Diritti umani

Sulle sue spalle, il documentario che racconta la forza e il tormento di Nadia Murad, al cinema

94 minuti che ognuno di noi dovrebbe ritagliarsi per conoscere la storia di Nadia Murad, premio Nobel per la Pace, e la battaglia per il suo popolo, gli Yazidi. Sulle sue spalle è al cinema dal 6 al 12 dicembre.

È emozionante vedere Nadia Murad quando è rilassata e a suo agio, e lo è soprattutto tra la sua gente. Per ora può incontrare altri Yazidi principalmente nei campi profughi in Europa e in Medio Oriente dove molti vivono dopo essere fuggiti dalla ferocia genocida dello Stato islamico (o Isis) iniziata con l’invasione del Sinjar il 3 agosto 2014, perché il nord dell’Iraq, la loro casa, giace distrutto. Eppure Murad, premio Nobel per la Pace 2018, vorrebbe tornare a viverci. Ma il futuro è incerto perché non è più una semplice ragazza contadina, è diventata la portavoce degli Yazidi e la responsabilità di raccontare la loro storia è tutta sulle sue spalle.

Leggi anche: Chi è Nadia Murad, la donna che ha sconfitto la violenza con la sua storia

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Nadia Murad, attivista yazida e premio Nobel per la Pace 2018, nel documentario Sulle sue spalle (On her shoulders) di Alexandria Bombach © Sulle sue spalle

Sulle sue spalle, il documentario su Nadia Murad

Sulle sue spalle (On her shoulders) è il titolo del documentario di Alexandria Bombach che mostra il dietro le quinte della campagna internazionale di Murad per ottenere giustizia per i crimini commessi contro gli Yazidi e contro di lei, imprigionata e schiavizzata sessualmente come migliaia di altre donne e bambine. Uno sguardo toccante che mostra la sua trasformazione da vittima e rifugiata ad attivista, un accesso privilegiato che ci permette di conoscerla intimamente: la tenerezza, il modo pensieroso in cui accarezza i lunghi capelli e la forte amicizia con Murad Ismael, direttore esecutivo di Yazda, organizzazione per i diritti yazidi, il suo più grande sostenitore. Ma i 94 minuti passati nel mondo di Murad ci mostrano anche l’abisso che c’è tra lei e noi. Noi che non possiamo che rimanere folgorati dalla forza con cui sostiene il peso della responsabilità ma che non potremo mai comprendere fino in fondo la sua sofferenza, così grande da risultare insopportabile anche solo guardandola sullo schermo.

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Nadia Murad insieme a Murad Ismael, direttore esecutivo di Yazda, durante una manifestazione che si è tenuta a Berlino il 3 agosto 2016 in occasione del secondo anniversario del genocidio degli Yazidi © Sulle sue spalle

La proiezione speciale nei cinema italiani

Siamo stati alla proiezione in anteprima del film il 4 dicembre a Milano (la seconda anteprima si è tenuta il giorno successivo a Bologna), presentato all’interno della rassegna Sala Biografilm, un’estensione del Biografilm Festival del capoluogo emiliano. In occasione della consegna del premio Nobel a Murad il 10 dicembre, il film è in oltre quaranta sale in tutta Italia dal 6 al 12 dicembre, distribuito da I Wonder Pictures e Unipol Biografilm Collection per un evento speciale I Wonder Stories realizzato grazie al Gruppo Unipol.

A presentare il film c’erano Danilo de Biasio, direttore del Festival dei diritti umani di Milano e Marina Calloni, professoressa ordinaria in Filosofia politica e sociale all’Università degli studi di Milano-Bicocca e coordinatrice di Edv Italy project, il primo centro universitario in Italia dedicato al contrasto alla violenza domestica. Abbiamo parlato con la professoressa Calloni delle iniziative a favore della comunità degli Yazidi nel nostro paese, e di cosa ha significato per lei conoscere Murad e la sua storia da vicino.

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Sulle sue spalle, il documentario su Nadia Murad, è nelle sale italiane dal 6 al 12 dicembre in occasione della consegna del premio Nobel all’attivista il 10 dicembre, distribuito da I Wonder Pictures e Unipol Biografilm Collection © I Wonder Pictures

Il documentario racconta di “una donna disposta a sacrificare se stessa per giocare al gioco dei media che è diventato il sostegno internazionale”, nelle parole di Bombach. Quale ruolo possono giocare i mezzi di comunicazione nel combattere la violenza e le ingiustizie?
Quando incontrai Nadia Murad nell’ambito del Festival dei diritti umani e la invitai poi all’Università di Milano-Bicocca nel maggio 2016, mi chiesi se era giusto esporre una donna che aveva vissuto la schiavitù sessuale, se era giusto farle rivivere il trauma. Il nostro interesse era rivolto alla necessità di informare e mobilitare l’opinione pubblica a favore di un popolo, una minoranza etno-religiosa quali sono gli Yazidi che professa una religione antichissima ma che nella sua storia è stata perseguitata – in quanto considerata “infedele” – sia dai Cristiani che dai Musulmani. Sono poco più di 500mila insediati nel nord dell’Iraq, ma ormai buona parte di loro vive in diaspora, una volta lasciati i loro villaggi distrutti. Nadia non voleva parlava soltanto a nome del suo popolo, delle 3.500 donne che erano ancora in cattività, rapite e brutalizzate sessualmente, dei familiari uccisi o per il riconoscimento del genocidio. Parlava a nome dell’umanità offesa, chiedeva aiuto e comprensione a favore di tutti i popoli oppressi, proprio in nome dell’umanità che non poteva tollerare quei crimini.

Che sostegno hanno ricevuto Murad e gli Yazidi in Italia?
Abbiamo aiutato Nadia con diverse iniziative. Accogliendo, grazie alla rettrice dell’Università di Milano-Bicocca, la professoressa Cristina Messa, dieci studenti yazidi. Attualmente ne abbiamo cinque che studiano con profitto matematica, chimica, fisica, biochimica e legge. Vogliono tornare nel loro paese appena avranno finito i loro studi. Per questo hanno preferito non fare domanda come richiedenti asilo, bensì essere riconosciuti come studenti in modo da poter tornare presto dalle loro famiglie che vivono ancora nei campi profughi nel nord dell’Iraq. Col mio gruppo di lavoro al centro Edv Italy project eravamo riusciti a organizzare alcuni incontri in Senato, tali da sollecitare l’interesse dei parlamentari, tant’è che il 18 maggio 2016 il Parlamento approvò congiuntamente e all’unanimità una mozione per il riconoscimento del genocidio del popolo yazida.

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I cinque studenti yazidi che studiano all’Università di Milano-Bicocca insieme alla professoressa Marina Calloni alla proiezione in anteprima del documentario Sulle sue spalle al Cinema Colosseo di Milano © Mara Budgen

Insieme a Yazda, Murad vuole portare l’Isis davanti alla Corte penale internazionale con l’accusa di genocidio e crimini contro l’umanità. Pensa che questo obiettivo verrà raggiunto?
Me lo auguro davvero, anche se il problema è estremamente complesso. La Convenzione sul genocidio è stata firmata nel dicembre del 1948, a seguito della Shoah, proprio un giorno prima della promulgazione della Dichiarazione dei diritti umani alle Nazioni Unite, e parte dal presupposto dell’esistenza di stati nazionali riconosciuti. Il Daesh (acronimo arabo di Stato islamico dell’Iraq e del Levante) non lo era: era un sedicente stato auto-proclamatosi come tale, ma non riconosciuto dal sistema internazionale. Aveva occupato territori altrui, si fondava su atti repressivi al proprio interno e praticava il terrorismo in altri Paesi. I caschi blu, ovvero le forze di pace internazionali dell’Onu, non erano allora intervenuti in quella zona occupata.

Ma la commissione di esperti incaricata ha riconosciuto il “genocidio metodico” da parte dei criminali dell’Isis (non membri di alcun esercito regolare, ma combattenti o mercenari provenienti da diversi Paesi) contro gli Yazidi, proprio sulla base dell’Articolo 2 della Convenzione del 1948, sottoscritta anche da due stati interessati, quali la Siria e l’Iraq. Spero allora proprio che si possa portare il caso davanti alla Corte penale internazionale, anche se probabilmente secondo modalità diverse dal processo intentato contro Milosevic all’Aia per i crimini commessi in Bosnia-Erzegovina durante le guerre balcaniche, o dal Tribunale penale internazionale di Arusha, dove sono stati processati gli Hutu che avevano commesso crimini contro i Tutsi in Ruanda. Entrambi brutali genocidi commessi all’inizio degli anni Novanta. Come si riuscirà a individuare i combattenti dell’Isis che nel frattempo hanno fatto perdere le tracce? L’importante è sostenere la richiesta che a questo punto non è soltanto degli Yazidi, ma di un’umanità che chiede giustizia.

Perché è significativo che entrambi i premi Nobel per la Pace di quest’anno, Nadia Murad e Denis Mukwege, siano stati scelti per i loro “sforzi nel porre fine all’uso della violenza sessuale come arma di guerra”?
Nadia è diventata leader proprio perché non è più una vittima, se ne vuole anche distaccare, oggettivando la sua esperienza distanziandola da sé nonostante che siano inevitabili i momenti di sconforto, la necessità di pause, il bisogno di terapia, come si vede anche nel film. Bisogna tirare fuori l’orrore, parlarne, distanziarsene proprio per non rimanere nel processo di vittimizzazione in cui ti costringe il teatro del dolore. Nadia non voleva rimanere intrappolata nella sua sofferenza, voleva parlare a nome del suo popolo e con questo anche a nome dell’umanità che non si è dimenticata di essere tale. Nei conflitti armati le donne sono ancora bottino di guerra, sono le più violate. Ma sono anche resistenti e resilienti. Questo è un monito che ci ricorda che tali orrori non debbano più accadere, un riconoscimento a chi vuole dare dignità al ricordo dei morti, ma anche alle sopravvissute che hanno il diritto di ricominciare a vivere una vita degna di essere vissuta.

Studenti yazidi Università Bicocca proiezione sulle sue spalle
I cinque studenti yazidi dell’Università di Milano-Bicocca alla proiezione in anteprima del documentario Sulle sue spalle al Cinema Colosseo di Milano © Mara Budgen

Ha avuto l’onore di conoscere Nadia Murad: cosa le ha trasmesso?
Timidezza, sofferenza e una grandissima forza. Subito le ho creduto, perché la cosa più importante è credere ai racconti delle vittime, soprattutto a quelle che non parlano più soltanto a nome di se stesse. E sono molto contenta di avere visto i nostri cinque studenti yazidi sorridenti, finalmente rivitalizzati dopo il tempo passato nei campi profughi in Iraq e di nuovo con l’idea di futuro per sé, per le loro famiglie e per un popolo che non vuole abbandonare le sue terre e la sua cultura millenaria. I giovani vogliono contribuire a ricostruire il loro paese, facendolo risorgere dalle macerie materiali e morali a cui è stato costretto. La comunità internazionale deve aiutarli, affinché venga fatta giustizia: il perdono può essere dato solo se c’è giustizia.

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