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Gli incendi che hanno devastato l’Australia hanno generato una quantità di fumo che ha ridotto la concentrazione di ozono in atmosfera.
Il fumo emesso nell’atmosfera terrestre dagli incendi boschivi del 2019-2020 in Australia ha ridotto lo strato di ozono intorno alla Terra. A spiegarlo è uno studio pubblicato dal Massachusetts institute of technology (Mit) da un team internazionale di ricercatori, intitolato “On the stratospheric chemistry of midlatitude wildfire smoke”. In particolare, il fumo dei devastanti righi australiani ha causato una perdita dell’1 per cento dello strato di ozono: una quantità che può richiedere un decennio per rigenerarsi. Inoltre, lo studio suggerisce che l’aumento dell’intensità e della frequenza degli incendi a causa dei cambiamenti climatici potrebbe rallentare il recupero di questo importante gas.
L’ozonosfera – che è parte della stratosfera, il secondo strato dell’atmosfera terrestre – assorbe le radiazioni ultraviolette emesse dal sole ed è costituita da un’alta concentrazione di molecole di ozono. Utilizzando le osservazioni satellitari, i ricercatori hanno scoperto che il fumo della combustione degli incendi ha reagito con l’azoto nella stratosfera, provocando l’esaurimento dell’ozono stesso.
Il coautore dello studio, Kane Stone del Massachusetts institute of technology, ha affermato che la riduzione è avvenuta tra marzo e agosto 2020, cioè non appena i roghi si sono placati dopo 240 giorni consecutivi nel corso dei quali il fuoco ha letteralmente divorato le foreste del sud-est del paese, uccidendo 33 persone, distruggendo più di tremila abitazioni e radendo al suolo 12,6 milioni di ettari di aree boschive.
Di riduzione dell’ozono nell’atmosfera si è cominciato a parlare a partire dagli anni Ottanta, da quando cioè alcuni studi scientifici hanno scoperto il fenomeno del buco dell’ozono: così è chiamata la riduzione di ozono che si concentra prevalentemente al di sopra del continente antartico e che si è “chiuso” a dicembre 2020. Tra le principali cause della formazione del “buco”, gli studiosi hanno annoverato l’uso di sostanze note come clorofluorocarburi (Cfc), ovvero quei gas usati nei frigoriferi o nelle bombolette spray, gradualmente eliminati dopo la firma del protocollo di Montreal del 1987.
Bloccata la dispersione di Cfc nell’atmosfera, si è osservato un progressivo miglioramento dei livelli di ozono in atmosfera: la luce solare, infatti, reagisce continuamente con l’ossigeno, creando molecole di ozono. In particolare, nell’ultimo decennio si è assistito al recupero dell’1 per cento. La stessa quantità che la nuvola di fumo formatasi durante gli incendi – tre volte più grande di qualsiasi altra nuvola di fumo registrata in precedenza – ha dissipato nel giro di un anno e mezzo.
La direttrice del centro di chimica dell’atmosfera dell’università australiana di Wollongong, Clare Murphy, intervistata dal Guardian, ha affermato che incendi più intensi in futuro – come previsto dagli attuali modelli climatici – rallenteranno il recupero dello strato di ozono.
Eppure, gli sforzi per affrontare il buco dell’ozono sull’Antartico sono stati un esempio riuscito di azione ambientale congiunta. “Non c’è motivo per cui l’umanità non possa unirsi e risolvere anche la crisi climatica“, è stato il commento di Murphy.
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