Diritti umani

Io ero il campione. I 10 momenti più significativi della vita di Muhammad Ali

Una vita di sfide, di lotte, di coraggio. Muhammad Ali entra nella leggenda con un’epica serie di incontri, non solo sul ring. Un racconto per immagini di una vita tra sbruffonerie e impegno umanitario.

Muhammad Ali, una vita per immagini

“I am the greatest” è una delle frasi che Muhammad Ali ripeteva con più foga: “quando si è grandi come lo sono io, è difficile essere modesti”, dichiarava, provocatore, esuberante, tracotante e, soprattutto, velocissimo e imbattibile sul ring grazie a un gioco di gambe che lo rendeva simile a un ballerino nonostante la potenza dei suoi quasi cento chili e 191 cm di altezza.

La vita del “più grande” – nato Cassius Marcellus Clay a Louisville il 17 gennaio 1942 – come s’è sempre autodefinito senza paura, è fatta di innumerevoli incontri, innumerevoli sfide, innumerevoli momenti capaci di infuocare l’immaginazione di tutti. La leggenda di Muhammad Ali è stata e forse rimarrà per sempre la più grande. Proprio come lui.

1960: medaglia d’oro alle Olimpiadi

Cassius Clay vince la medaglia d’oro alle Olimpiadi estive del 1960 a Roma. Poco dopo il suo ritorno negli States gli viene rifiutato il servizio in un ristorante “per soli bianchi”. Per la rabbia, racconta, scaglia la medaglia nel fiume Ohio (anche se alcuni del suo entourage dicono che potrebbe non esser vero). A ogni buon conto, ad Atlanta nel 1996, quando ha portato la torcia, gli è stata consegnata una medaglia sostitutiva.
Clay è diventato professionista dopo queste Olimpiadi. Più in là disse “Quando ho vinto i Golden Gloves nel 1960, ho realizzato che avevo una possibilità. Ma quando ho vinto le Olimpiadi, è stato il sigillo: io ero il campione”.

1964: il primo titolo dei pesi massimi

Il Miami Herald strilla che Cassius Clay è diventato membro della Nazione dell’Islam, pochi giorni prima dell’incontro in agenda per i pesi massimi con il campione Sonny Liston. Il gruppo islamico era accusato di separatismo, di intolleranza. Per l’enorme polverone sollevato, si pensa di cancellare l’incontro. Che però, invece, si disputa. Così, a 22 anni, il 25 febbraio, Cassius Clay diviene il più giovane vincitore del titolo di pesi massimi. Contro gli scommettitori, che lo davano perdente 7 a 1, vince per ko tecnico alla settima ripresa quando l’allenatore di Liston getta la spugna per ferite. Curiosamente, Cassius Clay guadagna 630.000 dollari per la vittoria, ma circa 50 anni dopo venderà i suoi guantoni per una cifra ancora maggiore, 836.000 dollari.

1967: obiettore contro la guerra in Vietnam

Il 28 aprile 1967 rifiuta ufficialmente di unirsi all’esercito statunitense e di combattere nella guerra del Vietnam, non rispondendo alla chiamata della Houston’s Military Entrance Processing Station. Viene arrestato, dichiarato colpevole, multato di 10.000 dollari e condannato a cinque anni di carcere, che non sconterà. Ma sconterà invece una squalifica di tre anni e mezzo, una ventata d’odio dei conservatori americani, la sottrazione del titolo sportivo, la licenza, il passaporto. Alla stampa dichiara di aver “cercato a lungo nella coscienza, ma è per me impossibile essere fedele alla mia religione accettando la chiamata alle armi”.

1971: Ali contro Frazier, il match del secolo perso ai punti

Al Madison Square Garden di New York con una borsa ma vista per l’epoca (2,5 milioni di dollari per ciascuno) subisce la sua prima sconfitta. Il match tra Muhammad Ali e Joe Frazier, battezzato “Fight of the Century,” si tiene l’8 marzo 1971 e viene trasmesso in 36 Paesi. Entrambi i lottatori sono imbattuti. Il combattimento inaugura una nuova strategia di Ali in cui si stringe alle corde consentendo al suo avversario di colpirlo ripetutamente, per farlo stancare, e poi assalirlo. Però, ai punti, Ali perde l’incontro, per decisione unanime.

1974: Ali boma ye

Il 30 ottobre 1974 il nuovo “re della boxe” è colui che sarebbe uscito vincitore dall’ormai mitica “The Rumble in the Jungle”, ovvero la rissa nella giungla, come fu subito battezzato con un po’ d’enfasi dai giornalisti dell’epoca il match tra il campione in carica George Foreman e lo sfidante Muhammad Ali a Kinshasa, allora Zaire e oggi Repubblica Democratica del Congo. Il folklore era notevole. Quel combattimento, destinato a entrare nella leggenda, è anche il primo grande incontro organizzato da Don King, il manager capellone, che paga le ricche borse di 5 milioni di dollari a testa ai due sfidanti con i soldi del sanguinario dittatore Mobutu. Foreman cammina con una leonessa al guinzaglio, Ali viene acclamato dalla folla come un vendicatore. Il 30 ottobre 1974 “The Rumble in the Jungle” è una delle più epiche sfide del pugilato, consacrata poi nel documentario premio Oscar “Quando eravamo re”, un cui ritornello è la folla che incita il campione al grido “Ali boma ye”, ovvero “Ali uccidilo”.

1981: l’ultimo match di Muhammad Ali, il ritiro, i riconoscimenti

Trevor Berbick sconfigge Muhammad Ali ai punti in dieci riprese, con verdetto unanime, dando l’impressione di non voler infierire. L’incontro è disputato a Nassau l’11 dicembre 1981, l’ultimo della carriera per un Ali oramai in pessime condizioni a causa delle avvisaglie della malattia. Muhammad Ali Si ritira dal ring nel 1981 con un record di 56 vittorie (37 per k.o.) e cinque sconfitte (una sola per k.o.); e tre titoli mondiali dal ’64 al ’67, dal ’74 al ’78 e poi per un’ultima breve parentesi nel ’78, quando viene incoronato migliore sportivo del XX secolo. Onori e riconoscimenti si susseguono, viene nominato Kentucky Athlete of the Century, “Sports Illustrated” Sportsman of the Century, Bbc Sports Personality of the Century, ha una stella sulla Hollywood Walk of Fame, riceve la medaglia presidenziale Usa Medal of Freedom, viene nominato primo Honorary Freeman di Ennis, in Irlanda, in onore di un suo avo, riceve la Naacp President’s Award.

1984: l’annuncio del Parkinson

Muhammad Ali pubblicamente rivela la sua battaglia contro il morbo di Parkinson nel 1984, ma immediatamente nega ogni connessione con la boxe: “Nessun pugile nella storia ha avuto il Parkinson. Non ci sono danni al mio cervello che possano far pensare che la malattia provenga dalla boxe”.

1996: le mani tremanti mentre accende la torcia olimpica

Ad Atlanta, per le Olimpiadi negli Stati Uniti, è l’ultimo tedoforo. Il morbo di Parkinson di cui soffre viene trasmesso in mondovisione col tremore delle sue braccia mentre accende la torcia olimpica.

1998: messaggero di Pace dell’Onu

Viene nominato Messaggero di Pace dalle Nazioni Unite per il suo lavoro nei Paesi in via di sviluppo.

2013: il film sulla lotta di Muhammad Ali

Fino all’ultimo, Muhammad Ali si è speso per i malati di Parkinson e per i diritti civili. Libro biografico, libri illustrati, infaticabili testimonianze, e soprattutto il film della Hbo “Muhammad Ali’s Greatest Fight” diretto da Stephen Frears, presentato fuori concorso alla 66ª edizione del Festival di Cannes, che racconta la battaglia tra Muhammad Ali ed il governo degli Stati Uniti d’America dopo il rifiuto di andare a combattere la guerra del Vietnam. Dopo i trionfi sul ring, ha combattuto per promuovere pace ed eguaglianza, ha predicato i valori positivi dell’Islam, è servito da ispirazione per molti malati di Parkinson. Fino al 2014, seppur diventato quasi incapace di parlare, è comparso in pubblico. Perché, come ha scritto in “The Soul of a Butterfly”: “Ci sono migliaia di persone che si ammalano di Parkinson e di altre malattie ogni giorno. So che molte di loro guardano a me come a una guida, contano su di me per essere forti. Saperlo, mi dà un po’ della forza che mi serve per andare avanti. Questa è una delle ragioni per cui continuo a viaggiare e a farmi vedere, in tutto il mondo”.

LifeGate gli dedica una biografia, Magnum Photos un archivio in memoria.

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