Go Dugong. Tra viaggi, arte e leggende tribali ho dato vita a Curaro

Il producer elettronico Giulio Fonseca, in arte Go Dugong, ha dato vita a un viaggio musicale tra riti esoterici, figure mitologiche delle prime civiltà e suoni della natura. Lo abbiamo intervistato.

Giulio Fonseca, in arte Go Dugong, ha le idee molto chiare. Il suo percorso artistico è segnato e porta sempre lì, a volare di fantasia tra le culture del sud del mondo, esplorando ogni volta le radici del suono, i suoi legami con la Terra e la natura, e facendoli propri attraverso la propria distintiva poetica musicale.

Il mix di canzoni presenti nell’album Curaro stavolta va in direzione del dub e della psichedelìa, della cumbia elettronica e dei ritmi sudamericani, senza dimenticare però i suoni di Mama Africa. Questo suo nuovo disco è compatto, audace, vibrante nei ritmi e profondo nei temi. Nelle sue pieghe scorre una tensione verso l’infinito e lo spazio. Il desiderio pulsante è costruire un grande abbraccio cosmico che punta ad unire idealmente un’intera comunità veramente multiculturale e multirazziale.

Dando voce a tradizioni e credenze scomparse, segnali di civiltà quasi estinte che sembrano essere molto più avanti di noi. È un viaggio coerente e lineare, anche se multiforme, che ha subìto però qualche scossone, dovendosi scontrare con l’annoso tema dell’appropriazione culturale di suoni e voci di altre etnie. Giulio Fonseca lo ha affrontato con grande onestà intellettuale e si è messo definitivamente a posto con la propria coscienza.

Il tuo è un viaggio continuo alla ricerca delle radici, di riti tribali ed esoterismo, di miti e leggende ancestrali. Hai fatto un percorso prettamente musicale o hai subito una fascinazione anche culturale?
Sono partito dalla scoperta di quelle culture del sud del mondo, che mi affascinano da molto tempo. Poi ho cercato il linguaggio musicale giusto per raccontare queste ispirazioni. Ogni volta che faccio un nuovo disco, devo prima trovare l’idea che dia ispirazione al tutto e formi il concept che sta alla base. Poi inizia la fase di documentazione e ricerca di ispirazioni e subito dopo la stesura musicale.

Il tema portante del disco, almeno inizialmente, doveva essere il rapporto dell’uomo con la natura. Cosa ti ha spinto verso questa scelta e come lo hai approfondito?
Ho realizzato che abbiamo perso quella tendenza a sentirci legati agli altri esseri viventi. Ho letto molti spunti, tra cui alcuni trattati di biofilia che mi dessero maggiori input. Poi sono passato a varie letture sulle tradizioni tribali e i molti miti, leggende e costumi. Ho scoperto un mondo infinito e affascinante, fatto soprattutto di storie. Era proprio quello che cercavo in quel momento.

Quali di queste storie ti hanno colpito di più?
Indagando sulle credenze, per farti un esempio concreto, ho scoperto che la tribù dei Dogon in Mali credono nei Nommo, dei del cielo che possedevano conoscenze tecnologiche avanzate prima che queste stesse fossero rivelate nell’Occidente. Mi chiedo come abbiano fatto: è un mistero che mi affascina. Anche se è storicamente da provare.  

Go Dugong Curaro tour live maschere vestiti
Go Dugong ha realizzato anche le maschere e gli abiti per il tour di Curaro © Luca Orsi

Possiamo dire che questo è il tuo disco più suonato?
Decisamente. Questa volta ho fatto un percorso musicale diverso: ho scelto di usare pochissimi campioni, volendo invece immagazzinare i suoni originali per poi reinterpretarli a modo mio.

Le parti suonate sono comunque ispirate a dischi e musiche locali? Quali ti hanno maggiormente influenzato?
Sono ormai anni che ho a che fare con le musiche del mondo: già prima di Novanta – il mio disco precedente – ho iniziato ad interessarmi di cumbia, afrobeat, musica andina, brasiliana, molto dub e tanta psichedelìa. Ho scoperto musicisti contemporanei che hanno portato la propria tradizione locale nella musica di stampo occidentale.

In quale di questi luoghi sei stato fisicamente?
I più recenti viaggio li ho fatti in Marocco e in India, dove ho registrato molto materiale usato per un side project chiamato Furs, riutilizzato in parte anche in questo disco.

L’immaginario estetico di Curaro è molto significativo: cosa puoi dirci dei simboli della copertina?
La copertina è opera di un artista chiamato Dem, che si è ispirato ad alcuni simboli delle prime civiltà –  come ad esempio quello della fertilità – o altri elementi naturali e maschere tribali. Alcuni sono chiaramente inventati. L’obiettivo era creare un lavoro di fantasia, una sorta di geroglifico alieno mischiato con incisioni rupestri; una quadrato magico inventato che non si riferisce a nulla di realmente rituale.

Go Dugong Curaro artwork Dem
L’artwork del disco di Go Dugong Curaro è stato realizzato dall’artista Dem © Dem

Ascoltando il disco potremmo immaginarti come una specie di sciamano o di hippie metropolitano, invece tu sei un normalissimo ragazzo dal look street, semplice. Come avete creato le maschere e i vestiti che indossate nei live?
Sono costumi che ho realizzato io stesso con l’aiuto di mia madre, ispirandomi alla ricerca di Dem. Abbiamo lavorato con dei vestiti usati per creare tre creature fantasiose: metà bestia metà uomo, provenienti da altri mondi. Ci sono riferimenti a vere maschere tribali ma il grosso è frutto della nostra immaginazione.

Nel disco c’è un ritorno continuo di temi psichedelici: è la trasposizione musicale della pulsione delle civiltà verso l’infinito, la volontà di avvicinarsi agli dei o la fascinazione per gli alieni?
La mia musica è solo un grande viaggio con la fantasia. Non posso, e non voglio, parlare di spiritualità o divinità. Vorrei si ascoltasse Curaro come se fosse la colonna sonora di un documentario.

Curaro è un melting pot di culture diverse, seppur con una radice simile, perchè passiamo dall’Africa al Sudamerica arrivando alle Hawaii: dove hai trovato il centro di tutto e dove dobbiamo cercare la tua firma, il tuo marchio di fabbrica?
Al centro di tutto c’è il mio percorso di rielaborazione: ho voluto prendere alcuni spunti, per poi impastarli a mio modo, senza riferimenti troppo particolari. Qualche brano tende di più a un genere o all’altro, ma ovunque c’è un sapore world variopinto, non c’è mai una provenienza unica, ma un mix di tanti stili.

Sul disco c’è una collaborazione con Popolous. Con lui abbiamo recentemente parlato di appropriazione culturale indebita, il tema sempre più attuale di carpire in modo superficiale influenze da altre culture musicali. Che pensi al riguardo?
In Italia ancora viene affrontato in modo marginale, mentre in altri paesi è in primo piano e dovremmo farci molte domande a riguardo. Come ci rapportiamo con altre culture? Sono sincero e voglio ammettere di aver fatto alcuni errori in vita mia, che sono serviti a pormi alcuni interrogativi e -in alcuni casi- a rivedere poi il mio approccio.

A quali errori ti riferisci in particolare?
Per il disco Indian Furs ho messo insieme molti field recordings, ovvero suoni naturali registrati durante un viaggio in India. Ho registrato musicisti in strada, processioni, suoni urbani o naturali e non ho mai avuto alcun problema. Sono stato anche in Marocco e ho vissuto un’esperienza diversa: nella piazza del mercato a Marrakech registravo suoni con il mio microfono ambientale, interessato a catturare l’anima del luogo e del contesto, non le esibizioni dei suonatori di strada in sé. Sono stato inseguito da una persona che mi ha accusato di rubare la loro musica, di portare così via un pezzo dell’anima di quel popolo. Si era giustamente indispettito perché non mi ero presentato, non li avevo conosciuti e non avevo chiesto il permesso di registrarli, cosa che li avrebbe messi di umore diverso. La cosa poi si è risolta bene perché, scusandomi e spiegando per bene il mio progetto e le mie intenzioni, ha capito la mia buona fede. Da quel momento non ho più ripreso esibizioni musicali senza consenso e senza aver prima fatto conoscenza con chi avevo di fronte.

La tua è stata una leggerezza, ma poi hai riparato. Pensi che altri musicisti invece portino avanti queste pratiche abitualmente?
Vedo alcuni artisti che fanno lo stesso errore ma non si fanno troppe domande. La finalità può anche essere giusta, ma va condivisa. È importante fare cose belle, ma bisogna avere sempre un occhio etico. Io sono favorevole alla mescolanza, ma nel rispetto di tutti e cercando dove è possibile di restituire qualcosa.

Il tema è molto delicato e ovviamente non investe solo la musica.
Una recente sfilata di Gucci ha generato molte polemiche dopo aver fatto indossare a modelli bianchi occidentali elementi sacri di culture minori suscitando non poche polemiche. Credo che in generale non sia ben chiaro il concetto di cultura dominante nei confronti di quelle minoritarie. È qualcosa di ancora molto profondo e radicato: pensa ai paesi dell’Africa centrale che sono tuttora colonie francesi per via monetaria ed economica. Le differenze sociali ed economiche tra quei paesi e quelli occidentali sono reali ma c’è chi, anche se in buona fede, fa fatica a riconoscerlo.

Mi piacerebbe che ci raccontassi del progetto Over the Borders, di cui ho visto testimonianza su Facebook. Si tratta di un laboratorio di musica con ragazzi africani che chiedevano asilo in Italia. Che cosa puoi raccontarci di quella esperienza e qual è la tua visione dell’integrazione culturale nel nostro paese?
Sono stato chiamato da un’associazione per realizzare un laboratorio musicale con questi ragazzi. Ho avuto un approccio molto positivo, anche sapendo non sarebbe stato facile gestire una classe di trenta persone. L’idea iniziale era fare un mio disco con loro. In breve tutti i piani sono stati completamente rasi al suolo: erano tutti giovanissimi e i miei riferimenti per loro erano vecchi e obsoleti. Sono rimasto spiazzato e ho cambiato prospettiva: ho iniziato a conoscere i loro gusti, ad ascoltare le loro idee. Li ho aiutati a realizzare il loro disco e non il mio. Facendolo al meglio e in poco tempo. È stato un processo abbastanza faticoso, ogni giorno mi dedicavo a uno di loro per ore, erano tutti cantanti o quasi, ognuno con il suo brano, nessun professionista, ma tanta voglia di dire e fare. Mi sono così messo al loro servizio ed è nata una compilation di undici brani, che spaziano dal gospel al rap, fino alla trap. È ancora in cantiere, ma presto potrete ascoltarla.

Pensi che quella esperienza li abbia aiutati a integrarsi?
Penso che questo progetto li abbia aiutati ad inserirsi in maniera più semplice, abbiamo fatto alcuni spettacoli in giro nella zona ed è stato un successo. È venuta tanta gente, tutti ballavano, era una situazione super coinvolgente. Per me è stata un esperienza molto positiva, soprattutto dal punto di vista umano. Mi ha fatto conoscere il loro mondo attuale e con qualcuno l’amicizia è andata avanti.

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