Ecco perché abbiamo diritto all’adattamento climatico (e a rifugi adeguati)

Le ondate di calore sono ormai un lungo continuum: la parlamentare Patty L’Abbate chiede nuovi diritti per i cittadini e interventi politici attivi.

Dovremo abituarci per sempre al clima tropicale? Mentre sull’Italia imperversa l’ennesima ondata di calore, come in tanti ancora si ostinano a definire una situazione ormai sempre più consolidata e “normale”, l’urgenza di parlare di adattamento climatico si fa sempre più pressante. Con il rischio che adattarsi al clima che cambia significhi semplicemente subirne gli effetti, invece di costruire gli strumenti per proteggere le persone e l’ambiente circostante.

Reclamare il diritto all’adattamento climatico

Da questa premessa nasce la proposta al centro dell’iniziativa parlamentare: riconoscere un vero e proprio diritto all’adattamento climatico, da affiancare al diritto alla salute già garantito dalla Costituzione. Non un principio astratto ma una responsabilità concreta delle istituzioni, che oggi passa anche dalla capacità di proteggere chi è più esposto al caldo estremo. E che nei prossimi anni, secondo la parlamentare Patty L’Abbate, economista ambientale, che ha presentato la risoluzione, è destinato a diventare uno dei nuovi diritti di cittadinanza del XXI secolo.

Per tradurre questo principio in misure concrete, L’Abbate ha presentato una Risoluzione sulle misure di adattamento climatico per la tutela della salute pubblica, accompagnata da due interrogazioni parlamentari: la prima sull’attuazione del Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (Pnacc), la seconda sulla tutela della salute pubblica e dei lavoratori esposti alle ondate di calore.

Gli atti si appoggiano su un impianto di dati che l’Organizzazione mondiale della sanità e l’Ipcc hanno già messo nero su bianco: il Mediterraneo è tra gli hotspot climatici del pianeta, con un riscaldamento più rapido della media globale, e diversi studi pubblicati su Nature Medicine segnalano un numero di decessi legati al caldo in costante crescita. A questo si aggiunge il conto economico: il Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici stima impatti significativi sulla crescita del Paese negli scenari più severi, mentre la Commissione europea calcola in circa 70 miliardi di euro l’anno l’investimento necessario in Europa entro il 2050 per rafforzare le politiche di adattamento.

Il caldo, ricorda L’Abbate, non colpisce tutti allo stesso modo: pesa di più su anziani soli, bambini, donne in gravidanza, persone con patologie croniche, famiglie in povertà energetica e lavoratori di agricoltura, edilizia e logistica esposti nelle ore più calde, oltre che sulle periferie urbane, dove la carenza di alberature e la prevalenza di cemento alzano le temperature rispetto alle aree periurbane. È anche per questo, sottolinea la parlamentare, che l’adattamento climatico va trattato come una questione di giustizia sociale, prima ancora che ambientale.

Rifugi climatici per tutti nelle città

Nel merito, la Risoluzione chiede un Piano nazionale per la prevenzione degli effetti sanitari delle ondate di calore, un coordinamento più stretto tra Ministero della Salute, Ministero dell’Ambiente, Regioni e Protezione Civile, l’estensione del sistema Worklimate per la tutela dei lavoratori esposti al rischio caldo, e un Programma nazionale per la resilienza climatica delle città con fondi per forestazione urbana, de-impermeabilizzazione dei suoli e corridoi ecologici. Al centro della proposta ci sono i “rifugi climatici”: non semplici edifici climatizzati, ma biblioteche, scuole, musei, centri civici e parchi ripensati per offrire refrigerio tramite ombreggiamento naturale, vegetazione, acqua e ventilazione. “Adattarsi al cambiamento climatico non significa accettarne passivamente gli effetti. Significa trasformare le nostre città, il nostro sistema economico e le nostre politiche pubbliche affinché siano in grado di proteggere le persone e l’ecosistema”, spiega L’Abbate.

Il modello a cui guardar è quello di alcune città europee: Barcellona ha realizzato una rete di oltre quattrocento Climate Shelters, Parigi ha sviluppato gli îlots de fraîcheur con mappatura digitale in tempo reale, Londra ha avviato il programma Cool Spaces e Amsterdam sta incrociando dati climatici e sanitari per individuare i quartieri più vulnerabili. “Non si limitano a gestire l’emergenza, ma trasformano la città in una grande infrastruttura di adattamento”, sottolinea L’Abbate.

L’iniziativa, del resto, sta già trovando eco a livello locale: a metà luglio l’onorevole è stata ascoltata dalla Commissione speciale sui parchi e sul contrasto alle isole di calore del Municipio 2 di Bari, dove si discute la creazione di una rete cittadina di rifugi climatici raggiungibili a piedi in 10-15 minuti. E anche Roma ha inaugurato di recente il suo primo rifugio fito-bioclimatico. Per L’Abbate, del resto, il problema italiano non è la mancanza di una cornice strategica (il PNACC, approvato nel 2023, individua già tra le priorità la riduzione delle isole di calore urbane) ma la lentezza della sua attuazione.

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