Cercando su siti internet specializzati, il picloram è presentato in questo modo: si tratta di un erbicida sistemico utilizzato per le erbe infestanti a foglia larga, arbusti ed essenze legnose. Un pesticida considerato particolarmente efficace nei pascoli, nei siti forestali, lungo strade e ferrovie, così come in terreni industriali. Il suo utilizzo è molto diffuso, benché ai non addetti ai lavori il nome sia certamente meno noto rispetto ad altre sostanze finite molto più nell’occhio del ciclone negli ultimi anni, come nel caso del glifosato.
Il pesticida picloram non è mai stato classificato come cancerogeno
La scarsa “celebrità” del picloram è dovuta soprattutto a un fattore: finora, non è mai stato classificato come cancerogeno. Finora, appunto, perché uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Nature Medicine ha correlato l’esposizione alla sostanza al drastico aumento dei tumori al colon retto registrati nelle persone di meno di 50 anni.
An analysis of #exposome traits in patients with early onset #CRC (<50 yrs) compared with late-onset CRC (≥70 yrs) based on epigenetic markers shows that pesticide usage, in particular picloram, is associated with early onset #colon and #rectal#cancer.https://t.co/1J92E94DfL
A condurre la ricerca è stato Jose A. Seoane, dell’Istituto di oncologia Vall d’Hebron a Barcellona, in Spagna, che assieme ai colleghi che hanno firmato l’analisi si è basato su dati epidemiologici su larga scala e analisi di biologia molecolare. Con l’obiettivo di rispondere a un’evidenza rimasta finora con poche risposte da parte della medicina: il fatto che a fronte di un calo delle forme tumorali al colon-retto nelle persone più anziane, si stia registrando un aumento costante negli under-50.
“Abbiamo cercato dapprima di comparare i tumori prelevati su persone al di sotto di tale soglia di età e su soggetti di più di 70 anni”, ha spiegato Seoane al quotidiano francese Le Monde. Ciò al fine di individuare quelle vengono definite “firme epigenetiche” (la traccia molecolare lasciata sui tessuti) e cercare di determinare quali esposizioni potessero aver generato le patologie.
La caccia alle “firme epigenetiche” dei ricercatori spagnoli
Per farlo è stato necessario un ampio lavoro di raccolta dati, pescando da altri studi effettuati in precedenza, ciascuno dei quali si era concentrato su un elemento come possibile causa delle malattie: dalla presenza di polveri sottili all’obesità, passando per il fumo, gli stili di vista, il consumo di alcol e per, appunto, una serie di pesticidi.
Incrociando i dati statistici con le firme epigenetiche si sono quindi resi conto del fatto che i marcatori di esposizione al picloram erano sovrarappresentati nei pazienti colpiti da tumori precoci. Ma non solo: per avvalorare ulteriormente la tesi, hanno analizzato l’uso di pesticidi in 94 contee statunitensi (tra il 1992 e il 2012), incrociando anche queste cifre con quelle legate all’incidenza locale di tumori. Il risultato è stato identico: l’esposizione al picloram è apparsa correlata alle insorgenze. Più ancora rispetto al glifosato o, ancora, all’atrazina.
Perché lo studio potrebbe stravolgere i metodi utilizzati dagli organismi di controllo
Un’altra ragione per la quale il picloram è stato considerato in correlazione con i tumori al colon-retto nelle persone di meno di 50 anni è legata al fatto che il pesticida è stato autorizzato negli anni Sessanta. Ciò significa che i pazienti under-50 sono attraverso l’alimentazione entrati in contatto fin dall’infanzia.
Lo studio sul pesticida picloram pubblicato sulla rivista Nature
Ma l’innovazione principale nello studio è legata al fatto che i ricercatori non si sono accontentati di un’analisi dei dati statistici. Hanno al contrario esplorato i meccanismi attraverso i quali la sostanza in questione è in grado di aumentare il rischio patologico. Ad oggi, infatti, gli organismi di controllo che concedono le autorizzazioni all’immissione in commercio dei pesticidi si concentrano soprattutto sulla capacità degli stessi di indurre modificazioni nel Dna delle cellule.
Al contrario, l’analisi spagnola mostra che alcune sostanze sono in grado di “attivare” alcuni geni, senza incidere sul Dna stesso, ma rendendo i soggetti maggiormente predisposti allo sviluppo degli episodi tumorali. Un’evidenza che potrebbe dunque mettere in discussione le fondamenta del metodo fin qui utilizzato per giudicare pericolose o meno per la salute umana le sostanze contenute nei pesticidi.
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