La nuova legge parla di “gestione” della fauna selvatica, estende la stagione venatoria e le specie cacciabili: la Ue ha già detto che non va bene.
La maggioranza lo presenta come un aggiornamento necessario di una legge vecchia di oltre trent’anni, pensato per affrontare l’emergenza fauna selvatica e i danni all’agricoltura. Le associazioni ambientaliste, invece, parlano apertamente di “caccia selvaggia”, denunciano un arretramento nelle tutele ambientali e accusano il governo di voler piegare la normativa agli interessi del mondo venatorio. È attorno a questo scontro che si sta consumando in Senato il confronto sul disegno di legge che modifica in profondità la vecchia legge sulla tutela della fauna selvatica e sull’attività venatoria. Un provvedimento, ribattezzato per semplicità ddl caccia, di cui si parla da molto tempo, e che sin dall’inizio ha generato polemiche e preoccupazioni che hanno travalicato anche i confini nazionali, interessando l’Europa stessa. Adesso però si avvicina l’ora X, con l’esame del testo che è giunto quasi al termine.
Il ddl caccia e la gestione della fauna selvatica
Negli ultimi anni la crescita della fauna selvatica è diventata un tema sempre più centrale per il comparto agricolo. Organizzazioni di categoria e amministrazioni locali denunciano danni milionari alle colture, mentre cresce anche il numero di incidenti stradali causati dagli ungulati, in particolare dai cinghiali, sempre più numerosi e sempre meno ‘schivi’. È su questa emergenza che la maggioranza fonda la necessità della riforma.
Con non pochi eccessi però: nel testo introduttivo stesso del ddl infatti la maggioranza sostiene che la normativa italiana sia “la più restrittiva d’Europa” e che serva una nuova impostazione fondata sul concetto di “gestione” della fauna selvatica, più che sulla sola tutela. Secondo i promotori, la legge attuale avrebbe irrigidito eccessivamente le procedure, limitando la capacità di intervento delle regioni e degli operatori sul territorio. Per questo è prevista la possibilità per le regioni di istituire propri istituti regionali per la fauna selvatica: il che ridimensionerebbe di fatto il ruolo centrale di Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, oggi titolare dei pareri tecnico-scientifici sui calendari venatori e sui piani di controllo e organo che di fatto garantiva anche il rispetto del principio della tutela degli animali.
Le principali modifiche previste dal ddl
Sul piano pratico, tra le novità più discusse c’è l’estensione dei periodi di caccia: il disegno di legge allunga infatti la stagione venatoria prevedendo un arco temporale che può andare dalla prima decade di settembre fino alla terza decade di febbraio, con possibili anticipi ad agosto per alcune specie. Ma non solo si potrà cacciare più a lungo, ma anche un numero maggiore di specie: si prevedono tempi bui infatti, tra gli altri, per l’oca selvatica, l’oca lombardella e il piccione selvatico. Una scelta che ha acceso forti polemiche soprattutto tra le associazioni ambientaliste. Un altro capitolo centrale riguarda i richiami vivi: il ddl elimina diversi limiti oggi previsti dalla normativa, consentendo l’utilizzo di tutte le specie cacciabili come richiami e sostituendo l’obbligo dell’anello identificativo con un semplice documento di provenienza.
Il provvedimento interviene anche sull’età minima per la pratica venatoria, consentendo l’attività di caccia già dai 16 anni con il consenso dei genitori e l’accompagnamento di un cacciatore esperto. Sul fronte del controllo della fauna selvatica, il ddl amplia il coinvolgimento diretto dei cacciatori nei piani di abbattimento selettivo, anche nelle aree vietate alla caccia e fuori dai normali periodi venatori. Tra le modifiche più controverse ci sono poi la possibilità di trasportare armi scariche nelle aree protette; la riapertura della caccia da natante in alcune condizioni; l’eliminazione delle tradizionali giornate di silenzio venatorio; la caccia su terreni innevati da appostamento; l’estensione delle attività delle aziende agrituristico-venatorie per tutto l’anno.
Lo scontro con l’Unione europea
A rendere ancora più esplosivo il dibattito, nei giorni scorsi, è stata la diffusione di una lettera della Commissione europea, inviata al governo italiano nel dicembre 2025 e ‘scoperta’ e resa pubblica dalle associazioni ambientaliste. Secondo ENPA, LAC, LAV, Legambiente, LIPU e WWF Italia, infatti, Bruxelles avrebbe contestato diverse parti del ddl ritenendole incompatibili con le direttive europee Habitat e Uccelli. Nel mirino ci sarebbero appunto l’estensione della caccia fuori stagione, l’indebolimento del ruolo scientifico di Ispra, la liberalizzazione dei richiami vivi e l’utilizzo di visori ottici. Le associazioni hanno accusato il governo di aver nascosto il contenuto della lettera e di aver proseguito comunque l’iter parlamentare senza modificare il testo. In una nota congiunta hanno parlato di “comportamento gravissimo” chiedendo il ritiro immediato del provvedimento, sostenendo che l’Italia rischi nuove procedure di infrazione europee.
Da lì in poi il fronte ambientalista ha intensificato la mobilitazione. Il 14 maggio scorso, davanti al Senato e al Pantheon, si è svolto un flashmob promosso da diverse associazioni per denunciare quella che definiscono una “vicenda di eccezionale gravità istituzionale”.
WWF Italia, ENPA, LAC, LAV e LIPU hanno inoltre scritto al presidente della Repubblica Sergio Mattarella chiedendo un intervento “nei limiti delle sue attribuzioni” a tutela della Costituzione e del diritto europeo. Secondo le associazioni, il ddl non solo ridurrebbe la tutela della fauna selvatica, ma rischierebbe anche di comprimere il diritto al dissenso attraverso norme contro chi “ostacola o rallenta” l’attività venatoria, oltre a favorire pratiche considerate pericolose per la biodiversità e la sicurezza pubblica. Al momento però l’iter del ddl caccia prosegue senza interruzioni: l’esame degli emendamenti in Commissione Ambiente in Senato è in dirittura d’arrivo, dopodiché toccherà all’Assemblea.
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