Cooperazione internazionale

34.361 persone sono morte in oltre vent’anni nel tentativo vano di raggiungere l’Europa

34.361 ma potrebbero essere molte di più. È il numero di persone morte nel tentativo di raggiungere l’Europa alla ricerca della felicità. Il Guardian ha pubblicato la lista completa per la Giornata mondiale del rifiugiato.

Può sembrare un dramma recente, ma la verità è che è da più di vent’anni che la gente muore tentando di arrivare in Europa, attraversando il mar Mediterraneo e non solo, alla ricerca di un futuro migliore. Nella Giornata mondiale del rifugiato, il quotidiano britannico Guardian ha scelto di pubblicare e distribuire la lista degli almeno 34.361 migranti, profughi e richiedenti asilo che sono morti dal 1993 a oggi.

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Migranti salvati da Moas e sbarcati a Lampedusa nel 2017 © Chris McGrath/Getty Images

La lista è stata realizzata da United for intercultural action, un network europeo composto da 550 associazioni antirazziste attive in 48 paesi. Il primo migrante morto, il primo nome presente nella lista di oltre 50 pagine è quello di Kimpua Nsimba, un rifugiato dell’allora Zaire (ora Repubblica Democratica del Congo) di 24 anni, morto suicida in un centro di detenzione appena cinque giorni dopo essere entrato in territorio britannico. Era, appunto, il 1993.

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La lista, aggiornata al 5 maggio, è stata redatta attraverso l’analisi e il controllo di articoli di giornale, dati forniti dalle ong e dalle guardie costiere dei paesi coinvolti. Ciò che colpisce è che le morti non sono avvenute “solo” in mare – bensì la stragrande maggioranza, circa 27mila persone – ma anche nei luoghi di detenzione per immigrati e richiedenti asilo o nelle nostre città: a volte persino a causa delle violenze di altre persone.

Il bisogno di un riscontro effettivo, di un fact-checking delle fonti fa sì che la lista sia parziale e che quindi il numero reale delle vittime possa essere molto più alto.

“Non abbiamo modo di conoscere il numero reale dei morti, ma questo lavoro mostra che c’è stato un aumento costante”, ha dichiarato al Guardian Thomas Spijkerboer, professore di diritto delle migrazioni alla Vrije Universiteit di Amsterdam. “Il messaggio più importante presente nella lista è il segnale che lancia. Mostra che tutto ciò avviene regolarmente da 25 anni e che le persone che ora dicono di essere sconvolte avrebbero dovuto esserlo già da molto tempo”.

Uno degli anni peggiori è stato il 2013 con oltre 750 persone morte, 373 in un solo incidente avvenuto il 3 ottobre e che ha visto un’imbarcazione, diretta all’isola di Lampedusa, prendere fuoco e affondare. 155 i superstiti. È la strage di cittadini eritrei che stavano scappando dalla dittatura di Isaias Afewerki. È la strage che poi ha dato vita all’operazione Mare nostrum, terminata il 31 ottobre 2014, voluta dal governo guidato da Enrico Letta. Nei 12 mesi successivi avrebbe salvato la vita di 160mila migranti provenienti dall’Africa grazie alle navi della Marina militare italiana autorizzate a intervenire a ridosso delle coste libiche. A parte questo caso che ha visto coinvolti centinaia di eritrei, le morti hanno registrato un forte aumento dopo l’inizio della guerra civile siriana, scoppiata nel 2011.

Dopo la conclusione dell’operazione Mare nostrum, le cose sono cambiate parecchio in Italia e in Europa. L’ultima vicenda, quella della nave Aquarius rimasta per giorni in mare aperto in attesa di un porto in cui attraccare e far sbarcare 629 migranti, ha portato molti a pensare che ormai gli europei abbiano completamente perso la propria umanità. Tra questi c’è il giornalista e scrittore Roberto Saviano che ha pubblicato un editoriale proprio sul Guardian in cui annuncia che ormai “le porte dell’Europa sono chiuse agli africani” e che l’unico accesso consentito è attraverso “la mafia libica che è pronta a offrire un passaggio” a 100mila africani ogni anno, mettendo a rischio le loro fragili vite.

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Le bare di rifugiati morti nel Mediterraneo e portati a Lampedusa nel 2013 © ALBERTO PIZZOLI/AFP/Getty Images

Un barlume di speranza arriva, strano a dirsi, da chi per anni ha lavorato alla stesura della lista di cadaveri. “Dal 1993, abbiamo registrato i nomi e gli incidenti dei rifugiati morti per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sulle conseguenze letali della costruzione della ‘Fortezza Europa’”, ha dichiarato Geert Ates di United for intercultural action. “La diffusione della nostra lista completa da uno dei maggiori quotidiani internazionali, il Guardian, proprio nella Giornata mondiale del rifugiato, potrà aiutare tantissimo a trovare un sostegno più ampio, necessario per un cambio delle politiche”. Perché non è più possibile far finta di nulla e continuare ad allungare la lista di morti da ricordare, persone che hanno l’unica colpa di essere nati, cresciuti e scappati da situazioni di pericolo e di disagio, da luoghi dove la prospettiva di vita è pressoché nulla.

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