La stagione venatoria è partita in anticipo in 16 Regioni mentre la Camera riprende l’esame del ddl definito “spara-tutto” dalle associazioni.
Tra un disegno di legge in arrivo e l’inizio anticipato della stagione venatoria, quello che stiamo vivendo è un settembre a tutta caccia. Nel pomeriggio di mercoledì 16 settembre, la commissione Agricoltura della Camera riprende dopo la pausa estiva l’esame degli emendamenti al ddl caccia, già approvato dal Senato e ribattezzato “sparatutto” dalle associazioni della società civile. Ma la data di inizio conta ormai fino a un certo punto: la maggioranza infatti ha già deciso di calendarizzare il provvedimento in Aula a novembre, a prescindere dal fatto che la commissione abbia concluso o meno una discussione che si preannuncia lunghissima. Sul tavolo restano infatti oltre un milione di emendamenti, di cui la stragrande maggioranza presentata dalle opposizioni come strumento ostruzionistico. Tra questi però ve ne sono anche alcuni che portano la firma di due deputate della maggioranza (Rita Dalla Chiesa e Deborah Bergamini, di Forza Italia) e che quindi “rischiano” di migliorare almeno un po’ un testo molto contestato dalle associazioni animaliste e ambientaliste.
Approvato dal Senato lo scorso giugno con 80 voti favorevoli, 56 contrari e due astenuti, il ddl caccia infatti riscrive la legge precedente, la 157/1992, di fatto sostituendo il principio fondamentale di “protezione” della fauna selvatica (rispetto al quale la caccia era di fatta una eccezione) con quello di “gestione” (che invece vede nella caccia uno strumento utile) aprendo la caccia ad aree demaniali, boschi pubblici e parchi, perfino spiagge, e rendendo non più vincolanti i pareri dell’Ispra sui calendari venatori. Il testo, così com’è ora, estende inoltre le regole sui richiami vivi, consente l’uso di strumenti ottici e optoelettronici per la caccia di selezione agli ungulati e apre le aziende faunistico-venatorie alla forma d’impresa, mentre elimina il riferimento al lupo tra le specie particolarmente protette.
Cosa potrebbe cambiare nel ddl caccia
Il milione e passa di emendamenti lascia sperare in qualche piccola miglioria. Il nodo più delicato riguarda i richiami vivi: gli emendamenti di Forza Italia puntano a vietarne cattura e allevamento, anche se solo a partire dal 2028 e con deroghe regionali possibile fino alla fine del 2030. Tra le altre proposte che potrebbero passare ci sono quelle di togliere allodola e pernice bianca dall’elenco delle specie cacciabili, senza aggiungerci oca selvatica e piccione; limitare l’uso di strumenti ottici e optoelettronici alla sola caccia di selezione al cinghiale; vietare i controlli faunistici nei giorni di silenzio venatorio; escludere parchi nazionali e aree protette dal calcolo della quota di territorio sottratta alla caccia; tenere fuori lidi e spiagge dalla pianificazione sul demanio marittimo; non allungare la stagione nelle aziende agrituristico-venatorie e riportare la chiusura alla prima decade di febbraio. Sul fronte sanzioni, si propone la sospensione automatica del tesserino (da tre mesi a un anno, non più un tetto massimo di tre mesi) e l’arresto abbinato all’ammenda, non più alternativo, per chi caccia nelle aree protette.
Da notare che anche una sola di queste modifiche renderebbe necessaria una nuova lettura al Senato, allungando ulteriormente l’iter mentre si avvicinano la legge di bilancio e la fine della legislatura, mentre la maggioranza dimostra invece di avere molta fretta: la decisione di portare il testo in Aula senza attendere la conclusione dei lavori in commissione infatti ha spinto la coalizione Stop caccia selvaggia — composta da Enpa, Lac, Lav, Legambiente, Lipu BirdLife e Wwf Italia — a parlare di un “gravissimo strappo democratico su una riforma che riguarda principi fondamentali della Costituzione”. Le associazioni denunciano “una forzatura istituzionale di estrema gravità, che comprime il dibattito parlamentare” su un provvedimento che incide su tutela della fauna selvatica, biodiversità ed ecosistemi.
Per ‘Stop Caccia selvaggia’, la scelta di anticipare i tempi è “dettata esclusivamente da ragioni politiche ed elettorali, finalizzata a soddisfare le richieste di una ristretta minoranza di interesse”, con la fauna selvatica ridotta ancora una volta a “strumento di consenso politico” e trattata “come merce di scambio”. Le associazioni chiedono che il Parlamento possa “esercitare pienamente le proprie prerogative, garantendo un esame completo degli emendamenti e un confronto trasparente”.
La stagione è già iniziata in 16 regioni
La fretta parlamentare, del resto, è coerente anche con quella dimostrata nel riaprire la stagione venatoria. Ben 16 regioni infatti hanno autorizzato la preapertura della stagione venatoria sin dai primi giorni di settembre: Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Lombardia, Marche, Molise, Piemonte, Puglia, Sardegna, Sicilia, Toscana, Trentino e Veneto. Insomma, siamo già in alta stagione. E tra le specie cacciabili compare anche la quaglia, la cui sopravvivenza è già messa a rischio da bracconaggio e perdita di habitat. La scelta arriva dopo un anno in cui la fauna selvatica ha già subito gli effetti di siccità, alluvioni e incendi, e in un quadro in cui il parere tecnico dell’Ispra pesa sempre meno nella definizione di tempi e modalità della caccia, a fronte di un ruolo crescente del Comitato tecnico faunistico venatorio nazionale e di una recente pronuncia del Consiglio di Stato che ha ampliato il margine delle Regioni per discostarsi dalle valutazioni dell’Istituto.
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