Troviamo il coraggio di cambiare, è l’unico modo per salvare il clima

L’ultimo capitolo della trilogia del clima scritta dall’Ipcc ci dà ancora 3 anni di tempo per salvarci, poi saremo fossili.

Siamo a un bivio, le scelte che facciamo oggi potranno garantirci un futuro sicuro e, soprattutto, vivibile. Oppure no. È l’appello spassionato – e questa volta davvero l’ultimo – che gli autori del terzo e ultimo gruppo di lavoro dedicato alla mitigazione dei cambiamenti climatici hanno lanciato a chi ha il potere di prendere decisioni per il benessere dei popoli di tutto il mondo. Terzo capitolo che fa parte della “enciclopedia del clima”, ovvero il sesto rapporto di valutazione (Ar6) dell’Ipcc. L’ultimo, perché non ci sarà un altro avvertimento prima del 2025, anno in cui dovremo raggiungere il picco delle emissioni di gas serra, come la CO2 e il metano. Spassionato, perché per arrivare a questa conclusione gli scienziati hanno discusso ad oltranza prima di approvare il documento finale.

Dopo il 2025 la curva delle emissioni – che oggi è al massimo storico – dovrà calare, anzi precipitare del 43 per cento entro il 2030 rispetto ai livelli del 2010 se vogliamo avere qualche possibilità di limitare l’aumento della temperatura media globale entro gli 1,5 gradi, per poi raggiungere le emissioni nette zero nel 2050. Nel 2070 se vogliamo puntare direttamente a un aumento di 2 gradi. Eppure, come ha ricordato anche il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres, ora le emissioni sono aumentate – non calate – del 14 per cento, rendendo l’impresa quasi impossibile. Come dichiarato dagli scienziati la “finestra temporale” che abbiamo per passare all’azione si sta chiudendo. Definitivamente.

Spesso si descrivono gli attivisti per il clima come degli estremisti pericolosi, ma i veri estremisti pericolosi sono i paesi che aumentano l’estrazione di combustibili fossili.

António Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite

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Il grafico degli scenari che abbiamo davanti a seconda delle azioni che prendiamo © Ipcc

L’ultima chiamata dell’Ipcc

Questo terzo capitolo dell’Ipcc arriva dopo i primi due dedicati, rispettivamente, alle evidenze scientifiche e all’adattamento, e fanno parte di un aggiornamento generale sullo stato di salute del clima che avviene ogni 6-7 anni. Il quinto rapporto di valutazione, infatti, era stato pubblicato tra il 2014 e il 2015 per dare alla comunità internazionale gli strumenti necessari per adottare l’Accordo di Parigi, il primo e unico trattato internazionale sui cambiamenti climatici. Oggi lo scopo degli scienziati dell’Ipcc è un altro, è far capire ai paesi di tutto il mondo che la crisi climatica rimane la sfida più grande e urgente che dobbiamo affrontare, nonostante il mondo, nel giro di due anni, si sia ritrovato ad affrontare una pandemia e una guerra quasi mondiale. Due condizioni che ci hanno fatto capire, una volta di più, che questo è il tempo per avere coraggio e cambiare lo status quo per evitare di rimanere ingabbiati in uno stallo (gli scienziati hanno usato l’espressione lock in) pur di mantenere presunti equilibri economici e geopolitici nonostante esistano alternative più efficienti e convenienti. Come le energie rinnovabili.

Le rinnovabili sono pulite, pacifiche e costano meno

Dal 2010 a oggi, infatti, il costo dell’energia solare, eolica e delle batterie in grado di stoccarle è calato tantissimo, di una percentuale compresa tra il 55 e l’85 per cento si legge nel rapporto. Molti stati ne hanno approfittato adottando leggi e politiche volte allo sviluppo delle rinnovabili, al miglioramento dell’efficienza energetica, tagliando le emissioni e dimostrando che il cambiamento è possibile. “Sono almeno 24 i paesi che hanno già raggiunto il picco delle emissioni e le stanno riducendo da un decennio”, secondo Ani Dasgupta, presidente del World resources institute. Altri invece sono bloccati nello scenario definito business as usual che però non è contemplato dagli scienziati.

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Com’è calato il costo delle rinnovabili © Ipcc

Non si può rimanere fermi: l’inazione è equiparabile a una volontà di portare la Terra verso il “disastro climatico” fatto di “città sommerse, ondate di calore senza precedenti, tempeste terrificanti, un calo nella disponibilità di acqua e l’estinzione di milioni di specie animali e vegetali”, secondo quanto dichiarato da Guterres. Uno scenario che non è fiction, non è fantascienza, non è un’iperbole, è semplicemente ciò che gli scienziati ci dicono succederà con le attuali politiche energetiche che ci portano dritti verso un aumento di 3 gradi da qui a fine secolo. Nemmeno il metano può più essere considerato una fonte “migliore” e le sue emissioni devono calare di un terzo entro il 2030.

Il margine per fare meglio di così è enorme perché le emissioni sono aumentate in ogni settore produttivo, dall’energia all’industria, passando per un ruolo sempre più attivo delle grandi città – in espansione – e delle foreste che – al contrario – hanno visto ridotta la loro estensione.

Cosa dobbiamo fare per salvarci

  • raggiungere il picco delle emissioni entro il 2025;
  • tagliare le emissioni globali del 43% entro il 2030, il metano del 34%;
  • raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 per limitare l’aumento della temperatura a 1,5 gradi. Entro il 2070 per i 2 gradi;
  • vietare l’uso del carbone per produrre energia;
  • vietare i sussidi ai combustibili fossili;
  • triplicare la velocità della transizione energetica in favore delle rinnovabili;
  • investire nell’innovazione tecnologica, come elettrificazione, batterie e idrogeno, in ogni settore produttivo.

Energia

Per limitare il riscaldamento globale la prima cosa da fare è una rapida transizione energetica su larga scala. Bisogna triplicare la velocità con cui ci spostiamo verso le rinnovabili. Questo equivale allo smantellamento del settore fossile, in favore di elettrificazione e adozione di innovazioni tecnologiche come lo stoccaggio di energia pulita o l’idrogeno. L’innovazione tecnologica e infrastrutturale può venire in aiuto per cambiare il nostro stile di vita, migliorandolo. La transizione, infatti, incide anche sulla nostra salute e sul nostro benessere.

Città

Un ruolo decisivo lo hanno anche le città, le metropoli e le megalopoli che devono investire in trasformazioni urbanistiche che rendano questi luoghi a misura d’essere umano. Città che possano essere percorse e attraversate a piedi, in bicicletta e dove l’elettrificazione della rete di trasporto pubblico e privato diventi presto realtà.

Industria

Il settore industriale deve usare sempre più materiali efficienti, dando vita a prodotti riutilizzabili o riciclabili portando così al minimo la quota di rifiuto da smaltire. Per quanto riguarda materiali come l’acciaio, l’edilizia e il settore chimico, bisogna lavorare per azzerare le emissioni dei processi di produzione. Per questo, ancora una volta, l’energia è fondamentale che sia pulita.

Agricoltura e foreste

Infine, c’è l’agricoltura e ci sono le foreste che possono dare un contributo importante alla riduzione e alla cattura della CO2. Benefici che, però, non possono essere usati come pretesto per tardare la riduzione delle emissioni. Il ripristino degli ecosistemi è fondamentale per salvaguardare la biodiversità e garantire la disponibilità di cibo e acqua.

Per attuare questa rivoluzione ci vogliono soldi. E per raggiungere gli obiettivi di mitigazione al 2030 bisogna aumentare il flusso finanziario dalle tre alle sei volte. Niente di straordinario se paragonato ai danni economici dell’inazione. La storia recente ce lo insegna. La prevenzione può sembrare inutile, qualcosa che si fa per l’interesse di altri, eppure abbiamo avuto prova diretta di come le conseguenze più catastrofiche del riscaldamento globale, gli eventi estremi causino alla collettività ferite molto più gravi (e costose) da curare. Per questo non ci sono più scuse e non c’è più tempo: questo rapporto ha il sapore di una sentenza di condanna pronunciata dal tribunale della scienza verso chi continua a mentirci.

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