Coronavirus

Coronation, il docufilm di Ai Weiwei sul lockdown a Wuhan girato dai cittadini

L’artista dissidente cinese documenta il rigido controllo del governo durante il lockdown in un docufilm girato dai cittadini stessi.

Sono 115 minuti lenti, agghiaccianti, quelli che ripercorrono il confinamento forzato di Wuhan durante la pandemia di coronavirus. Coronation è il primo lungometraggio che mostra come sia stata la vita durante il lockdown nella città cinese, da quando l’1 dicembre del 2019 è stato diagnosticato il primo caso di Covid-19. Le immagini sono quelle girate da normali cittadini di Wuhan che hanno documentato il silenzio delle strade deserte, il suono delle sirene delle ambulanze, l’angoscia dei reparti di rianimazione, la consegna delle merci, la frustrazione e la rabbia delle persone costrette in case spesso troppo piccole.

Ma la mente che vi sta alle spalle, in esilio nella sua casa in Europa, è quella di Ai Weiwei, artista cinese capace di provocare, stimolare e far riflettere, che più di tutto ha voluto mostrare la rigidità e l’efficienza brutale del controllo da parte dello Stato sui cittadini.

Coronation, di cosa si tratta

È iniziato tutto da quel primo dicembre di quasi un anno fa, quando il primo paziente ad aver contratto il coronavirus ha fatto ingresso nell’ospedale di Wuhan. Per più di un mese il governo cinese ha strenuamente negato che la trasmissione da uomo a uomo fosse possibile, ha tenuto nascosto il numero di casi, ha punito i medici che diffondevano informazioni sull’epidemia.

Fino al 23 gennaio, quando l’evidenza mostrava una crescita incontrollabile dei contagi e delle morti e quando l’intera città di Wuhan è stata messa sotto lockdown. La prima di tante. Da allora la Covid-19 si è espansa a macchia d’olio assumendo le portate di una pandemia globale, con più di 33 milioni di persone contagiate e oltre un milione di morti.

Un poliziotto cinese si aggira indossando la mascherina © Kevin Frayer/Getty Images

I video girati da decine di volontari ci portano nel cuore della città, ma è la sapiente regia di Ai Weiwei – che ha da sempre apertamente criticato il governo cinese e che per questo è stato incarcerato per ottanta giorni nel 2011 – a mostrare la forza del regime totalitario cinese, che se da un lato ha consentito di minimizzare i danni, proprio grazie al suo spietato controllo, dall’altro ha esacerbato le tensioni già bollenti tra Stato e individui.

L’artista sembra chiedersi dunque se la sottomissione debba essere il costo della protezione, in un momento storico in cui la libertà personale e la sicurezza pubblica sembrano forze opposte. La città è costellata di telecamere: il governo è in grado di risalire a chi era dove e a che ora. E per quanto possa sembrare distopico, la raccolta e il controllo delle informazioni senza precedenti sono stati il modo più efficace ed efficiente per contenere il contagio.

La diffusione del lungometraggio

Di Coronation però abbiamo sentito parlare poco e soprattutto non è stato accolto al festival del cinema di Venezia né ad altri festival internazionali. Ai Weiwei sostiene di essere stato boicottato perché nessuno si vuole mettere contro la Cina, che dopotutto è un importante partner commerciale con un ampio mercato cinematografico. Nemmeno Amazon e Netflix hanno ammesso il docufilm. Da Venezia fanno sapere che non c’è nessuna censura e che la valutazione è stata puramente estetica e critica. Da Netflix, invece, che la piattaforma sta lavorando al proprio documentario sul coronavirus.

Sta di fatto che un documento unico, storico, fatto da uno dei più importanti nomi nel campo dell’arte contemporanea mondiale, non ha trovato una collocazione di pregio. Il lungometraggio include interviste ai pazienti e alle loro famiglie, mostra la gestione della crisi e il controllo sociale del governo, che Ai Weiwei ha definito “un misto di sorveglianza, lavaggio del cervello e brutale controllo su ogni aspetto della società”. Il risultato è una società che manca di fiducia, di trasparenza e di rispetto per l’umanità.

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