Le elezioni di metà mandato del 3 novembre hanno disegnato un Congresso totalmente nuovo. E valorizzato comunità storicamente poco rappresentate.
La Cop17 si è chiusa con un accordo per accelerare la protezione della natura e un rapporto che mostra i progressi di ripristino, ma i finanziamenti restano insufficienti.
La Cop17 sulla biodiversità si è conclusa il 31 ottobre a Yerevan, in Armenia, con un accordo raggiunto dopo una lunga notte di negoziati. I governi hanno approvato un percorso per accelerare l’attuazione degli obiettivi globali di protezione della natura entro il 2030, ma restano irrisolte alcune delle questioni più importanti, a partire dai finanziamenti.
Il bilancio della conferenza arriva a quattro anni dall’approvazione del Quadro globale sulla biodiversità di Kunming-Montreal, l’accordo sottoscritto nel 2022 da quasi 200 paesi per fermare e invertire la perdita di biodiversità entro il 2030. La prima revisione globale dei progressi, presentata proprio a Yerevan, ha confermato che il mondo è ancora lontano dal raggiungere la maggior parte dei 23 obiettivi previsti. Secondo le valutazioni riportate durante la conferenza, 22 target risultano in ritardo. Tra questi, il famoso obiettivo per proteggere almeno il 30 per cento delle terre e dei mari, ripristinare gli ecosistemi degradati e ridurre gli incentivi economici che danneggiano la natura.
Con l’adozione dello Yerevan Pathway, dimostriamo la nostra determinazione collettiva ad affrontare una delle sfide più urgenti del nostro tempo
Il principale risultato negoziale è lo Yerevan Pathway, il percorso concordato dai governi per accelerare l’attuazione degli impegni assunti a Kunming-Montreal. Il documento invita i paesi a rafforzare le politiche nazionali, affrontare le cause della perdita di biodiversità e integrare maggiormente la tutela della natura nelle decisioni economiche. Ma, come suggerisce il nome, è una direzione, non un piano dettagliato. Il risultato assomiglia, per certi versi, a una lista di compiti a casa: gli obiettivi vengono concordati a livello internazionale, ma spetta poi ai singoli paesi decidere come raggiungerli, con quali risorse e attraverso quali politiche. Senza nuovi obblighi vincolanti, il rischio è che la distanza tra gli impegni e la loro attuazione rimanga ancora molto ampia.
Nel complesso, la conferenza ha adottato quasi 50 decisioni su temi che comprendono la conservazione, il monitoraggio scientifico, la mobilitazione delle risorse e il coinvolgimento delle comunità locali. Tra i risultati c’è anche l’approvazione delle regole operative del nuovo organismo permanente dedicato alle popolazioni indigene e alle comunità locali, per rafforzarne la partecipazione ai processi decisionali della Convenzione sulla diversità biologica.
Tra questi c’è anche l’adesione dell’Italia al Fungal Conservation Pledge, un impegno internazionale per rafforzare la tutela dei funghi nelle politiche sulla biodiversità. L’adesione, annunciata il 27 ottobre dal sottosegretario all’Ambiente Claudio Barbaro, porta a 17 il numero dei paesi firmatari dell’iniziativa, lanciata nel 2024 da Cile e Regno Unito insieme alla Fungi Foundation. L’obiettivo è riconoscere i funghi come un regno autonomo della vita e integrarli nelle strategie nazionali di conservazione, al pari di animali e piante. Un passaggio importante per organismi fondamentali per la fertilità dei suoli, il ciclo dei nutrienti e il funzionamento degli ecosistemi, ma ancora poco considerati nelle politiche di tutela della natura.
L’accordo finale della Cop17 riconosce però che, senza una rapida accelerazione, gli obiettivi del 2030 non saranno raggiunti. Il nodo principale riguarda le risorse necessarie per tradurre gli impegni internazionali in interventi concreti.
Il test finale non sarà ciò che i governi hanno concordato a Yerevan, ma ciò che cambieranno una volta tornati a casa.
Accanto ai ritardi sugli obiettivi globali, dalla Cop17 sono arrivati anche risultati incoraggianti sul ripristino degli ecosistemi. Il 29 ottobre, giornata che alla Cop17 è stata dedicata proprio al ripristino della natura, è stato presentato Nature’s Comeback, il primo rapporto globale sui progressi del ripristino degli ecosistemi, realizzato dal Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep), dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao) e dal Segretariato della Convenzione sulla diversità biologica.
Secondo il rapporto, sono attualmente interessati da interventi di ripristino circa 2,52 milioni di chilometri quadrati di ecosistemi in 149 paesi. Le iniziative documentate hanno contribuito alla creazione di oltre un milione di posti di lavoro verdi e, in diversi territori, al recupero e al ritorno di specie minacciate (da qui il nome del rapporto). I progressi sono però molto diversi a seconda degli ecosistemi. Sulla terraferma, gli interventi documentati coprono il 49 per cento della superficie stimata necessaria per raggiungere il relativo obiettivo di ripristino del 2030. Per gli ecosistemi d’acqua dolce la percentuale scende al 4,5 per cento, mentre per quelli marini e costieri raggiunge il 23 per cento. I dati risentono anche delle differenze nei sistemi di monitoraggio e rendicontazione dei singoli paesi. Un altro elemento riguarda le zone umide: dal 2022, la percentuale di paesi che dichiarano di aver attuato programmi di ripristino o riabilitazione è passata dall’8 al 54 per cento.
“A cinque anni dall’inizio del Decennio delle Nazioni Unite, il risultato è chiaro: il ripristino funziona”, ha dichiarato Inger Andersen, direttrice esecutiva dell’Unep e sottosegretaria generale delle Nazioni Unite. La valutazione delle Nazioni Unite mostra quindi che gli interventi di ripristino stanno producendo risultati, ma non lo stiamo facendo con i tempi e le quantità necessarie. Per rispettare gli impegni assunti entro il 2030, e all’andamento attuale, dovremmo triplicare gli sforzi e i finanziamenti annuali destinati al ripristino dovrebbero passare dagli attuali 64 miliardi di dollari a circa 296 miliardi.
Durante la Cop17 sono state riconosciute cinque nuove iniziative definite World Restoration Flagships, ovvero il riconoscimento delle Nazioni Unite dedicato ai progetti di ripristino degli ecosistemi su larga scala e di lungo periodo riconosciuti come esempi virtuosi. Tra queste c’è Forestami, il primo progetto italiano a ricevere il riconoscimento e l’unico europeo tra quelli premiati nel 2026. LifeGate era presente a Yerevan per seguire la premiazione. Forestami punta a riportare la natura nell’area metropolitana milanese, aumentando la copertura arborea del 5 per cento e riqualificando gli spazi urbani su un’area di 2,55 chilometri quadrati. Il progetto coinvolge istituzioni, enti di ricerca, imprese e cittadini, con interventi che possono contribuire a contrastare l’effetto isola di calore, migliorare la qualità dell’aria e favorire la biodiversità.
Tra gli altri progetti riconosciuti ci sono due esperienze di ripristino urbano nelle Americhe. A Seattle, negli Stati Uniti, la Green Seattle Partnership lavora da vent’anni al recupero delle foreste urbane attraverso la collaborazione tra amministrazione, organizzazioni locali e volontari. Finora sono stati interessati da interventi di ripristino 8,31 chilometri quadrati di aree forestali, quasi il 98 per cento dell’obiettivo previsto per il 2030. Il progetto ha inoltre permesso di mettere a dimora 1,5 milioni di piante autoctone, coinvolgendo i cittadini nella rimozione delle specie invasive e nella cura delle aree naturali.
A Barranquilla, in Colombia, il progetto Urban Nature Reborn si concentra invece sul recupero della Ciénaga de Mallorquín, una zona umida costiera compromessa dall’accumulo di rifiuti, dalla sedimentazione e dalla frammentazione degli habitat. Sono già interessati da interventi di ripristino 4,45 chilometri quadrati, con l’obiettivo di raggiungerne 7,4 entro il 2030. Il recupero delle mangrovie e degli altri habitat costieri è accompagnato dalla creazione di spazi pubblici e nuove opportunità economiche per le comunità locali: alcuni pescatori lavorano nei vivai di mangrovie, mentre altri residenti sono coinvolti in attività di turismo naturalistico.
La questione finanziaria ha attraversato tutte le due settimane di negoziati. L’accordo di Kunming-Montreal prevede di mobilitare almeno 200 miliardi di dollari all’anno entro il 2030 per la biodiversità, attraverso risorse pubbliche e private. I paesi considerati sviluppati avrebbero inoltre dovuto mobilitare almeno 20 miliardi di dollari all’anno a favore di quelli definiti in via di sviluppo entro il 2025, un obiettivo che non è stato raggiunto.
Alla Cop17 sono stati annunciati quasi 2 miliardi di dollari di nuovi finanziamenti e iniziative, tra cui 560 milioni nell’ambito del rifinanziamento del Global environment facility e del Global biodiversity framework fund, 500 milioni attraverso la Species recovery alliance e oltre 330 milioni attraverso il Value Nature Fund, dedicato alla mobilitazione di capitali privati. Si tratta di risorse importanti, ma insufficienti rispetto agli obiettivi globali.
Tra le iniziative presentate c’è anche Friends of credits for nature and biodiversity, una piattaforma di cooperazione internazionale lanciata dall’Unione europea insieme a Francia e Perù per promuovere i crediti natura e attrarre investimenti privati nella conservazione e nel ripristino degli ecosistemi, senza prevedere per ora nuovi fondi o mercati obbligatori.
I negoziati si sono concentrati anche sulla definizione di un meccanismo finanziario permanente per la biodiversità dopo il 2030. I governi hanno raggiunto un compromesso sui principi generali, rinviando però alla Cop18 la decisione sulla sua struttura definitiva. È rimasta aperta anche la questione dell’eventuale ampliamento del numero dei paesi chiamati a contribuire ai finanziamenti internazionali.
Le difficoltà riguardano soprattutto i paesi del sud globale. Secondo i dati riportati da Mongabay, nel 2025 i paesi africani hanno ricevuto circa 389 milioni di dollari di finanziamenti internazionali per le aree protette e conservate, il 32 per cento in meno rispetto alla media del periodo 2022-2024. Durante la Cop17, il gruppo africano, che rappresenta 54 paesi, ha chiesto maggiori risorse per raggiungere gli obiettivi globali di conservazione.
Non possiamo proteggere la natura continuando a finanziare la sua distruzione. Le risorse devono raggiungere i paesi e le comunità che ne hanno bisogno. E la biodiversità deve entrare nelle decisioni economiche quotidiane.
Un’altra questione centrale della Cop17 è stata la riforma dei sussidi dannosi per la biodiversità. Secondo il rapporto State of Finance for Nature 2026 dell’Unep, per ogni dollaro investito nella protezione e nel ripristino degli ecosistemi, circa 30 dollari sono destinati ad attività che contribuiscono al loro degrado. Nel complesso, i flussi finanziari pubblici e privati dannosi per la natura raggiungono circa 7.300 miliardi di dollari all’anno. L’accordo di Kunming-Montreal prevede di identificare, eliminare gradualmente o riformare gli incentivi dannosi per la biodiversità, riducendoli di almeno 500 miliardi di dollari annui entro il 2030.
La presidenza armena ha posto il tema tra le priorità della conferenza, promuovendo anche la Yerevan Call on Incentives Positive to Biodiversity, un’iniziativa per incoraggiare la trasformazione degli incentivi economici. Il testo finale, di nuovo, si limita però a incoraggiare i governi ad accelerare l’attuazione dell’obiettivo, tenendo conto delle rispettive circostanze nazionali. Non sono stati introdotti nuovi obblighi vincolanti sulla riduzione dei sussidi. Per questo tra i corridoi della Cop17 e soprattutto nelle conferenze laterali, c’è stata la richiesta di affrontare l’elefante nella stanza, ovvero i finanziamenti per la natura e contro le attività dannose.
Tra i risultati più limitati della conferenza c’è anche quello del Fondo Cali, istituito alla Cop16 del 2024 per raccogliere contributi economici dalle imprese che utilizzano informazioni genetiche digitali derivate dalla biodiversità, per esempio nei settori farmaceutico e biotecnologico. Una parte significativa delle risorse raccolte dovrebbe essere destinata alle popolazioni indigene e alle comunità locali. Alla Cop17, però, il fondo aveva ricevuto appena circa diecimila dollari, a fronte dell’obiettivo di mobilitare contributi per 1 miliardo di dollari. I governi hanno confermato alcuni criteri già concordati sul funzionamento del fondo, rinviando ulteriori decisioni alla prossima conferenza.
La Cop18 si terrà a Quito, in Ecuador, nel 2028, quando mancheranno soltanto due anni alla scadenza degli obiettivi globali sulla biodiversità.
Nonostante l’importanza delle decisioni in gioco, la Cop17 sulla biodiversità ha ricevuto un’attenzione mediatica e politica molto inferiore rispetto alle conferenze delle Nazioni Unite sul clima. Come raccontato anche dal Guardian, i negoziati di Yerevan si sono svolti lontano dai riflettori, con una partecipazione limitata dei leader politici e una copertura giornalistica ridotta. Eppure, la perdita di biodiversità e la crisi climatica sono strettamente connesse: la distruzione degli ecosistemi contribuisce al riscaldamento globale, mentre l’aumento delle temperature accelera il degrado degli habitat e la scomparsa delle specie.
La chiusura della conferenza ha riaperto anche il dibattito sull’efficacia delle Cop. In oltre trent’anni di negoziati sulla biodiversità, nessuna delle precedenti serie di obiettivi globali è stata pienamente raggiunta. Tra le principali critiche c’è il funzionamento del processo decisionale basato sul consenso, che consente anche a pochi paesi di rallentare o indebolire gli accordi (lo si nota ogni nottata prolungata dopo la fine ufficiale della conferenza). Proprio per la Cop sulla biodiversità è stato proposto da Juan Carlos Navarro, ministro dell’Ambiente di Panama, di introdurre decisioni a maggioranza e di valutare una conferenza ambientale annuale unica, capace di affrontare insieme clima, biodiversità e altre questioni ambientali. Anche Inger Andersen, direttrice esecutiva dell’Unep, ha sottolineato la necessità di rendere più efficiente il sistema delle convenzioni ambientali delle Nazioni Unite, riducendo le sovrapposizioni e accelerando l’attuazione degli impegni.
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