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La tempesta invernale negli Usa non è segno che il riscaldamento globale non esiste, come lasciano intendere i negazionismi climatici.
Sono almeno 49 le persone morte a causa della tempesta invernale che da giorni ormai imperversa sugli Stati Uniti. Si tratta, secondo quanto riportato dalla Cbs di decessi attribuibili direttamente all’ondata di freddo glaciale, tra ipotermie, incidenti stradali o ancora attacchi cardiaci. In altri 24 casi si sta valutando il legame con l’evento meteorologico estremo. In alcune regioni del Minnesota, in particolare, le colonnine di mercurio sono scese fino a -40 gradi centigradi, ma anche nel resto del territorio americano spesso si è arrivati a parecchi gradi sotto lo zero. Al contempo, la neve è scesa in moltissimi stati, raggiungendo parecchie decine di centimetri (60, ad esempio, in Colorado). Con almeno 800mila persone private dell’energia elettrica.
Quale occasione migliore per dare fiato alle trombe dei negazionismi climatici? Il loro capostipite, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump si è immediatamente lanciato all’attacco, con un post pubblicato sul suo social network Truth nel quale ha scritto: “Qualcuno tra gli ambientalisti insurrezionalisti potrebbe spiegarmi per favore cosa è successo al riscaldamento climatico?”.
È la solita argomentazione climatoscettica https://www.lifegate.it/spallata-trump-normative-clima-epa priva di ogni fondamento scientifico, che confonde meteorologia e climatologia, ma che evidentemente fa presa ancora su milioni di cittadini americani (e non solo). Per questo, è bene smontarla alla radice, dati alla mano.
Partiamo allora dalle definizioni: la meteorologia descrive fenomeni a breve termine, mentre la climatologia studia tendenze sul lungo e lunghissimo periodo. La stessa trasposizione grafica dell’aumento della temperatura media globale, non è perfettamente lineare. Ci sono stati anni un po’ meno caldi e anni che lo sono stati di più. Ma la tendenza è chiara, netta, alla portata di tutti (ma non, evidentemente, del presidente Trump e di chi gli dà credito).
Malgrado i valori particolarmente estremi dell’attuale tempesta invernale, le ondate di freddo negli Stati Uniti stanno diventando via via meno frequenti, meno lunghe e meno intense. Anche in questo caso, si tratta di una tendenza di lungo periodo che non può essere in alcun modo contestata, a patto di essere in buona fede. Tra il 1970 e il 2021, la durata degli episodi di questo genere è scesa in media di sei giorni nel 97 per cento di 244 località statunitensi oggetto di uno studio curato dall’organizzazione non governativa Climate Central.
Nello stesso periodo di riferimento, inoltre, in media la temperatura minima annuale è aumentata di più di 2 gradi centigradi. I record di caldo, inoltre, superano quelli di freddo nella stragrande maggioranza delle città americane. In altre parole: un mondo afflitto dal riscaldamento globale prodotto dalle attività umane non significa assenza di ondate di freddo, ma una rarefazione delle stesse.
C’è tra l’altro da aggiungere il fatto che un eventuale blocco della corrente del Golfo, che garantisce temperature miti in Europa, potrebbe provocare valori nettamente più bassi in futuro. Si tratta di una dinamica probabilmente controintuitiva ma, ancora una volta, per nulla slegata dai cambiamenti climatici in atto.
Non solo: alcuni scienziati hanno spiegato anche che le discese di aria glaciale artica possono, paradossalmente, essere favorite dal riscaldamento globale. Anche la tempesta attuale è infatti dovuta a una deformazione del vortice polare. Si tratta di una bassa pressione presente in quota in modo semi-permanente al di sopra del Polo nord, e che per questo “trattiene” l’aria gelida nella zona. In alcuni casi, però, si verificano delle ondulazioni che possono “liberare” alcune gocce gelide di aria che, a quel punto, si può propagare verso le latitudini meno settentrionali.
L’ipotesi avanzata dagli esperti è che il riscaldamento dell’Artico, che è più rapido rispetto alla media del resto del Pianeta, assieme alla riduzione della calotta glaciale possa modificare le correnti polari, facilitando in alcune situazioni gli “sconfinamenti” verso Sud di aria glaciale. Proprio come accade in questo momento negli Stati Uniti.
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