illeciti.

L’economia che “gira” attorno agli oceani vale 1.500 miliardi di dollari all’anno

Ma si tratta solo di una piccola parte dell’economia che ruota attorno agli oceani: si stima infatti che il valore complessivo sia pari a 1.500 miliardi di dollari all’anno. Cifra che dovrebbe raddoppiare di qui al 2030. D’altra parte, soltanto il turismo costiero e marino garantisce 174 milioni di posti di lavoro in tutto il mondo.

Il problema, sottolinea ancora il rapporto delle Nazioni Unite, è che spesso questa economia non è sostenibile. Per renderla tale occorre tenere conto di innumerevoli fattori: non soltanto quelli ambientali ma anche, ad esempio, “delle conoscenze e delle pratiche tradizionali delle comunità autoctone, senza le quali sarà difficile assicurare la salute degli oceani, il benessere delle persone e uno sviluppo equo”.

Alcune possibili soluzioni: dagli investimenti scientifici alla restaurazione degli ecosistemi

Occorrono però anche investimenti scientifici: ad oggi sono state realizzate cartografie su soltanto il 27 per cento dei fondali marini. Il che implica lacune importanti nelle conoscenze legate agli ecosistemi, ai processi biologici e agli impatti complessivi delle attività umane sugli oceani.

Si può operare poi per restaurare le aree deturpate, per diminuire gli inquinanti sversati in mare, rendere più virtuosa la gestione dei rifiuti, sfruttare gli approcci basati sulla natura, estendere le aree marine protette. Secondo il rapporto, infatti, non tutto è perduto. Ma “il prossimo decennio sarà decisivo: in assenza di un’azione mondiale rapida e coordinata, la salute degli oceani continuerà a degradarsi, minacciando la stabilità climatica, la resilienza della biodiversità, la sicurezza alimentare, i mezzi di sussistenza e il benessere di miliardi di persone”.

Siamo anche su WhatsApp. Segui il canale ufficiale LifeGate per restare aggiornata, aggiornato sulle ultime notizie e sulle nostre attività.

Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 4.0 Internazionale.

L'autenticità di questa notizia è certificata in blockchain. Scopri di più
Articoli correlati