Ascesi, esercizio e forza creatrice

L’ascesi obbedisce al principio della reciprocità: piego con l’autodominio la mia anima, affinché sia disponibile all’incontro con l’altro.

“… facciamo bene a convincerci che mai a è
diventato grande senza ‘ascesi’ e ciò di cui ora si tratta
è qualcosa di molto grande, anzi di decisivo. È il
decidere se col nostro lavoro vogliamo attuare la sovranità
a noi affidata in modo che essa conduca alla libertà o
all’asservimento”.

Romano Guardini, La fine dell’epoca
moderna. Il potere.

Ascesi è parola desueta, addirittura incompresa, nella
misura in cui la si intende come rinuncia, distacco dal mondo, “un
dire no alla vita”, a fronte, non di rado, del godimento immediato,
dell’immersione nel flusso edonistico del mondo.

Il termine, in realtà, deriva dal greco “askesis”, connesso
al verbo “askeo”, con il significato originario di “esercizio”,
“esercitarsi”, “piegare qualcosa con l’esercizio”. L’ascesi
è, quindi, altissimo esercizio dell’anima, capacità
di staccarsi dalla realtà, di ergersi contro di essa in
segno di protesta, senza farsi de-terminare in modo necessario,
soggiogare da essa.

Tutto questo emerge da una bella riflessione di Max Scheler:
“Paragonato all’animale che dice sempre ‘sì’ alla
realtà effettiva – anche quando l’aborrisce e fugge – l’uomo
è ‘colui che sa dir di no’, l’asceta della vita, l’eterno
protestatore contro quanto è soltanto realtà”.
Siamo di fronte all’esaltazione della spiritualità
dell’uomo, della sua autonomia, della sua capacità di
progettare un mondo indipendente rispetto alle rigide leggi della
Natura, della sua avidità “di infrangere – dice ancora
Scheler – i limiti del suo essere ‘ora-qui-così'”.

Insomma, l’ascesi si configura come “un tenere se stessi nelle
proprie mani”, un concetto che Romano Guardini ha colto in modo
davvero esemplare: “Ascesi significa che l’uomo tiene se stesso
nelle proprie mani. Perciò deve riconoscere nel suo intimo
il male ed affrontarlo in modo efficace. Deve ordinare i suoi
impulsi fisici e spirituali, ciò che non è possibile
senza il superamento di sé; deve educarsi a possedere in
libertà i suoi beni e a sacrificare le cose inferiori a
quelle più alte. Deve lottare per la libertà e la
sanità del suo interno; combattere contro il meccanismo
della réclame, contro il flusso delle sensazioni, contro
l’invadenza molteplice dello strepito. Deve educarsi a stabilire
delle distanze, ad acquistare un’indipendenza del giudizio,
resistere contro ciò che ‘si’ dice. La strada, il traffico,
il giornale, la radio, il cinema impongono compiti di
autoeducazione, anzi della più elementare autodifesa, che in
gran parte non sono neppure sospettati, e tanto meno chiariti ed
affrontati. Dappertutto l’uomo capitola di fronte alla forza della
barbarie: l’ascesi significa che egli non deve capitolare, ma
combattere e al posto decisivo, cioè contro se stesso”.

Si è capaci di stare con gli altri solo se si è
“animali ascetici”, autentiche forze creatrici di valori, feconde
progettualità aperte sul mondo, grazie a un duro tirocinio
interiore, all’autodominio, alla rinuncia di ciò che
è superfluo per l’essenziale, alla presa di congedo da
sé, dalla parte più oscura, egoistica, narcisistica
della propria personalità, per prospettarsi come spazio per
l’alterità, per la compartecipazione dei diversi
vissuti.

L’ascesi obbedisce al principio della reciprocità: piego con
l’autodominio la mia anima, affinché sia disponibile
all’incontro con l’altro, il cui apparire, in ogni frammento della
quotidianità, si delinea come gratuità, dono, scambio
di sguardi, intersecarsi fecondo di Volti, “sfregamento di anime”;
ma prima devo aver rinunciato ad una parte di me stesso, essermi
autoeducato, formato alla scuola del “dire no ai si dice”, ai
rapporti inautentici, al rumore indistinto del mondo, dove gli
altri sono cose tra le cose, commercializzabili, utilizzabili,
ricambiabili.

 

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