Il caffè in cialde è buono, ma bisogna renderlo sostenibile

È uno dei settori più in crescita, ma anche uno di quelli che hanno un grande impatto sull’ambiente. Parliamo di caffè in cialde e del loro smaltimento.

“In cialde” è uno dei modi più diffusi al mondo per gustare il caffè. Perché è buono, pratico e facile da preparare a casa come nei locali che si occupano di ristorazione. Per la prima volta in Europa lo scorso anno la vendita delle macchinette che funzionano con le cialde di plastica o di alluminio ha superato quella delle caffettiere, della moka. Negli Stati Uniti la vendita delle macchinette a capsule è aumentata di sei volte tra il 2008 e il 2013 passando da 1,8 milioni a 11,6 milioni.

 

Nestlé ha dichiarato di aver venduto 27 miliardi di cialde in alluminio nel 2012 e pensa che le vendite potrebbero aumentare anche del 30 per cento nel prossimo futuro. Una popolarità che però non si sposa bene con il rispetto dell’ambiente. La gran parte delle cialde prodotte nel mondo, infatti, è fatta di plastica non riciclabile. Un dato che ha fatto dire a Martin Bourque, direttore della ong Ecology center di Berkeley che il caffè migliore per l’ambiente è quello “prodotto in grandi quantità, bevuto in tazze che si possono lavare e riusare migliaia di volte e il cui fondo va a finire nei rifiuti organici. Il peggiore è quello in cialde”.

 

Esistono però dei tentativi di raccolta e recupero delle capsule in grado di ridurre l’impatto sull’ambiente. Ecolaboration è un progetto internazionale di Nespresso nato per offrire ai clienti la possibilità di riportarle dove sono state acquistate per essere riciclate. In Italia Ecolaboration è in collaborazione con il Consorzio imballaggi alluminio (Cial). Al progetto (come funziona è spiegato nel video qui sopra) hanno aderito 30 negozi in 20 città italiane. L’alluminio è un materiale che può essere riciclato all’infinito consentendo un enorme risparmio di energia e materia prima. Nel 2013 le tonnellate di alluminio raccolte sono state 299, in aumento del 76 per cento rispetto al 2012.

 

È solo il primo passo per rendere il settore più sostenibile, ma se non si conosce nemmeno questa possibilità di fare qualcosa di utile, diventa difficile raggiungere risultati concreti.

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