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Da oltre due mesi migliaia di persone in Albania protestano contro un progetto turistico nella laguna di Narta. Ne parliamo con Besjana Guri.
Da più di due mesi in Albania migliaia di persone scendono in piazza per protestare contro un progetto turistico previsto nella laguna di Narta, un’area protetta sulla costa adriatica. La mobilitazione è iniziata alla fine di maggio, dopo l’installazione di una recinzione nell’area di Zvërnec. Con il passare delle settimane, alle richieste per la tutela della laguna si sono affiancate rivendicazioni più ampie sul modello di sviluppo del paese e sul rapporto tra cittadini e istituzioni.
Al centro della protesta c’è un ecosistema di dune, zone umide e lagune collegato al delta della Vjosa, il grande fiume selvaggio dell’Albania. L’area ospita oltre 200 specie di uccelli, tra cui i fenicotteri, ed è uno dei più importanti corridoi ecologici del Mediterraneo per gli uccelli migratori.
Per capire come e perché sono nate le proteste abbiamo parlato con Besjana Guri. Da oltre tredici anni impegnata nella conservazione del grande fiume albanese, prima con EcoAlbania e oggi con l’associazione LUMI, nel 2025 ha ricevuto insieme a Olsi Nika il Goldman Environmental Prize per il ruolo svolto nella campagna che ha portato all’istituzione del Parco nazionale del fiume selvaggio della Vjosa. LifeGate ha raccontato questi luoghi attraverso l’audiodocumentario Vjosa. L’ultimo fiume selvaggio d’Europa, realizzato insieme a CESVI.
In questa intervista, Besjana Guri ripercorre le origini della protesta, spiega perché il delta della Vjosa rappresenta il naturale completamento del Parco nazionale, quali sono oggi le richieste delle proteste e cosa aspettarci in futuro.
È iniziato all’inizio di maggio. Il primo elemento è stato la recinzione dell’area destinata al progetto. È stata una sorpresa, perché non sapevamo che sarebbe successo, né che lì sarebbe stata costruita una recinzione. Del progetto avevamo già sentito parlare e da più di due anni stavamo esprimendo le nostre preoccupazioni, perché inizialmente l’azienda aveva annunciato pubblicamente l’intenzione di costruire un resort turistico sull’isola di Sazan. Poi il primo ministro ha pubblicato sui social alcuni contenuti per promuovere questo sviluppo. Poco dopo abbiamo visto i rendering del progetto e ci siamo resi conto che non riguardava solo Sazan, ma anche la spiaggia di Zvërnec, che si trova di fronte all’isola, nell’area del delta della Vjosa.
Ripensandoci, abbiamo capito il perché. L’isola di Sazan è disabitata, non dispone di acqua dolce e ha una spiaggia molto piccola. Se davvero si vuole costruire un resort di quelle dimensioni, serve molto più spazio. Per questo è stata individuata anche la spiaggia di Zvërnec: circa sette chilometri di costa e circa 600 ettari di superficie. Anche se da tempo esprimevamo le nostre preoccupazioni, non siamo mai stati coinvolti in incontri di consultazione, discussioni o momenti ufficiali di informazione. Tutto è cambiato quando abbiamo visto comparire la recinzione. È stata installata alla fine di aprile e, nel giro di una settimana, ci siamo organizzati per una prima protesta insieme ad alcune organizzazioni ambientaliste. Tra queste c’era Pinea, che lavora da molti anni nell’area, e Aos, specializzata nella tutela degli uccelli. Anch’io ho partecipato con Lumi, perché naturalmente questo rientra nel nostro ambito di lavoro. Tutti erano molto preoccupati: chi conosceva il progetto aveva già compreso i rischi. La prima manifestazione si è svolta davanti alla recinzione. Chiedevamo che venisse rimossa, maggiore trasparenza e più informazioni sul progetto. Abbiamo cercato di dare visibilità alla vicenda, ma i media albanesi non ne parlavano.
Il problema principale riguarda la legge sulle aree protette, modificata nel 2024. Le organizzazioni ambientaliste albanesi si erano opposte a quella riforma, arrivando anche a presentare un ricorso alla Corte costituzionale, che però non è andato a buon fine. Avevamo previsto quali sarebbero potute essere le conseguenze se quella legge fosse entrata in vigore e quello che sta succedendo oggi ne è, secondo noi, la dimostrazione. Le modifiche introdotte facilitano questo tipo di interventi e, di fatto, li rendono possibili anche all’interno delle aree protette. Se vengono seguite tutte le procedure previste, possono essere autorizzati. La nuova legge consente infatti la realizzazione di resort turistici e delle infrastrutture collegate agli hotel a cinque stelle anche nei parchi nazionali. La normativa precedente, invece, non permetteva questo tipo di sviluppo nelle aree protette.
Un altro cambiamento che consideriamo rischioso riguarda l’eliminazione della suddivisione in zone (zoning). Normalmente le aree protette sono suddivise in zone con diversi livelli di tutela, in modo da garantirne una gestione adeguata. A seconda della zona, sono stabilite le attività consentite. Con l’eliminazione di questa distinzione dalla legge, diventa possibile intervenire nelle aree protette con le stesse modalità ovunque, oppure attraverso una decisione speciale del Consiglio nazionale del territorio. Nel caso di questo progetto, quello previsto da Kushner, da quanto sappiamo dovrebbe essere realizzato nell’area centrale della zona protetta, che secondo la zonizzazione precedente era quella con il livello di tutela più elevato. Sono queste le nostre principali preoccupazioni rispetto alla legge.
Per noi il delta è sempre stato una priorità. Fin dall’inizio avevamo chiesto che fosse incluso nel Parco nazionale, ma le istituzioni non lo hanno fatto. Oggi vediamo quali possono essere state le ragioni di quella scelta. Non c’è soltanto il progetto previsto a Zvërnec: ci sono anche altri progetti di sviluppo turistico. Vengono definiti resort turistici, ma in realtà si tratta di interventi di urbanizzazione. Non parliamo solo di alberghi, ma anche di abitazioni e di edifici fino a dieci piani. Progetti di questo tipo sono previsti in diverse parti del delta della Vjosa. Per questo diciamo che, se una volta abbiamo ottenuto il Parco nazionale, oggi dobbiamo vincere un’altra battaglia: quella per il delta. Il nostro obiettivo finale sarebbe includere anche il delta all’interno del Parco nazionale. Per noi il fiume e il delta non sono due realtà separate. Costituiscono un unico ecosistema. Dal punto di vista ecologico hanno lo stesso valore e meritano lo stesso livello di protezione.
All’epoca era la soluzione più semplice da realizzare, perché il territorio interessato è molto esteso e lungo il corso della Vjosa si trovano città e villaggi. Sarebbe stato molto più complesso istituire fin da subito un’area ancora più ampia. Fin dall’inizio, però, avevamo discusso con il ministro dell’idea di procedere in due fasi. Prima dichiarare parco nazionale il fiume e il suo alveo attivo (proponendo già allora di includere anche il delta) e successivamente ampliare il parco, includendo altri affluenti dopo ulteriori valutazioni. Le pressioni sul fiume possono arrivare anche dall’esterno, perché gli impatti sulla qualità dell’acqua dipendono anche da quello che succede nelle aree circostanti.
La mia esperienza nella valle della Vjosa è lunga. Da oltre tredici anni sono impegnata nella campagna per la tutela della Vjosa, la Blue Heart Campaign. In passato sono stata tra i fondatori di EcoAlbania e ci ho lavorato fino all’anno scorso. Oggi ho fondato una nuova organizzazione, che si chiama LUMI, che nella nostra lingua significa “fiume“. L’obiettivo è concentrarsi maggiormente sulla tutela dei fiumi, non solo della Vjosa, e coinvolgere sempre più donne e giovani nella protezione della natura. È un’organizzazione piccola. Al momento sono io a portare avanti la maggior parte del lavoro, grazie all’esperienza e alla rete di contatti costruite in questi anni.
L’anno scorso ho ricevuto il Goldman Environmental Prize. È stato un grande incoraggiamento e mi ha dato la motivazione per fondare questa nuova organizzazione. Mi sono resa conto che, senza averlo pianificato, ero diventata un punto di riferimento per molte donne e per molti giovani attivisti. Ho pensato che fosse il momento giusto per continuare a ispirare altre persone e proseguire in questa direzione. Con LUMI continuiamo naturalmente a lavorare sulla Vjosa. Per me ormai la Vjosa è una missione di vita. Non è mai stata semplicemente un progetto. Abbiamo combattuto a lungo contro la costruzione delle centrali idroelettriche. Siamo riusciti a fermare 45 progetti lungo tutta la valle e a ottenere l’istituzione del primo parco nazionale dedicato a un fiume selvaggio in Europa. È stato un risultato enorme, ma il nostro lavoro non è finito, perché restano ancora aperte diverse questioni, a partire dal delta.
Dopo l’istituzione del Parco nazionale è aumentata molto la promozione turistica del territorio e oggi arrivano molti più visitatori. Anche le comunità locali sono interessate a sviluppare attività turistiche e a costruire alberghi intorno al parco. Il turismo è diventato una priorità per il governo. In passato si parlava soprattutto di produzione di energia, oggi tutto ruota intorno al turismo. Il problema è che, quando ci si concentra su un solo obiettivo, si rischia di trascurare tutto il resto. È quello che, secondo me, sta accadendo oggi in Albania. Si punta a fare del paese una destinazione turistica sempre più importante, ma allo stesso tempo si mettono in secondo piano altri temi, come l’agricoltura, l’istruzione e molti altri problemi. Credo che sia anche per questo che oggi così tante persone scendono in piazza. La protesta nasce da molte preoccupazioni accumulate nel tempo. A un certo punto il vaso si riempie e trabocca.
La prima manifestazione a Tirana si è svolta il 31 maggio. Io sono presente dal primo giorno e continuo a partecipare ogni giorno. È stato sorprendente vedere quanto rapidamente sia cresciuta. Oggi la protesta è diventata qualcosa di più della sola tutela dell’area di Vjosa-Narta. Riguarda la natura albanese nel suo complesso e, sempre di più, si è trasformata anche in una richiesta di cambiamento del sistema politico. Molte persone non hanno più fiducia nel fatto che il governo possa fare ciò che è meglio per il paese.
Ricordo ancora il primo giorno a Tirana. Sono rimasta sorpresa nel vedere così tante persone a una manifestazione spontanea, organizzata dal basso. È stata una vera reazione civica. Mi sono rivolta ai partecipanti dicendo che quello che stava accadendo era straordinario e che, se avessimo continuato così, avremmo potuto vincere questa battaglia. Il messaggio principale era: “L’Albania non è in vendita”.
Il numero dei partecipanti raddoppiava ogni giorno. Si sono uniti sempre più giovani e studenti. Ho avuto la sensazione che le persone stessero ritrovando speranza. In Albania, dopo molte proteste finite senza risultati, molti avevano perso fiducia nella possibilità di cambiare le cose. Dopo tanto tempo di apatia e di sfiducia verso la capacità delle istituzioni di ascoltare i cittadini, qualcosa stava cambiando.
Anche la diaspora albanese ha iniziato a mobilitarsi. Gli albanesi che vivono all’estero hanno saputo di quello che stava accadendo e si sono organizzati. È stato un grande impulso per la protesta e una motivazione importante.
Finora, a parte la rimozione della recinzione, non abbiamo visto alcun segnale da parte del governo che faccia pensare a un passo indietro sul progetto. Il primo ministro è la persona che comunica più di tutti sul progetto e sulle proteste e continua a ripetere che il resort sarà costruito. Ora sostiene che ascolterà le richieste degli ambientalisti e che farà in modo di non danneggiare i fenicotteri e l’ambiente. Noi però non crediamo che queste due cose possano convivere.
Il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione che per noi ha rappresentato un sostegno molto importante. Nel testo si chiede innanzitutto di modificare la legge sulle aree protette. Inoltre si invita a sospendere il progetto e a non rilasciare nuovi permessi. Infine viene proposta una moratoria sulla costruzione di resort turistici nelle aree protette. Sappiamo che questa risoluzione non è giuridicamente vincolante per il governo albanese, ma potrebbe avere conseguenze nel percorso di adesione dell’Albania all’Unione europea. Il capitolo 27, dedicato all’ambiente, è già aperto e la normativa sulle aree protette rientra tra gli elementi valutati. Se il governo non modificherà la legge e non introdurrà una moratoria per questo tipo di interventi nelle aree protette, la chiusura di quel capitolo potrebbe essere rinviata, con conseguenze sul processo di adesione. Per noi questa rappresenta una forma di pressione importante. Speriamo che anche altri paesi possano esprimersi nella stessa direzione.
Quello che stiamo vedendo oggi in Albania, più che turismo, sono progetti immobiliari. Non si può dire di sviluppare il turismo se si costruiscono due alberghi e cento abitazioni. A quel punto non si tratta più di turismo. È come occupare un luogo: arrivano persone da fuori, costruiscono quello che vogliono e poi se ne vanno. Inoltre molte delle abitazioni che vengono realizzate non sono destinate agli albanesi. I prezzi sono troppo elevati e gli acquirenti arrivano soprattutto dall’estero. Alla fine non si sta pensando alle persone che vivono qui.
Per questo la nostra richiesta è molto chiara: chiediamo che il progetto venga cancellato, soprattutto perché riguarda un’area protetta. Noi non siamo contrari allo sviluppo. Non entriamo nella discussione su chi siano gli investitori stranieri o su altri aspetti di questo tipo. A noi interessa che vengano rispettate le leggi, che siano tutelate le aree protette e che investimenti di questo genere siano pianificati in modo trasparente. Personalmente non credo che il governo abbia intenzione di fare un passo indietro o di cambiare posizione. Ma noi continueremo. Continueremo a portare avanti questa battaglia.
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