La strage silenziosa di minatori nella Repubblica Democratica del Congo

Il crollo di una miniera in Congo ha causato oltre 200 morti. La strage ha acceso i riflettori sullo sfruttamento di manodopera nel paese.

Il 28 gennaio scorso una frana in una miniera di coltan a Rubaya, nella Repubblica democratica del Congo, ha causato oltre 200 morti. Tra le vittime c’erano anche bambini e anziani e questo ha acceso i riflettori sullo sfruttamento dei lavoratori nelle miniere della regione, controllate dal gruppo ribelle M23

Non si è trattato di un episodio isolato. Altri crolli hanno ucciso decine di persone in altre situazioni, in quella che è una vera e propria emergenza lavorativa e umanitaria. E i giganti del tech sono accusati di alimentare questo ciclo di sfruttamento.

La strage del coltan

Il coltan è un minerale da cui si estrae il tantalio, un metallo strategico usato in apparecchi come smartphone, computer, componenti elettronici e aerospaziali e la cui richiesta è in costante ascesa da parte dei giganti della tecnologia. La regione di Rubaya produce fino al 30 per cento di questo materiale a livello globale e l’attività mineraria coinvolge migliaia di lavoratori locali spesso in condizioni di lavoro pericolose e non regolamentate.

La frana nella miniera di coltan di Rubaya, nell’est della Repubblica Democratica del Congo, è stata causata dalle forti precipitazioni durante la stagione delle piogge. Queste hanno causato smottamenti del terreno che a loro volta hanno travolto le aree di estrazione e le gallerie scavate dai minatori. Le operazioni di soccorso sono state lunghe e difficili a causa delle difficili condizioni del terreno e dell’inaccessibilità del sito minerario, ma anche per la precaria situazione politica dell’area.

L’area in cui si è verificata è sotto il controllo del gruppo ribelle M23, che da anni combatte, con il supporto delle forze militari del Ruanda, una guerra contro l’esercito della Repubblica Democratica del Congo e detiene larghe porzioni di territorio nazionale. Si parla di oltre 200 morti e tra questi anche donne, bambini e anziani che si trovavano nelle miniera per prestare probabilmente lavoro in nero in condizioni di sfruttamento.

Le accuse all’M23

Da tempo l’M23 è accusato di usare le miniere di coltan, cobalto, oro e altri materiali per arricchirsi e per finanziare le proprie operazioni di guerriglia. 

Un report del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sostiene che il gruppo abbia istituito amministrazioni ombra – tra cui un apposito Ministero minerario – nei territori sotto il suo controllo per sfruttare l’estrazione e il commercio di minerali. I ribelli sono poi accusati di tenere in condizioni di lavoro forzato la popolazione locale. Anche le autorità della Repubblica Democratica del Congo da tempo denunciano questa situazione. Nel 2024 hanno accusato la Apple di servirsi delle materie prime provenienti dalle miniere sotto il controllo dell’M23, dove non vige alcun rispetto dei diritti umani e domina lo sfruttamento. Il dito è puntato anche contro la Cina, accusata di essere coinvolta con diverse sue aziende in attività minerarie illegali nel paese.

Una catena di crolli

Nelle ultime settimane la Repubblica Democratica del Congo è stata interessata da altri tragici crolli in miniera. È successo per esempio il 10 febbraio a Tulizembe, un sito che impiega circa 10mila minatori artigianali nel sud del paese. Il bilancio in questo caso è stato di 12 morti, mentre tragedia simili nelle settimane precedenti nei siti di Mulondo e Kisankala avevano causato rispettivamente trenta e cinque morti.

“Al di là delle forti piogge che hanno colpito la regione, le cooperative minerarie utilizzano attrezzature senza rispettare gli standard di sicurezza. Di conseguenza, il rischio di incidenti mortali è notevolmente aumentato”, ha denunciato Thimothé Mbuya, direttore dell’organizzazione non governativa Justicia Asbl. 

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