L’Isis e le donne combattenti, servili e schiave

L’Isis e le donne vivono un rapporto difficile: alcune si unisono allo Stato Islamico, nel contempo che le loro libertà vengono limitate e spesso subiscono abusi.

L’Isis, nato da una rottura nella leadership di Al Qaeda, vede il ruolo delle donne diversamente dalla storica organizzazione di militanza islamica. Secondo Al Qaeda le donne devono essere passive e sottomesse. Per l’Isis devono essere sì subordinate, ma sono anche chiamate a partecipare attivamente nella costruzione e nel mantenimento del califfato islamico.

 

Osama bin Laden Interviewed

 

Nell’Isis combattono anche le donne, a cui vengono assegnate responsabilità pari a quelle delle loro controparti maschili, dice Paolo Maggiolini, ricercatore dell’Istituto per gli studi di politica internazionale ed esperto di terrorismo. Inoltre, esistono due brigate, al-Khansaa e Umm al-Rayan, composte di soli membri femminili. Agendo come corpi di polizia, monitorano le donne perché obbediscano alle leggi dello Stato Islamico e perquisiscono “donne” sospettate di essere uomini mascherati.

 

La presenza femminile nei ranghi dello Stato Islamico ha un effetto domino. Attraverso contatti personali e l’uso dei social media, donne in territorio Isis sono direttamente coinvolte nel reclutamento di coetanee da tutto il mondo. Si stima che 550 donne occidentali si siano già unite, novanta delle quali raccontano la propria vita in Iraq e Siria attraverso blog e twitter. Un caso recente quello di tre adolescenti britanniche che sono state avvistate il 17 febbraio in Turchia, da cui si pensa siano entrate in Siria per unirsi ai militanti.

 

Tra i paesi occidentali da cui provengono reclute all’Isis, anche femminili, c’è la Francia. Questo lo dimostra il seguente video che è stato filmato segretamente da una donna a Raqqa, in Siria. (Qui sottotitolato in italiano).

 

https://www.youtube.com/watch?v=1TkuAIKoI28

Le donne sono considerate fondamentali nella realizzazione della visione sociale dello Stato Islamico, basata sulla dottrina islamica “salafista”. Paradossalmente, è proprio questa lettura puritana dell’Islam che le prescrive un ruolo servile. Un manifesto dello Stato Islamico afferma che le donne debbano uscire di casa il meno possibile, che le ragazze possono essere sposate dai nove anni e dovrebbero ricevere un’istruzione fino ai quindici.

 

Le donne in territorio Isis sono constrette a indossare sempre un velo chiamato niqab, una larga tunica lunga fino ai piedi chiamata abaya e guanti: vestite di nero e con gli occhi coperti, secondo testimonianze raccolte dal Guardian. Non possono lasciare casa senza un accompagnatore maschio, chiamato mahram. Se la polizia religiosa, hisbah, scopre violazioni, il mahram viene multato o frustato. Punizioni che possono poi ripercuotersi sulle donne nel contesto domestico.

 

Muslims Demonstrate Against Ministers Comments On Veiling

 

Oltre a restringere le libertà delle donne, l’Isis sta conducendo una vera e propria campagna di abusi contro di loro. Come è emerso da un recente incontro di attiviste irachene e siriane che si è svolto a Istanbul, l’Isis usa lo stupro come arma da guerra. Così, soggioga le vittime, indebolendole psicologicamente, e le isola dalle loro famiglie a causa dello stigma associato alle violazioni subite.

 

Si riportano anche casi di matrimoni forzati e donne rapite e vendute come schiave, tra cui, secondo Human Rights Watch, ragazze della minoranza etno-religiosa yazidi. Alcune donne vengono forzate in “matrimoni jihad”, diventando oggetti sessuali per i combattenti dell’Isis, dice Yanar Mohammed, presidente dell’Organizzazione per la libertà delle donne in Iraq (Owfi).

 

Refugees Fleeing ISIS Offensive Pour Into Kurdistan

 

Dalle donne sfruttate, a quelle le cui libertà vengono strozzate, a quelle che si uniscono allo Stato Islamico, sono molti i punti di contatto tra l’Isis e le donne. Ed è proprio nel trattamento del genere femminile, tra le altre cose, che si colgono le complessità e contradizioni dello Stato Islamico in Iraq e Siria.

 

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