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La polizia di Hong Kong ha arrestato cinque persone che lavoravano in due librerie indipendenti invocando la “sicurezza nazionale”. Prima era toccato ad altre librerie.
La repressione delle autorità cinesi contro le librerie indipendenti di Hong Kong è sempre più dura. Il 15 luglio, proprio il giorno dell’inaugurazione della Fiera del Libro locale, cinque persone che lavoravano nelle librerie Greenfield Book Store e Have A Nice Stay sono state arrestate con l’accusa di vendita di libri sovversivi. Era già successo nei mesi scorsi ma in realtà è da anni che le librerie indipendenti devono farsi carico di controlli fiscali opprimenti, ordini di chiusura e arresti dei propri dipendenti.
Le autorità locali usano le leggi sulla sicurezza nazionale per ostacolare la diffusione di libri critici nei confronti del regime cinese. Ma l’ultima tornata repressiva ha innescato un moto di solidarietà internazionale senza precedenti.
Il 15 luglio a Hong Kong è iniziata la Fiera del Libro, una rassegna culturale che attira ogni anno centinaia di migliaia di visitatori. Da ormai diversi anni le librerie indipendenti della città vengono escluse dalla kermesse, una forma di censura che ha preso piede dopo le proteste di piazza scoppiate nel 2019 e che ha portato, nel 2024, all’approvazione di una legge sulla sicurezza nazionale che tra le altre cose ha colpito anche l’industria della cultura.
Quest’anno tra le librerie escluse dalla Fiera del Libro c’erano anche la Greenfield Book Store e la Have A Nice Stay, ma la repressione non si è fermata qui. Proprio il 15 luglio, mentre si aprivano le porte della Fiera, la polizia ha fatto irruzione nelle due librerie, sequestrato diversi scatoloni di libri e arrestato cinque persone che lavoravano al loro interno. L’accusa è di aver esposto e venduto materiale sedizioso ma non sono stati dati dettagli ulteriori su quali libri costituissero un problema. Una ricostruzione del Guardian fa riferimento al testo “Let Only Red Flowers Bloom: Identity and Belonging in Xi Jinping’s China”, scritto dalla giornalista di NPR Emily Feng e focalizzato sulla repressione del regime cinese, con un capitolo dedicato proprio alla persecuzione contro il librario di Hong Kong, poi fuggito a Taiwan, Lam Wing-kee.
In un comunicato, la polizia parla di pubblicazioni che “incitano all’odio contro il governo cittadino, la magistratura e le forze dell’ordine”. Il responsabile della sicurezza cittadina, Chris Tang, ha dichiarato che “se sei un libraio, hai la responsabilità di garantire che i libri che vendi non mettano in pericolo la sicurezza nazionale” e ha paragonato i librai ai venditori di generi alimentari che devono garantire che i prodotti che vendono “non contengano veleno”.
Lo scorso giugno le autorità cinesi di Hong Kong avevano arrestato Leticia Wong, della libreria Hunter Bookstore. A marzo era invece toccato a Pong Yat-ming, della libreria Book Punch. Per entrambi l’accusa era stata quella di sedizione e il libro esposto e venduto incriminato sarebbe stato la biografia di Jimmy Lai, attivista in primo piano nelle proteste del 2019, fondatore del giornale indipendente Apple Daily chiuso dalle autorità nel 2021 e oggi in carcere con una condanna di venti anni sulla base della legge per la sicurezza nazionale.
Proprio Apple Daily nel 2015 aveva pubblicato un’inchiesta che rivelava come le autorità cinesi controllassero le tre principali librerie di Hong Kong e l’80 per cento del mercato editoriale della città. Sempre quell’anno cinque persone legate a una libreria indipendente, che avevano lavorato a un libro sulla vita di Xi Jinping, furono arrestate e passarono diversi mesi in carcere. Tra questi c’era anche Lam Wing-kee, il libraio poi fuggito a Taiwan.
Come sottolinea l’organizzazione non governativa Human Rights Watch, dalla fine del 2023 le autorità cinesi hanno imposto controlli fiscali ad almeno sei librerie indipendenti mentre proprio quest’anno i tribunali hanno multato le librerie Pong e Book Punch. Altre librerie hanno invece chiuso. È successo nel 2024 alla libreria Mount Zero Books, che da tempo viveva sotto il fuoco incrociato di lettere di diffida da parte di enti governativi e denunce anonime. Stava per succedere alla libreria Have a Nice Stay, che prima del blitz di polizia del 15 luglio aveva già annunciato la chiusura dell’attività nel giro di poche settimane, citando proprio le difficoltà di orientamento tra i paletti posti dalla legge sulla sicurezza nazionale.
“I crescenti attacchi contro le librerie indipendenti di Hong Kong mettono in luce la terrificante realtà di ciò che la città è diventata: un luogo in cui si può essere criminalizzati semplicemente per ciò che si ha sugli scaffali”, ha denunciato Sarah Brooks, vicedirettrice regionale di Amnesty International, che ha aggiunto che le autorità di Hong Kong devono smettere di usare le leggi sulla sicurezza nazionale e sulla sedizione per criminalizzare il pacifico esercizio dei diritti umani e garantire che chiunque a Hong Kong possa accedere, pubblicare e condividere idee senza timore di essere arrestato.
La notizia degli arresti è però uscita dai confini della città e della Cina ed è arrivata a Taiwan, territorio autogovernato su cui Pechino rivendica il controllo da decenni. Una delle donne arrestate nella libreria Have a Nice Stay è stata immortalata mentre veniva scortata fuori dal locale con la maglia “Sono una dipendente di una libreria”. Ora quella stessa maglia è diventata molto diffusa a Taiwan con tanto di hashtag virale sui social network. Le librerie di Taipei hanno visto un boom di acquisti dei libri sottoposti alla censura cinese e oggetto delle accuse di sedizione per i librai di Hong Kong tanto che è stata chiesta la ristampa. Durante un intervento pubblico, il parlamentare Wu Pei-yi del Partito Progressista Democratico (DPP), che si trova attualmente al governo, ha anche accusato la Cina di “bruciare i libri”.
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