Cos’è e cosa sta facendo l’Ice, l’agenzia federale Usa anti-immigrazione, tra deportazioni e violenze

Il presidente Donald Trump ha dato sempre più poteri all’Ice. Questo si è tradotto in retate anti-immigrazione molto violente e al di fuori della cornice legale.

Dall’inizio del 2026 l’Immigration and Customs Enforcement (Ice), l’agenzia federale Usa anti-immigrazione, ha già ucciso due persone a Minneapolis. Prima la 37enne Renee Nicole Good, il 7 gennaio. Poi il 37enne Alex Pretti, il 24 gennaio. Entrambi stavano partecipando alle mobilitazioni contro le violente retate degli agenti federali, aumentate in maniera esponenziale da quando Donald Trump è tornato presidente degli Stati Uniti, nel gennaio 2025.

Tra irruzioni in casa, fermi arbitrari per strada, sparatorie, omicidi e deportazioni, l’Ice nel giro di pochi mesi è diventata protagonista degli affari interni statunitensi. Lodata dall’amministrazione Trump, che ha più volte diffuso informazioni false per giustificare le azioni violente degli agenti. Temuta dalla cittadinanza Usa, che si sta mobilitando per resistere in maniera collettiva alla sua brutalità.

Cos’è l’Ice

L’Ice (Immigration and customs enforcement) è un’agenzia federale statunitense istituita nel 2002 con l’Homeland Security Act. Era il periodo successivo all’attentato dell’11 settembre 2001 a New York, da cui era poi scaturita la cosiddetta “guerra al terrorismo” da parte dell’amministrazione Bush, fatta di interventismo militare in contesti come quello dell’Afghanistan e di forti investimenti nell’apparato di sicurezza interno agli Stati Uniti.

Il mandato dell’Ice sin dall’inizio è stato quello di far rispettare le leggi sull’immigrazione, contrastare la criminalità e combattere il terrorismo. E lo ha fatto attraverso tre organi specifici: l’Office of Enforcement and Removal Operations (Ero), responsabile dell’arresto, della detenzione e dell’espulsione di immigrati non autorizzati o di persone che violano le leggi sull’immigrazione; l’Office of Homeland Security Investigations (Hsi), che contrasta la criminalità transnazionale con un focus sul traffico di esseri umani, il narcotraffico, il riciclaggio di denaro e i crimini informatici; infine l’Office of the Chief Counsel (Occ), che gestisce le pratiche di espulsione e le questioni doganali.

Gli agenti dell’Ice operano per la gran parte all’interno degli Stati Uniti, con alcune cellule impiegate anche in paesi esteri. L’attività alle frontiere è stata invece demandata a una sorta di sua agenzia gemella, la US Customs and Border Protection.

L’Ice secondo Trump

Sono ormai passati 24 anni da quando l’Ice ha iniziato a operare sul suolo statunitense. Ma mai come nell’ultimo anno l’agenzia federale ha avuto tanto potere e libertà di azione.

Da quando si è insediato per la seconda volta alla Casa Bianca, il 20 gennaio 2025, il presidente Donald Trump ha reso l’agenzia federale una milizia violenta con cui mettere in atto la sua aggressiva stretta all’immigrazione. Se normalmente il bilancio annuale destinato alle sue attività era di circa nove miliardi di dollari, nel 2025 è stato approvato un nuovo finanziamento pluriennale di circa 75 miliardi di dollari. L’agenzia ha poi lanciato una grossa campagna di reclutamento a base di slogan sovranisti e messaggi di difesa della nazione che ha portato a raccogliere oltre 200mila nuove candidature e a più che raddoppiare il numero di suoi agenti. Se a inizio 2025 erano 10mila, ora sono circa 22mila, con risorse umane entrate dalla polizia, dall’esercito e dalla sicurezza privata. A facilitare questo processo anche il drastico taglio del periodo di addestramento, passato da 13 a otto settimane.

Il sostegno incondizionato dell’amministrazione Trump, l’aumento del budget, l’incremento degli effettivi e una serie di nuove direttive legislative che hanno dato potere agli agenti, tra le altre cose, di fare irruzione nelle case senza un mandato, hanno aumentato i poteri dell’Ice e la violenza delle sue azioni. Nei quartieri multietnici di città come Chicago, Los Angeles, New Orleans e Minneapolis si sono moltiplicate le retate degli agenti dell’Ice, che si presentano a bordo di suv non riconducibili all’agenzia, pesantemente armati e incappucciati

Le testimonianze e i video raccolti negli ultimi mesi hanno rivelato una discrezionale profilazione razziale da parte degli agenti, che fermano persone sulla base del colore della loro pelle e dell’accento, tirando giù porte delle case, spaccando finestrini dell’auto e trascinando fuori persone, anche con disabilità. In alcuni casi l’agenzia federale ha messo le mani addosso a bambini, come nel caso di un bambino di 5 anni usato come esca per arrestare il padre. Da più parti degli Stati Uniti sono arrivate denunce di violenze e abusi da parte degli agenti, che hanno dimostrato di operare al di fuori di ogni cornice legale e che hanno portato ong come Amnesty International a prendere posizione contro il loro modus operandi.

Vittime e deportazioni

Le azioni dell’Ice hanno causato diversi morti e feriti nel corso dell’ultimo anno. Nel 2025 sono morte 32 persone per operazioni in strada dell’Ice o nei suoi centri di detenzione. È stato l’anno più mortale di sempre in oltre due anni di esistenza dell’agenzia federale. Inoltre sono stati raccolti decine di episodi di agenti che hanno aperto il fuoco contro persone, con altrettanti feriti.

E il 2026 è iniziato con lo stesso registro. Il 24 gennaio l’infermiere 37enne Alex Pretti è stato placcato, immobilizzato e ucciso da diversi colpi di pistola sparati da un agente dell’Ice durante una protesta per le retate dell’agenzia federale in un quartiere di Minneapolis. Il 7 gennaio un altro agente dell’Ice aveva sparato e ucciso la 37enne, madre di tre figli, Renee Nicole Good, colpita dopo essersi rifiutata di scendere dal suo suv ed essersi allontanata. In entrambe le occasioni l’Ice, di concerto con l’amministrazione Trump, ha giustificato gli omicidi con la legittima difesa: nel primo caso ha detto che Pretti impugnava un’arma, nel secondo che Good stava per investire gli agenti, parlando in entrambi i casi di minacce alla sicurezza interna e scomodando presunti legami con il terrorismo. I video dei due episodi e le informazioni raccolte riguardo alle due persone uccise hanno smentito la versione delle autorità Usa.

Oltre a sparatorie, ferimenti e decessi, l’azione dell’Ice nell’ultimo anno si è tradotta in un record di deportazioni. Attraverso i violenti arresti e la detenzione nei centri dell’Ice, l’amministrazione Trump ha espulso 230mila persone, perlopiù in America latina, un numero che è giù più alto di quello dei quattro anni di presidenza Biden. Altre persone sono tornate da sole nei rispettivi paesi, un procedimento di auto-espulsione che ha coinvolto circa 50mila persone e che è stato alimentato da una violenta campagna dell’Ice. Che, in una sorta di ultimatum, ha lanciato campagne di pressione per indurre le persone irregolari ad andarsene per non diventare “un bersaglio”.

La mobilitazione della cittadinanza

Di fronte alla violenza degli agenti dell’Ice la popolazione non è stata a guardare. Ci sono state manifestazioni in alcune città degli Stati Uniti per denunciare i metodi brutali degli agenti e la stretta all’immigrazione messa in atto dall’amministrazione Trump. Ma soprattutto, si sono sviluppate forme di mobilitazione per resistere in modo collettivo e solidale alle retate dell’agenzia federale.

A Los Angeles, a Minneapolis e nelle altre città colpite dalle retate dell’Ice la cittadinanza ha iniziato a organizzarsi sui social network, usando app di messaggistica come Signal, per radunarsi lì dove erano dispiegati gli agenti. Questo con tre obiettivi: protestare contro l’azione degli agenti, avvertire le potenziali vittime delle retate dei rischi in corso e testimoniare la brutalità dell’azione di polizia. Nel corso dei blitz degli ultimi mesi si sono verificati cortei più o meno spontanei e blocchi stradali contro l’arrivo dei suv anti-immigrazione. Le persone tenevano fischetti arancioni in bocca o suonavano tamburi per fare il più rumore possibile e far circolare la notizia della retata in corso. Altre giravano con gli smartphone puntati contro gli agenti per documentare le loro azioni, così da esercitare una sorta di deterrenza alla violenza delle loro azioni ma anche per catturare i loro abusi. 

Alex Pretti e Renee Nicole Good facevano parte di queste mobilitazioni cittadine: il primo stava filmando una retata dell’Ice, la seconda stava partecipando a una protesta in strada.

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