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Nel cuore dell’Ecuador convivono lo sfruttamento delle risorse e la determinazione della guardia indigena e dei popoli che difendono la foresta come bene comune per l’intera umanità.
Nueva Loja non profuma di foresta. L’aria è satura di un odore acre, che non lascia respiro e che ti accompagna ad ogni passo. È l’odore del petrolio, quello stesso oro nero che ha cambiato per sempre il destino dell’Ecuador, dove ci troviamo, e che oggi continua a divorare l’Amazzonia e i suoi popoli.
Non è un caso se questa città, capitale della provincia di Sucumbíos che si trova alle porte della regione amazzonica settentrionale, sia conosciuta con un altro nome: lago Agrio, lago acido. Non si tratta di un toponimo poetico, ma del ricordo del primo pozzo perforato dalla Texaco nel 1967. Da lì in poi, la terra è stata trattata come una miniera senza fondo. Chevron, multinazionale americana del petrolio, e Petroecuador, l’azienda petrolifera statale dell’Ecuador, hanno proseguito su quella strada, lasciando cicatrici profonde nella foresta e nella vita di chi la abita.
Camminando lungo le strade che costeggiano i siti estrattivi, o inoltrandosi tra gli alberi secolari della foresta Amazzonica, è impossibile non notare le grandi torce di combustione, che bruciano il gas che viene rilasciato dagli impianti di lavorazione ed estrazione del petrolio greggio. I gas, anziché essere recuperati, vengono bruciati nell’ambiente creando una delle pratiche (conosciuta come gas flaring) più dannose del settore dei combustibili fossili e tra le principali responsabili delle emissioni di potenti gas serra.
Le fiamme alte e costanti sono attive giorno e notte, come fari silenziosi che segnalano la presenza dell’industria nel cuore della foresta. Il loro bagliore tinge il cielo di arancione anche quando cala il buio, e il crepitio del gas che arde accompagna il rumore dei generatori e dei macchinari.
L’atmosfera è sospesa tra naturale e artificiale: la vegetazione convive con colonne di fumo, l’odore di petrolio si mescola a quello umido della terra. Per chi non è abituato, la scena può sembrare surreale, distopica, ma per chi vive qui è la quotidianità.
Gli abitanti delle comunità raccontano quanto sia difficile convivere con quelle fiamme così vicine. Le torce si trovano spesso a poche decine di metri dalle abitazioni, e il calore, la luce e il fumo rendono la vita quasi insostenibile. “Non riusciamo a dormire la notte”, spiega una residente. “Il bagliore del fuoco che brucia è esasperante, e abbiamo costantemente la gola e gli occhi che bruciano”.
I locali le chiamano mecheros de la muerte, torce della morte. Nell’Amazzonia ecuadoriana se ne contano ancora quasi 500, bruciano giorno e notte i gas di scarto delle estrazioni. Non solo consumano l’aria, ma portano malattie: il decimo rapporto oncologico delle province di Sucumbíos e Orellana registra un aumento preoccupante dei tumori, con il 74 per cento dei casi tra le donne nel 2024.
Eppure, mentre i dati raccontano una tragedia lenta e costante, i corpi e le voci delle comunità ci ricordano cosa significhi resistere.
Qui vivono i Siona, i Cofán, gli Shuar, i Siekopai, gli Achuar e i Kichwa: popoli che custodiscono questo territorio in equilibrio con la foresta. Per loro, la terra non è una risorsa da consumare, ma un essere vivente con cui convivere. È la visione che i Quechua chiamano Sumak kawsay, il “vivere bene”, in armonia con ciò che ci circonda. Uno sguardo al mondo che stride con i rumori metallici delle trivelle e con i rifiuti tossici che galleggiano sui fiumi.
Ogni fuoriuscita di petrolio è una ferita nuova. Una delle ultime si è consumata il 4 agosto 2025, quando dal pozzo 16 della stazione Cuyabeno, nel blocco 58, gestito da Petroecuador, il greggio ha iniziato a colare lungo due chilometri di fiume. Pesci, uccelli, insetti: una catena di vita spazzata via in poche ore. Le comunità hanno denunciato l’assenza di barriere, di interventi immediati e di ogni forma di responsabilità. “Il petrolio continua a scendere a valle”, raccontano, “e presto raggiungerà la grande laguna di Cuyabeno”. Non è la prima volta. Nel 2024 le fuoriuscite sono state tre. Nel 2006, una delle peggiori contaminazioni della zona lasciò cicatrici ancora oggi visibili nelle acque.
Nonostante tutto, c’è chi non si arrende. Negli ultimi anni, in Ecuador si è diffusa e rafforzata la figura della Guardia indígena: donne e uomini che, dopo un percorso di formazione culturale, giuridica e spirituale, decidono di difendere i propri territori con la forza della comunità. Non portano armi, ma memoria, conoscenza, dignità.
La loro presenza è un segnale: l’Amazzonia non è una terra di nessuno, e chi la abita non è disposto a scomparire nel silenzio. La Guardia indigena è composta da giovani e anziani, donne e uomini che assumono un ruolo di custodi: presidiano i villaggi, controllano i confini del territorio, accompagnano le assemblee comunitarie e intervengono nei momenti di conflitto. Non sono milizie, ma guardiani della vita. La loro forza sta nel legame con la terra, nella conoscenza della foresta, nell’autorità che deriva dal consenso collettivo.
Al “Primo incontro nazionale della Guardia indigena Lasterio Lucitante”, tenutosi nel 2024, una delle Guardie ha raccontato: “Il ruolo delle guardie è stato spesso distorto e delegittimato, associandoli ingiustamente al terrorismo o al narcotraffico. Questa narrazione alimenta gravi rischi e rivela il razzismo strutturale dello Stato, insieme alla paura delle istituzioni di matrice coloniale”.
Il loro compito va oltre la difesa fisica: è anche una resistenza simbolica e culturale. La Confederazione delle nazionalità indigene dell’Ecuador (Conaie) definisce la Guardia indigena come una strategia di resistenza millenaria, collettiva e civile per difendere la vita dalle minacce ai propri territori.
La loro forza risiede nella spiritualità e nel mandato comunitario. “Il bastone, la lancia e l’atzial rappresentano la nostra autorità, simboleggiano il nostro operato e ci identificano”, racconta uno dei leader delle comunità. Accompagnati da canti e i rituali ancestrali, affermano che la foresta non è solo un insieme di risorse da sfruttare, ma un essere vivo che dà e chiede rispetto.
La nascita della Guardia indigena risponde a una necessità urgente: la violenza crescente legata all’estrazione mineraria, al narcotraffico e alla deforestazione illegale. Dove lo Stato è assente, corrotto o complice, queste comunità si auto-organizzano per garantire sicurezza e giustizia secondo i propri sistemi normativi. Per questo, la loro esistenza è anche un atto politico, una dichiarazione di autonomia e autodeterminazione.
Il referendum del 2023, che chiedeva lo stop alle trivellazioni nel Parco nazionale Yasuní e nel Chocó Andino, aveva acceso una speranza. La popolazione ecuadoriana aveva scelto la vita, la biodiversità, il futuro. Ma il governo ha rallentato, chiedendo proroghe, fondendo il ministero dell’Ambiente con quello dell’Energia per attrarre investimenti stranieri. Un gesto che ha il sapore di un tradimento.
Al centro delle azioni di lotta oltre alla Guardia indigena ci sono le comunità e le popolazioni locali che con determinazione si organizzano e si formano per attivare nuove forme di resistenza locale. Proteste, scioperi, querele contro lo Stato, campagne di sensibilizzazione e denuncia per proteggere i loro territori ancestrali. Ancora oggi luoghi e persone, custodi per secoli di tradizioni, culture e conoscenze, sono minacciati da un modello di sviluppo che, in nome del progresso, saccheggia risorse naturali, inquina i fiumi, l’aria, deforesta le montagne e compromette l’equilibrio ecologico.
Anche la cura emerge come elemento centrale, non limitandosi a sanare le ferite e le cicatrici fisiche, ma anche quelle spirituali, causate dal disprezzo e dall’oppressione delle culture indigene e locali. La cura come difesa del territorio e cura degli elementi e simboli che identificano e rappresentano la memoria ancestrale, culturale, spirituale e cosmogonica delle popolazioni native.
Che futuro ha questo processo di guarigione collettiva? Riuscirà a proteggere il territorio ferito?
Il contrasto tra estrattivismo e cura è oggi il fulcro di questa realtà: da una parte lo sfruttamento senza limiti delle risorse, dall’altra la determinazione di popoli che, nonostante le ferite, difendono la foresta come bene comune per l’intera umanità.
A Nueva Loja, intanto, la foresta continua a respirare a fatica. Gli alberi secolari convivono con i pozzi, i fiumi sacri scorrono con riflessi oleosi. Ogni passo racconta la tensione tra distruzione e resistenza. Ed è forse qui che si gioca il futuro dell’Ecuador: tra il rumore dei mecheros e i canti delle comunità indigene, tra il buio del petrolio e la luce di chi difende la foresta.
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