Diritti umani

Andrea Iacomini, Unicef. La scelta di Donald Trump di separare bambini e genitori migranti è atroce e inutile

“Gli Stati Uniti stanno infliggendo ai bambini migranti sofferenze inaccettabili”, le parole di Andrea Iacomini, portavoce dell’Unicef in Italia, in questa intervista esclusiva.

Sono più di duemila. Bambini di età compresa tra i quattro e i dieci anni. Gli sguardi smarriti e incapaci di comprendere perché. Assieme alle loro famiglie, hanno tentato di attraversare il confine tra il Messico e gli Stati Uniti. Ad accoglierli, però, hanno trovato gli agenti della polizia americana, che li hanno strappati dalle mani dei genitori e rinchiusi in centri di accoglienza aperti nei pressi della frontiera. Le madri e i padri sono stati incarcerati, in attesa di essere giudicati per essere entrati sul territorio americano senza un regolare permesso.

Se la notizia non avesse fatto il giro del mondo, riempito le prime pagine dei quotidiani e suscitato l’indignazione di agenzie delle Nazioni Unite, ong e associazioni, si stenterebbe a crederci. Invece è tutto vero: è la politica di “tolleranza zero” adottata nello scorso mese di aprile dal ministro della Giustizia Jeff Sessions. Che secondo il presidente Donald Trump comporta certo “situazioni tristi”, ma non si tocca.

Negli ultimi giorni, gli audio pubblicati dalla onlus newyorkese ProPublica hanno portato nelle case degli americani il pianto disperato di quei bambini. Con tanto di voce di un agente che ci scherza su: “Abbiamo un’orchestra qui…”.

Andrea Iacomini, portavoce del Comitato italiano per l’Unicef, spiega perché le scelte del governo di Washington “oltre a essere atroci sono anche controproducenti”.

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Il portavoce dell’Unicef in Italia Andrea Iacomini © Unicef

Quelle voci, assieme alle foto dei dormitori stanno facendo il giro del mondo. Partiamo da qui: straziante.
Fa lo stesso effetto di disperazione e di commozione che ho avvertito, da padre prima ancora che da portavoce di Unicef Italia, quando un anno fa vidi i bambini gonfi a causa delle armi chimiche in Siria. O quando ho visto i ragazzini salvati dai barconi nel Mediterraneo. Le immagini che arrivano dagli Stati Uniti raccontano di un’enorme ingiustizia a danno di innocenti.

Qualcuno ha evocato l’epoca delle deportazioni naziste: è esagerato?
È difficile fare paragoni con qualcosa come il nazismo, che si basava su un’ideologia ben definita. Ma sicuramente il metodo che si sta utilizzando negli Stati Uniti non può che far tornare alla mente le tragedie del secolo scorso.

Nel febbraio 2018 l’Unicef ha inviato una lettera al segretario per la Sicurezza nazionale americano Kirstjen Nielsen, esortandola a non separare i bambini dai genitori. Cosa intendete fare a questo punto?
Insisteremo. Devo dire che le prime richieste al governo americano le facemmo già all’inizio del 2017. Chiedemmo di modificare questo atteggiamento nei confronti dei minorenni, che andrebbero sempre protetti. Purtroppo la nostra pressione non ha sortito alcun effetto. D’altra parte, c’è anche un fatto di cui in pochi parlano: gli Stati Uniti, nazione che ha scelto di adottare questa misura atroce, non hanno ancora ratificato la Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, approvata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel lontano 1989. Un documento che, benché spesso violato, obbliga a proteggere i minori e non permette che siano separati dai genitori.

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La polizia degli Stati Uniti al confine con il Messico © John Moore/Getty Images

Gli Stati Uniti immaginano che la linea dura possa fungere da deterrente e scoraggiare nuovi arrivi alla frontiera con il Messico…
È come quando parliamo di deterrenza nei confronti dei migranti che attraversano il Mediterraneo. Cerchiamo accordi con la Libia e poi ritroviamo queste persone confinati in centri di detenzione in condizioni atroci. Noi le cose le vediamo diversamente: partiamo dal presupposto che nessun bambino debba vivere situazioni simili. La domanda sulla presunta efficacia di queste politiche non ce la poniamo neanche, perché sono comunque politiche inaccettabili.

Le immagini mostrano bambini chiusi in centri dai quali possono uscire solo due ore al giorno. Con barriere, reticolati, gabbie, guardie. Praticamente sono in galera.
Esattamente. Riusciamo a immaginare cosa può comportare tutto ciò nella psiche di un bambino? Esperienze come questa non fanno che innescare e alimentare un sentimento di rivalsa, di odio, di voglia di vendetta. Esattamente ciò che si voleva evitare. Per non parlare delle ferite profonde che si trascineranno nella vita. È qualcosa di gravissimo.

In Europa si rimbalzano la responsabilità dei migranti alla deriva, negli Stati Uniti lasciano che ci vadano di mezzo i bambini. Per non parlare dei minorenni in Siria o della vicenda dei Rohingya . Passano i decenni e sembra che la situazione peggiori anziché migliorare.
Alla metà degli anni Novanta dicemmo “basta” dopo aver visto le immagini della guerra nella ex-Jugoslavia. Le donne stuprate, i civili massacrati, i bambini orfani. Poi, dieci anni dopo, abbiamo vissuto il Ruanda. Quindi, oggi, la Siria con tre milioni di bambini costretti a fuggire. Ogni volta ci ricaschiamo.

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La politica di “tolleranza zero” nei confronti dei migranti decisa da Donald Trump ha suscitato l’ira di Nazioni Unite e associazioni di tutto il mondo © John Moore/Getty Images

Perché?
Perché l’uomo non cambia. Ci accaniamo sulla questione del ricollocamento senza renderci conto che ci sono 50 milioni di bambini in movimento nel mondo, di cui 30 milioni, dunque più della metà, che fuggono da guerre. Vogliamo risolvere il problema? E allora perché anziché parlare dell’ennesimo piano per lo sviluppo dell’Africa non ci adoperiamo per far cessare il conflitto in Sudan del Sud? O per pacificare il Medio Oriente. Mentre parliamo, nello Yemen due superpotenze come Arabia Saudita e Iran si combattono per procura sulle spalle della gente. La verità è che la pace non è nell’agenda di nessun governo.

Neanche in Europa?
Ormai a emergere è l’egoismo degli stati nazionali, che vince sulla solidarietà e sull’umanità. E sugli Stati Uniti il silenzio dei governi del mondo occidentale è assordante.

La vicenda Aquarius, quindi, non è che lo specchio dei tempi?
Sì. Ma è anche colpa nostra. Sulle posizioni del ministro degli Interni Matteo Salvini la popolazione dovrebbe sentire la necessità di scendere in piazza. Invece troppo spesso crediamo che i social network siano il luogo in cui si possano risolvere questi problemi. E così facciamo il gioco di certi governi.

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