Il governo riconoscerà il lavoro di assistenza dei familiari di una persona non autosufficiente. Ma i fondi sono pochi e ora rischia il ddl sul fine vita.
- Arriva la riforma che riconosce il ruolo sociale svolto dal caregiver familiare, che riceverà tutele economiche e lavorative.
- I fondi però sono pochi: fino a 400 euro al mese per chi accudisce un congiunto per almeno 13 ore al giorno, e solo con Isee molto basso.
- E c’è già chi contrappone questo provvedimento a quello sul fine vita.
Per la prima volta, dopo un decennio di dibattito, in Italia prende forma un quadro normativo che riconosce il valore sociale, umano ed economico di chi assiste quotidianamente un familiare non autosufficiente o con disabilità, trattandola o trattandolo come un vero lavoratore. Da tutelare e anche da retribuire, con un salario minimo però decisamente basso (poco più di 4 euro l’ora), per ora quasi esclusivamente simbolico. La riforma del caregiver familiare, varata dal Consiglio dei ministri e che potrà essere modificata in Parlamento, per qualcuno è già un passaggio culturale importante, perché mette nero su bianco un principio semplice e rimasto troppo a lungo implicito: la cura è un lavoro essenziale, anche quando avviene tra le mura di casa. Per altri, i più critici, è sostanzialmente un’elemosina, se non una presa in giro.
Il valore collettivo del caregiver familiare
Il cuore della riforma, come detto, è più culturale che economico. Il ddl introduce, prima di tutto, un riconoscimento giuridico e simbolico della figura del caregiver familiare, con particolare attenzione a quello convivente prevalente, cioè la persona che sostiene il carico assistenziale maggiore. È una svolta concettuale: la cura non è più trattata come una responsabilità esclusivamente privata, ma come una funzione sociale che riguarda l’intera comunità. Come ha spiegato la ministra per la Disabilità Alessandra Locatelli, dopo anni di tentativi falliti “finalmente il Governo vara una norma per la dignità e il riconoscimento di tante persone che amano, che curano e non vogliono essere sostituite, ma affiancate in questo complesso compito di cura e di vita”.
Accanto al riconoscimento formale, il ddl introduce una tutela economica nazionale, ma molto esiguo: è previsto un contributo fino a 400 euro mensili netti ai caregiver conviventi impegnati per almeno 91 ore settimanali (ovvero 13 ore al giorno) con reddito annuo inferiore a tremila euro e Isee non superiore a 15mila euro. Le risorse stanziate ammontano a 257 milioni di euro annui a regime, a partire dal 2027. Secondo Locatelli, si tratta della “copertura più elevata e più certa mai individuata” in dieci anni di proposte rimaste sulla carta, ma oggettivamente sembra ancora troppo poco, un massimo di 4,4 euro l’ora nell’ipotesi di 400 euro per 91 ore.
Le tutele non economiche: ciò che cambia davvero
Uno degli aspetti più innovativi del provvedimento riguarda le tutele non economiche, decisive per la qualità della vita dei caregiver: la possibilità di sostituzione entro 24 ore in caso di emergenza, il supporto psicologico, le visite e i teleconsulti medici, l’accesso prioritario agli interventi sanitari e una programmazione tempestiva delle cure.
Non solo: il caregiver potrà accedere ai dati sanitari della persona assistita (con il suo consenso), vedrà riconosciute le competenze acquisite nella cura ai fini di una possibile qualifica come operatore socio-sanitario o altre figure dell’area sociosanitaria, e potrà così facilitare un futuro reinserimento lavorativo. Inoltre, il caregiver avrà diritto alla modifica dell’orario del proprio “vero” lavoro, con il passaggio al part time, al lavoro agile, all’uso di ferie e permessi solidali (cioè donati dai colleghi), e avrà maggiori tutele antidiscriminatorie contro comportamenti penalizzanti legati all’attività di cura. Per i giovani caregiver sono previste compatibilità tra servizio civile e assistenza, esenzioni dalle tasse universitarie, riconoscimento di crediti formativi e valorizzazione dell’esperienza di cura nei percorsi scuola-lavoro.
Ma cosa c’entra il fine vita?
Misure che in qualche modo provano a ridisegnare diritti, tempi, accessi e opportunità. Ma come si è visto non mancano le criticità. La più evidente riguarda certamente l’estrema selettività dell’accesso al contributo economico, che oltre a essere lascia fuori una larga parte dei caregiver: chi non convive, chi ha un carico assistenziale elevato ma inferiore alla soglia fissata, chi supera di poco i limiti di reddito.
L’altro limite non è insito nel testo, ma programmatico: il varo del ddl sul caregiver familiare era stato preannunciato dalla premier Giorgia Meloni durante la conferenza stampa di inizio anno, in risposta a una domanda sul disegno di legge sul fine vita: “Io credo che il compito non sia favorire percorsi per suicidarsi ma trovare percorsi che evitino la solitudine, l’abbandono, situazioni che portano a far vedere il suicidio come una soluzione. E’ quello che abbiamo fatto con un provvedimento sul caregiver familiare che porteremo presto in Cdm”, aveva detto, contrapponendo i due temi. E non è un caso che ora Pro Vita & Famiglia esprima “soddisfazione” per l’approvazione del ddl sui caregiver: “Ora questa scelta si traduca in una linea politica coerente: se si tutela chi assiste ogni giorno i più fragili, allora si deve fermare chi vuole aprire la strada al suicidio assistito”. Il rischio, insomma, è che una cosa finisca per escludere l’altra, nonostante le richieste finora inevase della società civile e anche della Corte Costituzionale.
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