“I social network creano dipendenza”: Meta e Google condannate negli Stati Uniti

Meta e Google sono state condannate per i contenuti e l’architettura di social network e piattaforme come Instagram e YouTube.

Sono due sentenze storiche quelle che hanno portato ad altrettante condanne per Meta e Google, aziende proprietarie di social network e piattaforme ultra-note come Facebook, Instagram e YouTube. Nel mirino dei giudici la loro responsabilità nell’aver messo di fatto in pericolo i più giovani, esponendoli a strumenti pensati, studiati e affinati allo scopo di sviluppare dipendenza dalle applicazioni in questione. Anteponendo i profitti alla sicurezza degli utenti.

La prima condanna nel New Mexico: chiesto un maxi-risarcimento da 375 milioni di dollari

Si tratta di un fatto ormai sostanzialmente acclarato: gli algoritmi che governano i social network sono concepiti proprio a tale scopo e comportano problemi e impatti oggetto ormai di numerosi studi. Fatalmente, il metodo “attecchisce” inoltre più facilmente nei soggetti che – per età, per scarsa esperienza o per qualsiasi altra ragione – risultano essere più vulnerabili. Gli adolescenti, le persone meno istruite o ancora coloro che sono affetti da difficoltà cognitive, solo per citare alcuni esempi. Un sistema che, secondo i giudici, rappresenta per questo un evidente pericolo. Che Meta e Google non soltanto continuano ad utilizzare ma che hanno anche tentato di nascondere, dissimulare.

La prima condanna è arrivata il 24 marzo. A pronunciarla è stato un tribunale di Santa Fe, nel New Mexico, che ha chiesto all’azienda controllata da Mark Zuckerberg (e che oltre a Facebook e Instagram è proprietaria anche di WhatsApp) di versare una multa straordinariamente elevata, pari a 375 milioni di dollari (circa 322 milioni di euro) nell’ambito di un processo nel quale è stata accusata di aver messo in pericolo in particolare gli utenti minorenni.

L’indagine nel New Mexico: agenti hanno aperto falsi account fingendosi minorenni

L’azione legale era stata avviata nel 2023. Il procuratore generale che l’ha curata, Raul Torrez, si è basato su un’indagine effettuata dallo stato del New Mexico, nel corso della quale alcuni agenti hanno creato falsi account sui social network, fingendosi minorenni, al fine di monitorare e documentare le “sollecitazioni a sfondo sessuale” così come le attività di moderazione dei contenuti da parte delle piattaforme.

“Il verdetto costituisce una vittoria storica per tutti i bambini e per tutte le famiglie che hanno pagato il prezzo della scelta di Meta di anteporre i prodotti alla sicurezza degli utenti – ha dichiarato Torrez -. Oggi, i giudici si sono schierati al fianco delle famiglie, degli insegnanti e degli esperti nell’affermare che tutto ciò è inaccettabile”. Da parte sua, invece, l’azienda si è limitata ad affermare attraverso un portavoce di essere “rispettosamente in disaccordo con il giudizio”. E, non contenta, ha annunciato che presenterà un ricorso in appello.

Accolta nel merito la tesi della pubblica accusa: Meta sapeva ma non ha reso noti i rischi

I 375 milioni di dollari che Meta è stata condannata a pagare rappresentano in ogni caso solo una frazione di ciò che la procura aveva richiesto, ovvero 2,1 miliardi di dollari tra risarcimento danni e interessi. Benché le cifre siano differenti, però, i giudici hanno accolto nel merito la tesi della pubblica accusa, concludendo che la società di Zuckerberg ha violato le leggi sulla protezione dei consumatori omettendo di rendere noti i rischi legati all’uso delle sue piattaforme da parte di persone vulnerabili, in particolare minorenni. Non solo: per i giudici, Meta avrebbe di proposito dissimulato ciò che sapeva in merito ai pericoli legati all’esposizione a contenuti sessuali e alle relative conseguenze sulla salute mentale.

Il secondo giudizio è arrivato invece da un tribunale di Los Angeles, in California. In questo caso, dal punto di vista pecuniario, per Meta e per Alphabet (società proprietaria di YouTube e legata a Google, che era al suo fianco sul banco degli imputati) il verdetto è stato meno oneroso ma perfino più pesante dal punto di vista del merito.

Nel secondo giudizio condannate sia Meta che Alphabet (Google): interrogato Zuckerberg, analizzati gli algoritmi e documenti interni

Le due aziende sono state condannate a pagare infatti 6 milioni di dollari (circa 5,2 milioni di euro) a una giovane che aveva fatto loro causa. Kaley G.M. aveva sviluppato una forma di dipendenza da YouTube a partire dall’età di sei anni. Quindi, a nove anni, aveva creato di nascosto un account su Instagram. L’uso delle piattaforme è stato ritenuto responsabile di aver rafforzato uno stato depressivo, problemi legati alla percezione del suo aspetto e perfino istinti suicidari.

smartphone social network
I social network sono studiati per far rimanere il più possibile online gli utenti, nonostante il rischio di creare dipendenze soprattutto tra i soggetti più vulnerabili © Social Cut Unsplash

“Ogni volta che cercavo di pormi dei limiti, non ci riuscivo. Non riuscivo proprio a distaccarmi. Sentivo il bisogno di utilizzare continuativamente quelle piattaforme, e se non lo facevo avevo la sensazione di lasciarmi sfuggire qualcosa”, ha dichiarato la giovane al tribunale. Ovviamente, la difesa ha tentato di sottolineare l’incidenza dei problemi personali della bambina, ma senza successo.

Ora i colossi dei social network rischiano un’ondata di processi

L’analisi da parte dei giudici è stata però particolarmente accurata, andando ben al di là del caso specifico di Kaley. Lo stesso Zuckerberg è stato ascoltato dalla corte, che ha cercato di comprendere in che modo funzionino davvero gli algoritmi che scelgono il modo e la tipologia di contenuti che vengono proposti a ciascun utente. E ha anche preso visione di numerosi documenti interni di Meta e Alphabet. Il risultato è stato, appunto, la condanna di entrambe le aziende. Mentre altri due social molto utilizzati soprattutto dai giovani, TikTok e Snapchat, hanno preferito la via stragiudiziale, accettando di pagare un indennizzo (del quale non si conosce l’ammontare) a Kaley, pur di evitare il processo.

In questo secondo giudizio, in particolare, non sono tanto i contenuti ad essere messi in discussione ma il funzionamento stesso delle piattaforme, la loro architettura. La moltiplicazione scientificamente studiata delle funzionalità. Lo scroll infinito, il fatto che i video partano in automatico, i filtri estetici e numerose altre caratteristiche. Per questo, la sentenza rischia di rappresentare per Meta e le altre aziende del settore un punto di svolta per altri processi: la sentenza californiana potrebbe fare “giurisprudenza”.

A giugno, ad esempio, è atteso un altro importante giudizio a Oakland, in California, che vede alla sbarra Meta, Google, TikTok e Snapchat. A citarli sono stati oltre mille istituti scolastici, che lamentano l’emergere di una sorta di epidemia di problemi di salute mentale tra i ragazzi, esacerbati proprio dalla dipendenza dall’uso dei social network.

Siamo anche su WhatsApp. Segui il canale ufficiale LifeGate per restare aggiornata, aggiornato sulle ultime notizie e sulle nostre attività.

Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 4.0 Internazionale.

L'autenticità di questa notizia è certificata in blockchain. Scopri di più
Articoli correlati
Gli ultimi nomadi dell’India

Il futuro dei nomadi dell’India, i Fakirani Jat e i Rabari, è incerto. Tra tensioni geopolitiche e un clima che cambia, il patrimonio antropologico delle popolazioni nomadi è a rischio.