Investimenti sostenibili

Janine Händel e la Fondazione Roger Federer. Per noi la filantropia è professionalità

Roger Federer non è solo il più grande tennista di sempre. Ha dato vita a una fondazione, di cui è anima e testimonial, che lavora sul campo dal 2003.

Roger Federer è il più grande tennista di tutti i tempi. Poi è anche un uomo che quattordici anni fa ha dato vita a una fondazione filantropica che porta il suo nome e che gestisce decine e decine di progetti educativi per i bambini africani (in Botswana, Malawi, Namibia, Sudafrica, Zambia e Zimbabwe) e per i ragazzi svizzeri a rischio di marginalità sociale. Dalla sua nascita, la Fondazione ha speso 28,5 milioni di franchi (pari a poco più di 26 milioni di euro). I suoi programmi, in partnership con 16 organizzazioni locali, hanno coinvolto 650mila bambini, più di 7.600 insegnanti e 1.555 scuole materne e primarie. Se è arrivata a questi traguardi, è perché ha le idee estremamente chiare sull’impatto che vuole avere sulla società. Ne parliamo con Janine Händel, che in passato ha lavorato per il ministero degli Affari esteri elvetico e dal 2010 è amministratore delegato della Roger Federer Foundation.

Federer Nadal
Federer dopo la vittoria su Nadal a Miami. Foto © Al Bello/Getty Images

La Fondazione Federer ha un obiettivo preciso: garantire l’accesso all’istruzione anche nelle comunità più povere dell’Africa e ai ragazzi economicamente svantaggiati in Svizzera. Qual è il motivo di questa scelta? Quali sono le iniziative più recenti della Fondazione e i suoi prossimi traguardi?
Se sei un privato benestante, nella maggior parte dei casi in un momento preciso della tua vita ti capita un problema specifico che ti ha aperto la mente e spinto a fare una scelta: “Ecco, con la mia fondazione investirò i miei soldi qui”. Nella vita di Roger, invece, non si è verificato un episodio di questo tipo. Quando era giovane – ha creato la fondazione a 22 anni – le sue esperienze gli hanno fatto capire l’importanza dell’educazione che per giunta sembrava l’intervento più sostenibile ai suoi occhi: se tu educhi un ragazzo, nessuno potrà mai portar via quello che gli hai lasciato. Inizialmente, quindi, è stata una scelta emotiva.

Quali sono le iniziative più recenti della Fondazione e i suoi prossimi traguardi?
Più andiamo avanti, più il nostro approccio diventa più specifico. L’educazione è l’universo in cui operiamo e progressivamente ci stiamo concentrando sui bambini più piccoli, dai 3 ai 9 anni. Vogliamo che inizino con il piede giusto il proprio percorso educativo. In ciò che facciamo abbiamo un approccio olistico, perché “educazione” significa molte cose a seconda del contesto. Se sei in una regione in cui i bambini muoiono di fame, “educazione” significa anche dare loro un pasto adeguato. Se ci sono epidemie, “educazione” significa anche assicurare l’igiene. In altri contesti bisogna lavorare sulle capacità degli insegnanti, oppure garantire che scuole e asili siano infrastrutture sicure.

In altri contesti gli insegnanti non hanno l’approccio giusto con bambini così piccoli, altrove invece bisogna lavorare affinché i genitori siano consapevoli dell’importanza del loro ruolo nel percorso educativo dei figli. Prima di intraprendere qualsiasi programma, bisogna partire da una conoscenza molto approfondita del contesto. Altrimenti, si rischia di pianificare qualcosa che in teoria funziona perfettamente ma poi non si rivela coerente con la realtà. Oppure di fare qualcosa che ha un piccolo impatto ma, se organizzato in un altro modo, avrebbe potuto avere un impatto molto più grande.

L’intento dichiarato della Fondazione è quello di non fornire semplicemente aiuto dall’esterno, ma di sostenere le comunità in modo tale che diventino progressivamente autosufficienti. Ci può fare qualche esempio concreto di quest’approccio?
Innanzitutto noi ci relazioniamo solo con organizzazioni locali, per sviluppare le loro capacità. Queste organizzazioni, implementando i programmi, coinvolgono attivamente le comunità locali nell’educazione dei bambini. Ad esempio, se in un villaggio scopriamo che le aule migliori sono destinate ai ragazzi più grandi e ai bambini capitano ambienti poco sicuri, noi incontriamo le comunità per far capire loro come meglio costruire le nuove classi. Vogliamo responsabilizzarle affinché siano loro, operativamente, a costruire le classi, avviare i programmi e così via. A un livello ancora diverso, lavorando sull’educazione, noi diamo responsabilità ai ragazzi stessi.

Fondazione Federer scuole Africa
La Fondazione Federer si occupa di progetti educativi in Africa.

Ormai le attività sono avviate da più di dieci anni e il numero di ragazzi assistiti è diventato considerevole (siamo vicini al milione). Quali metodologie avete elaborato per misurare l’impatto sociale delle vostre attività?
Ogni programma prevede indicatori precisi che misuriamo costantemente – e non una tantum – per valutare come procedono le nostre operazioni in quel contesto e assicurarci di avere il migliore impatto possibile. Ad esempio, teniamo traccia del numero di docenti che sono stati formati, delle nuove metodologie che stanno applicando nell’insegnamento, del miglioramento delle performance dei ragazzi.

Janine Händel
Janine Händel

Il mondo non ha bisogno di più denaro, ha bisogno di denaro impiegato meglio. Ha bisogno di denaro che sia più efficace. Invece, ci sono tanti programmi che non raggiungono il loro potenziale, o anche tanti altri che non hanno alcun impatto o che hanno un impatto negativo. Noi, come fondazione e come donatori, abbiamo l’obbligo di fare tutto il possibile per raggiungere il massimo dell’impatto. Questo è ciò che meritano i bambini. Non si tratta solo di spendere determinate cifre di denaro; ci sono anche donatori privati che sentono di aver fatto il loro dovere nel momento in cui firmano l’assegno, ma noi la pensiamo diversamente. Da questo punto di vista, Federer è un modello perché non è solo un ambasciatore, non ci mette solo il nome, ma dice una cosa molto precisa: “Se voglio essere un filantropo, devo farlo bene. Questa fondazione porta il mio nome, che deve essere garanzia della qualità del lavoro”. La filantropia non è un hobby, è un compito da portare avanti in modo professionale per raggiungere il maggiore impatto possibile. È un lavoro complesso, richiede tempo e non ci sono ricette già scritte, ma dobbiamo farlo per migliorare e imparare.

Ci può fare qualche esempio?
Purtroppo mi è capitato di vedere scuole appena costruite in cui non c’erano insegnanti né studenti. Perché queste scuole erano state aperte in posti troppo remoti per la popolazione locale e nessuno aveva pensato a organizzare una rete di trasporti o a fornire gli alloggi per gli insegnanti. Ciò significa che l’intenzione di aprire una scuola, che di per sé era ottima, non era sufficientemente inserita nel contesto locale. L’impatto sull’educazione dei bambini, quindi, è stato nullo.

A fine aprile nel Match for Africa è sceso in campo Bill Gates, che in seguito ha speso parole molto positive per l’attività della Fondazione. Com’è nata la collaborazione con Gates? Sono già stati ufficializzati degli step futuri?
È stato un bellissimo momento ma è bene sottolineare che non stiamo parlando di una partnership tra le due fondazioni, ma di un’iniziativa personale di Bill Gates che ama il tennis e ha conosciuto Roger a inizio marzo. Per giunta, le due fondazioni hanno dimensioni molto diverse e si occupano di cose diverse: la fondazione Gates si focalizza sulla salute e ha avviato programmi educativi solo negli Stati Uniti. Quest’occasione di incontro e scambio con il team della Gates Foundation è stata molto bella e interessante, ma non significa che d’ora in poi avvieremo progetti insieme.

Roger Federer è ormai riconosciuto universalmente come il tennista migliore di tutti i tempi. In che modo il tennis, e lo sport in generale, possono contribuire nella riuscita dei programma educativi della fondazione?

Anche in questo caso, dipende tutto dal contesto. All’interno dei nostri programmi educativi in Africa non ci sono progetti sportivi in senso stretto. Non perché neghiamo l’importanza dello sport, ma perché operiamo in contesti molto poveri dove la priorità è dare da mangiare ai ragazzi, e dare accesso all’educazione di base. Anche lo sport è un elemento importante, ma contesti di questo tipo arriva dopo. Il tennis, per giunta, non sarebbe nemmeno il più adatto perché le sue infrastrutture sono parecchio costose. Esistono ottimi programmi di sviluppo basato sullo sport, soprattutto per la promozione della pace e dell’inclusione sociale, ma questo accade soprattutto nelle aree urbane dove lo sport ha una funzione di aggregazione.

Quale ruolo potrà avere Roger Federer nella sua Fondazione quando appenderà la racchetta al chiodo?

Roger è già molto coinvolto nella fondazione, non c’è riunione del board senza di lui, non c’è decisione importante in cui non venga interpellato. Quando terminerà la sua carriera sportiva quindi non ci saranno grandi cambiamenti perché è già estremamente coinvolto. L’unica differenza sarà che avrà più tempo per visitare di persona i progetti, cosa che per ora è piuttosto difficile da organizzare perché la sua agenda è davvero fitta. Stiamo parlando di luoghi molto remoti.

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