Editoriale

Restiamo obiettivi, persino a Dubai

Riuscire a non farsi influenzare dal contesto è sempre difficile per un giornalista. A Dubai lo è ancora di più, ma questo non deve inquinare il racconto del risultato che verrà raggiunto dalla Cop28.

La sensazione sempre più palpabile è che questa voglia affermarsi come la Cop dei tempi che corrono. La presidenza di turno, infatti, sembra voler apparire ancor prima di fare o almeno di essere, cercando di seguire – e spesso dettare – il ritmo frenetico e schizofrenico di una forma di comunicazione improntata sulla costruzione di una reputazione di facciata, sterile e avallata da un’infodemia imperante che si traduce in volatilità. In un rumore di fondo fatto di storie, liveblog, reel e agenzie. Si fatica a distinguere ciò che è giusto da ciò che non lo è. Ciò che è rilevante ai fini degli obiettivi di una conferenza sul clima da ciò che è contesto. Ciò che è da sottolineare e riprendere da ciò che è stato costruito ad arte per distrarre.

Stiamo vivendo una forma di negoziato in cui fin dal primo giorno si è cercato di indirizzare la narrazione creando hype studiati a tavolino, come la richiesta fatta ai capi di stato e di governo di annunciare in mondovisione il loro contributo per il fondo loss and damage nel corso della prima giornata di lavori. Una giornata che, finora, era “banalmente” votata a esporre pubblicamente il proprio indirizzo politico. Le linee guida su cui impostare le due settimane di lavori. Non qui. Quest’anno la presidenza degli Emirati Arabi Uniti ha tentato di cancellare tutte le polemiche accumulate sul conflitto di interessi, sull’ingombrante presenza dei lobbisti del fossile o dei sostenitori dei sistemi di cattura e stoccaggio della CO2, accogliendo e facendo propria una delle esigenze più sentite dai governi del sud del mondo e dell’intera società civile: l’attivazione di un fondo per le perdite e i danni subiti dai paesi più vulnerabili, ma meno responsabili della crisi climatica.

La presidenza ha anche tentato di “drogare” la narrazione acquistando “contenuti da creator” provenienti da ogni continente e chiedendo il contributo (a fronte di un lauto compenso) a personaggi di fama internazionale, come il calciatore argentino Lionel Messi. Non è un caso se, come fossimo ai mondiali, la Cop28 ha persino un inno ufficiale che si può ascoltare qui o vedere qui, anche se dai numeri non sembra aver sortito gli effetti sperati.

In passato anche altre presidenze colme di egocentrismo, come quella francese, hanno tentato di avere “dalla loro” personaggi pop come l’attore Leonardo DiCaprio (che però almeno ci credeva, a differenza di Messi) e fare bilanci a conferenza in corso, del resto bisognava tirare la volata all’adozione dell’Accordo di Parigi. Mica noccioline. Ma mai come quest’anno si è tentato di “imporre” un indirizzo comunicativo. Fa impressione leggere la brochure pubblicata a metà percorso – ma probabilmente scritta ben prima dell’inizio dei lavori ufficiali – dal titolo “7 years on, 7 days in” che – parafrasato – significa “abbiamo fatto più noi in 7 giorni che il resto del mondo in 7 anni”.

E anche alcune stoccate impreviste, ma prevedibili, come quella tirata dal quotidiano britannico Guardian che, a negoziati in corso, ha rilanciato un video “vecchio” in cui il presidente Sultan al-Jaber dice male cose già dette o ribadite successivamente sul ruolo che i combustibili fossili dovrebbero avere – piuttosto che non avere – nel percorso verso una società decarbonizzata, non ha fatto altro che alimentare una spirale di voci in cui gli Emirati ne stanno uscendo in ogni caso vincitori. Perché alla fine non importa come si parla della Cop28, l’importante è che se ne parli.

Una conferma di tutto ciò è da ricercare anche in un aspetto che inizialmente ha colpito molti colleghi, ma che poi è stato velocemente archiviato: la completa libertà con cui quest’anno tutti coloro che hanno un badge al collo possono entrare o uscire dal media center, la sala stampa della Cop28. Nel corso degli anni passati, chi non era un giornalista riconosciuto non poteva entrare liberamente in quest’area, ma doveva “giustificare” l’ingresso attraverso un’intervista o una chiacchierata informale con qualcuno della stampa. Esattamente come un giornalista non poteva e non può tuttora entrare nei luoghi in cui si portano avanti i negoziati per una questione di riservatezza e di ruoli. Certo, gli escamotage per entrare nel media center si sono sempre trovati, ma quest’anno l’area riservata all’informazione è stata “occupata” anche da osservatori, esponenti di società private o civile, o più semplicemente da lobbisti (nell’accezione neutra del termine) al lavoro.

Spesso questa ibridazione di spazi e ruoli è da ricercare semplicemente nella necessità di avere un posto comodo e attrezzato per scrivere le proprie memorie al computer, altre proprio per tentare di avvicinare giornalisti nel loro campo da gioco e fare loro pressione – in modo più o meno esplicito – per far parlare di sé. In pieno stile emiratense. È già successo e succederà ancora in questi giorni finali. E tutto questo può influire sul modo in cui i giornalisti impostano il racconto dei negoziati sul clima. Se prima era il giornalista a cercare l’esperto o l’attivista a cui chiedere informazioni preziose, oggi la dinamica si è ribaltata. E non è un bene perché rischia di sollevare il giornalista dalle proprie responsabilità, dalla fatica di cercare fonti e storie, apparentemente semplificandogli la vita, ma rischiando di renderlo meno critico e indipendente. Un modo diverso, ma non meno pericoloso, messo in atto dalla presidenza per cercare di controllare l’informazione e plasmarla a propria immagine (comunicativa) e somiglianza.

Facciamone tesoro nelle prossime ore, quando ci sarà bisogno di avere la mente libera da sovrastrutture per comprendere al meglio le decisioni che verranno prese. Da un lato per evitare di accodarsi a una narrazione imposta dall’altro verso il basso, ma dall’altro per evitare di finire preda dei pregiudizi. Chi lavora all’interno o per conto delle delegazioni lo fa da anni e sarebbe un peccato non riuscire a cogliere le sfumature frutto di anni di fatiche, di studio e di compromesso perché influenzati dal contesto in cui i negoziati si svolgono. Quando arriverà il documento finale proviamo a chiederci: che reazione avremmo se fosse stato adottato in un altro paese, magari occidentale?

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