Cop28

Cop28, il presidente al-Jaber: “La scienza non chiede di uscire dalle fossili”

Il quotidiano The Guardian ha pubblicato dichiarazioni estremamente controverse del presidente della Cop28, al-Jaber.

“Non mi accoderò in ogni caso ad alcun discorso allarmista. Nessuno studio scientifico, nessuno scenario afferma che l’uscita dalle energie fossili ci permetterà di raggiungere l’obiettivo degli 1,5 gradi. Una riduzione e un’uscita dalle fossili è, secondo me, inevitabile. Ma bisogna essere seri e pragmatici. Mostratemi una strada per un’uscita che sia compatibile con lo sviluppo socio-economico, se non vogliamo far tornare il mondo all’era delle caverne”. Queste dichiarazioni, che abbiamo riportato letteralmente, sono state pronunciate dal presidente della ventottesima Conferenza mondiale sul clima delle Nazioni Unite (Cop28) Sultan Ahmed Al Jaber, parlando con l’ex presidente irlandese Mary Robinson nel corso di una videoconferenza.

“Non mi accoderò ai discorsi allarmisti”

A riportare il tutto è stato il quotidiano inglese The Guardian, che ha pubblicato per intero il colloquio, che è molto recente: risale al 21 novembre scorso. Parole che non hanno mancato di provocare indignazione e numerose reazioni, a partire dal mondo scientifico.

Tra le tante, quella di Jean-Pascal van Ypersele, che in una lettera scritta assieme a Michael Mann ha risposto al petroliere emiratino con queste parole: “La scienza È (scritto in maiuscolo, ndr) dietro alla necessità di uscire dalle fonti fossili, caro Sultan Al Jaber. E lei non può negoziare con la scienza!”.

Al Jaber, che come noto è al contempo presidente della Cop28 di Dubai e amministratore delegato del colosso petrolifero di stato Adnoc, ha infatti affermato, per lo meno, una cosa non vera. Non è vero, infatti, che non esistono scenari scientifici secondo i quali l’uscita dalle fossili non sarebbe necessaria per limitare la crescita della temperatura media globale ad un massimo di 1,5 gradi centigradi, entro la fine del secolo, rispetto ai livelli pre-industriali

La quasi totalità degli studi scientifici chiede di uscire dalle fossili

Al contrario, la stragrande maggioranza (quasi la totalità) delle analisi effettuate da climatologi, glaciologi, meteorologi ed esperti di tutto il mondo da decenni indica che l’unica strada possibile per evitare di sforare tale soglia è proprio quella che passa per l’abbandono di carbone, petrolio e gas. Il fatto che il presidente di una Cop lo neghi – quale che sia il contesto delle sue parole – è al contempo sorprendente e inquietante. Per lo meno, avrebbe meritato un’immediata smentita o rettifica.

Nell’intervista, Al Jaber chiede inoltre ripetutamente alla sua interlocutrice di spiegare quale sia la strada per raggiungere l’addio alle fonti fossili. Anche in questo senso, le possibilità sono soltanto due: o il petroliere emiratino non ha mai letto i rapporti dell’Ipcc – il gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite – oppure li ha letti e finge di non sapere. In particolare il sesto rapporto indica a chiare lettere quali sono le varie possibilità a disposizione per raggiungere la necessaria uscita (phase out) da carbone, petrolio e gas.

La questione del “quando” non può essere una scusa

Il presidente della Cop28 aggiunge, come motivazione per la quale non è possibile abbandonare immediatamente le fonti fossili, il rischio di “tornare all’era delle caverne”. In questo senso, si tratta di un’ovvietà: nessuno immagina che sia possibile spegnere tutte le centrali, tutti i motori delle auto termiche, tutte le caldaie del mondo intero di qui alle prossime 24 ore. È tuttavia impensabile che questa possa rappresentare una giustificazione a non agire, o ad agire al rallentatore.

Il sultano Ahmed al-Jaber
Il presidente della Cop28 Ahmed al-Jaber © Christophe Visieux/Bloomberg

Nel frattempo, è arrivata dapprima la replica della direzione della Cop: “Questo video riflette davvero il modo in cui alcuni cercano costantemente di sporcare la nostra presidenza fin dal primo giorno. Al Jaber è stato molto chiaro sul fatto che crede nella scienza. È un tecnico, uno scienziato, un ingegnere. In quella conversazione chiedeva semplicemente di aiutarlo a comprendere come fare. Come raggiungere gli obiettivi al 2050 in un modo responsabile, equo e giusto. Come agire sul piano tecnologico. Come fare dei buoni investimenti”.

Quindi a parlare è stato direttamente il presidente della Cop28: “Siamo qui perché crediamo nella scienza e la rispettiamo. Tutto il lavoro della presidenza e focalizzato e centrato sulla scienza”.

Come interpretare dunque le parole di Sultan Al Jaber, che cita sia la “riduzione” (phase down) che “l’uscita”, ma tentando una maldestra contestualizzazione, e affermando che non deve esserci “allarmismo” e dichiarando, di fatto, che il processo non deve essere troppo rapido (proprio per non far “tornare alle caverne”)? In questo senso possono essere d’aiuto alcuni elementi, a partire dalle precedenti dichiarazioni dello stesso amministratore delegato della Adnoc.

Per Al Jaber bisogna investire 600 miliardi di dollari all’anno nelle fossili

Nel 2021, Al Jaber aveva dichiarato a chiare lettere che, dal suo punto di vista, nelle fossili occorre investire ancora fortissimamente. Nel corso di una conferenza parlò della necessità di far affluire ancora nel settore 600 miliardi miliardi di dollari all’anno di qui al 2030. Si tratta di quantità di capitali talmente elevate da rendere impossibile immaginare che, nella sua ottica, possano essere spesi in vista di un phase out imminente.

Un secondo indizio è ben più recente. Nel corso dei primi giorni della Cop28, infatti, è stato annunciato in pompa magna l’impegno da parte di cinquanta compagnie petrolifere a “decarbonizzare” le loro attività. Una presa di posizione apparentemente straordinaria. Ma, appunto, solo apparentemente: le aziende in questione, infatti, nella dichiarazione sottoscritta si impegnano unicamente per la parte riguardante le attività di estrazione e produzione di petrolio e gas. Non per il consumo di questi ultimi, che però “vale” l’80-90 per cento delle emissioni complessive di CO2.

Abbiamo pochi anni ancora a disposizione per salvare il clima

Non solo: tale impegno parziale è indicato al 2050. Il che lascia intendere, ovviamente, che l’idea delle cinquanta compagnie in questione (e dello stesso presidente della Cop28 che ne fa parte, e che ha benedetto e magnificato l’iniziativa), sia di continuare a produrre petrolio e gas ancora per trent’anni. La scienza, invece, ci spiega che il nostro “carbon budget”, ovvero la quantità di CO2 che possiamo ancora permetterci di disperdere nell’atmosfera senza sforare gli 1,5 gradi, si esaurirà entro sette anni, ai ritmi attuali. Infine, a condire il tutto c’è il fatto che l’impegno dei cinquanta colossi degli idrocarburi è stato sottoscritto su base totalmente volontaria.

Il sultano al-Jaber parla nel corso dell'inaugurazione della Cop28
Al-Jaber parla nel corso dell’inaugurazione della Cop28 © Cop28/Mahmoud Khaled

Nella stessa dichiarazione, le compagnie si sono impegnate a decarbonizzare le attività legate al metano entro il 2030. Ma sempre con le limitazioni descritte. Tanto che lo stesso segretario generale delle nazioni unite, António Guterres, ha commentato spiegando che “le promesse avanzate sono chiaramente insufficiente rispetto a ciò che è necessario”.

La posizione di Al Jaber diametralmente opposta a quella di Guterres

Il diplomatico portoghese, d’altra parte, ha aperto la Cop28 affermando che “l’unica strada che abbiamo per non oltrepassare la soglia degli 1,5 gradi è quella dell’abbandono delle fonti fossili”. E se questo non può essere fatto, come detto, dall’oggi al domani, parlare di phase down senza indicare date certe per un phase out può rappresentare una condanna per il clima della Terra. Una “diminuzione”, infatti, potrebbe in linea teorica essere talmente lenta da portare la temperatura media globale a livelli catastrofici.

Antonio Guterres alla Cop28 di Dubai
Antonio Guterres alla Cop28 di Dubai © Andrea Renault/Afp/Getty Images

Un ultimo elemento che può farci comprendere quali siano i reali intendimenti di Al Jaber ci arriva dall’ex vicepresidente americano Al Gore. Domenica 3 dicembre, a Dubai, ha puntato il dito contro il “bilancio climatico” degli Emirati Arabi Uniti, nazione che ospita la Cop, e in particolare l’impatto in termini di emissioni di gas ad effetto serra della Adnoc.

Al Gore mostra le emissioni degli Emirati Arabi Uniti e della Adnoc

Al Gore ha mostrato una mappa con i principali siti responsabili delle emissioni provenienti dalla nazione araba e una serie di immagini satellitari: “La Abu Dhabi national oil company afferma ancora di non provocare alcuna emissione attraverso le sua attività di trasporto di petrolio e gas. Ma invece eccole, sono visibili persino dallo spazio”, ha dichiarato, indicando una macchia blu al di sopra di un sito di estrazione di idrocarburi.

Ciò che è indiscutibile, è che la Cop28 potrà essere considerata un successo unicamente se indicherà non solo la necessità di una “diminuzione” (già di per sé difficilmente compatibile con nuovi investimenti per 600 miliardi di dollari all’anno) ma anche una data chiara e compatibile con le indicazioni della scienza di “uscita” dalle fonti fossili. Perché questa non è una questione di opinioni, bensì di semplice matematica.

Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 4.0 Internazionale.

L'autenticità di questa notizia è certificata in blockchain. Scopri di più
Articoli correlati
Restiamo obiettivi, persino a Dubai

Riuscire a non farsi influenzare dal contesto è sempre difficile per un giornalista. A Dubai lo è ancora di più, ma questo non deve inquinare il racconto del risultato che verrà raggiunto dalla Cop28.