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E’ l’antica e nobile disciplina giapponese del tiro con l’arco. Un arte che mira al raggiungimento non solo del bersaglio esterno ma anche di una centralità
Le origini del kyudo sono avvolte nel mistero, tramandate
attraverso miti e leggende anche se accurate indagini storiche e
archeologiche hanno diviso lo sviluppo dell’arcieria giapponese in
cinque periodi, di cui il più antico risale a circa 7000
anni avanti Cristo (epoca Jomon).
E’ una disciplina che ha origini shintoiste, interpretazioni e
suggerimenti metodologici del Buddhismo esoterico Shingon e molti
elementi della filosofia Zen. Dal punto di vista esoterico, il
kyudo è un metodo di realizzazione interiore che si serve
dell’arco e della freccia per conoscere se stessi.
Ancora oggi, in Giappone, è un’arte tenuta in alta
considerazione e, sparsi quì e là, ci sono dojo
(luoghi deputati al tiro con l’arco) integralmente conservati con
tanto di lignaggi ancora intatti, vere e proprie oasi di tradizione
incontaminate. Nella sua pratica è estremamente importante
lo spirito piuttosto che l’attività fisica, per questo il
kyudo può essere paragonato alla vita stessa, ricco di
sfaccettature, complesso, enigmatico e paradossale.
L’obiettivo del kyudoca (arciere) è quello di trascendere la
dualità soggetto-oggetto e l’attenzione viene rivolta al suo
interno, alla ricerca della perfezione fisica, psichica e
spirituale. Egli si dedica perciò ad un allenamento costante
finalizzato al raggiungimento di uno stato di quiete interiore.
Nello scoccare la freccia, nel momento di unione tra corpo, spirito
e mente, nell’attimo di massima tensione c’è uno stato di
rilassamento, di profonda calma interiore. E’ proprio questa la
condizione che va ricercata nel Kyudo.
Quando la freccia scocca e la corda risuona la mente di colpo
può sperimentare una condizione di illuminazione e
consapevolezza. Un tiro sbagliato non è sinonimo di
fallimento ma semplicemente un’esperienza di apprendimento che
fornisce una ulteriore opportunità di crescita.
Maurizio Torretti
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