Blue zone, vivere  100 anni di non solitudine

Blue zone, vivere 100 anni di non solitudine

Ci sono aree del mondo in cui la concentrazione di centenari è nettamente sopra la media. Si chiamano blue zone, o zone blu, e vengono studiate alla ricerca del segreto di lunga vita.

Si può scegliere di guardare al fenomeno delle blue zone, o zone blu, per scoprire l’elisir di lunga vita, trovando immancabilmente chi cerca di venderlo o per conoscere gli abitanti di queste comunità, la loro esistenza, lo spirito che li anima e acquisire una lezione più profonda sulle radici, sul valore e sull’onorabilità. Elementi, questi, da interiorizzare per affrontare l’inesorabile processo di invecchiamento e riportare al centro risorse umane inestimabilmente preziose. Su larga scala poi, immergersi nelle zone blu significa anche fare i conti con le conseguenze della globalizzazione. Fattori importanti come la perdita delle tradizioni e del contatto con la terra, ritmi stressanti, l’indebolimento dei legami famigliari e sociali e il cambiamento delle abitudini alimentari rappresentano il terreno instabile su cui alcune delle zone blu stanno franando, perdendo il loro primato di longevità.

Ho avuto una buona carriera come calligrafo e il mio lavoro è ancora esposto in importanti musei. Questo è un poema cinese composto nel Diciottesimo secolo che ho calligrafato. Riassumendolo, anche se in modo un po’ approssimativo, il poema spiega che invece di vederci invecchiati allo specchio, dobbiamo essere gioiosi e rallegrarci. È esattamente la mia filosofia. Sono felice di essere anziano.

Karyou Akayama, 97 anni, di Uraseo a Okinawa, in Giappone

Cosa sono e dove sono le blue zone

A coniare il termine blue zone sono stati i suoi due scopritori, il demografo belga Michel Poulain, ricercatore dell’università di Tallinn in Estonia, e l’epidemiologo sardo Gianni Pes dell’università di Sassari. A oggi, secondo Poulain, le zone blu che corrispondono ai criteri della ricerca scientifica sull’invecchiamento sono quattro: l’Ogliastra, regione montuosa della Sardegna, l’isola di Ikaria in Grecia, la prefettura di Okinawa in Giappone e la penisola di Nicoya in Costa Rica. C’è poi il caso di Loma Linda, in California, dove vive una comunità cristiana degli avventisti del settimo giorno che Poulain, per ragioni che spiegheremo più avanti, non riconosce come zona blu in senso stretto.

Sta di fatto che l’esito della scoperta di queste zone del mondo caratterizzate da un’aspettativa di vita straordinaria, nata e portata avanti in ambito accademico, ha scatenato interessi a livello globale che si sono concretizzati con modalità diverse, ma con un denominatore comune, ovvero il desiderio di accaparrarsi la ricetta, o il “segreto”, per vivere più a lungo. Osservata in senso critico, questa attrazione quasi spasmodica rivela una contraddizione profonda, una spaccatura tra il business dei prodotti e servizi “anti età” da un lato e l’attitudine, ormai quasi naturale, di marginalizzare gli anziani dall’altro.

Questo viaggio nelle blue zone è un invito a una riflessione ad ampio raggio per superare questa dicotomia. Largo spazio viene dato a due voci – e due sguardi – autorevoli, di Poulain e Arianne Clément, fotografa canadese che da diverso tempo dedica i suoi progetti all’arte di invecchiare, e le cui foto, insieme alle citazioni raccolte nei suoi viaggi nelle blue zone (e oltre), sono riportate qui. Dopo essere finita sulle riviste di tutto il mondo grazie a un progetto fotografico sulla bellezza e sulla sessualità nella terza età, Clément si è dedicata alle zone blu, visitandole di persona tra il 2017 e il 2019 e incontrando i loro abitanti, per restituire attraverso le immagini la loro quotidianità. Senza retorica e con intima delicatezza.

Il sesso è sicuramente il segreto meglio custodito della longevità in Ikaria. Qui anche i centenari sono sessualmente attivi e ancora molto capaci. Non dirò se ho un’amante perché i pettegolezzi sull’isola viaggiano velocemente. Non c’è nulla di più dolce del fare l’amore con la propria moglie. Rimpiango amaramente il tempo in cui era viva.

Aristotelis Giakas, 87 anni*, di Nas a Ikaria

*L’età indicata si riferisce al periodo in cui la foto è stata scattata

Cosa c’è di straordinario nelle zone con più centenari al mondo

Dopo attente verifiche e indagini, nel 2000 Poulain e Pes identificarono alcuni villaggi nell’area montuosa dell’Ogliastra in cui viveva un numero di centenari decisamente superiore alla media. Per segnare quest’area sulla cartina, Poulain e Pes usarono un pennarello blu. Da qui derivò il nome di questa e altre zone speciali del mondo.

Essendo un pastore sono sempre stato molto povero e ho avuto una vita dura. Ho trascorso tutti i miei giorni all’aperto, di giorno e di notte, con il bello e il cattivo tempo. Come la maggior parte dei pastori, non ho ricevuto una buona istruzione, quindi è difficile per me riuscire a esprimermi quando arrivano i giornalisti a farmi domande.

Natale Lotto, 88 anni, di Villagrande in Ogliastra

“A Villagrande Strisaili abbiamo registrato 47 centenari in una popolazione di circa 3mila abitanti e a Seulo, 21 centenari in una popolazione di 800 persone”, precisa Poulain. “Sono dati straordinari. Per capirci, se prendessi un villaggio di 3mila persone in qualsiasi altro posto in Italia probabilmente troveremmo un centenario, non certo 47. In più, oltre a questo che è già di per sé stupefacente, abbiamo riscontrato che in questi due villaggi non esiste differenza di longevità tra i due sessi, ovvero il cosiddetto ‘gender gap’ demografico, perché gli uomini vivono tanto quanto le donne, mentre in qualsiasi altro angolo del Pianeta l’uomo vive mediamente meno della donna”.

Sono stato un cowboy per tutta la vita. I cavalli sono sempre stati la mia grande passione. Sono molto affezionato al mio cavallo Corazon, che mi accompagna ormai da più di 25 anni.

José Bonifacio Villegas, 101 anni, di Nicoya in Costa Rica

Negli anni successivi le ricerche di Poulain e Pes in tutto il mondo, effettuate con la collaborazione di Dan Buettner, giornalista e saggista del National Geographic, portarono alla luce altre blue zone: Ikaria, Nicoya, Okinawa e, almeno secondo Buettner, Loma Linda. Oltre alle caratteristiche anagrafiche a stupire di questi luoghi è la qualità della vita dei loro abitanti e il fatto che la demenza senile sia quasi inesistente. Parlando di zone blue, infatti, non si tratta solo di longevità intesa come sopravvivenza, ma di una vita attiva, partecipativa e qualitativamente degna di essere vissuta.

Sono in molti poi a chiedersi se alla lista verranno aggiunte nuove blue zone. “Sto portando avanti la ricerca a Cuba e sono convinto che ci siano dei dati molto interessanti”, racconta in anteprima Poulain. “Mi serve ancora un po’ di tempo, perché prima di dire che Cuba è una blue zone devo essere in possesso di tutti gli elementi definitivi”.

Parlando di zone blue non si tratta solo di longevità intesa come sopravvivenza, ma di una vita attiva, partecipativa e qualitativamente degna di essere vissuta.

La scoperta delle zone blu, validata in ambito accademico, ha attratto studiosi da ogni latitudine e di varie discipline, dalla genetica allo studio dell’ambiente. Ma la ragione, o meglio, il singolo fattore determinante che spiega una percentuale così elevata di longevi in queste aree circoscritte, non è ancora stato trovato.

“Esistono molte altre zone del Pianeta con caratteristiche ambientali, sociali, culturali molto simili alle zone blu, penso all’Ecuador e al Caucaso, ma nelle quali non si registra la stessa aspettativa di vita. Credo comunque che finirò la mia carriera senza conoscere il perché di questo fenomeno così fuori dal comune, e a breve smetterò anche di cercarlo”, commenta Poulain.

“Più che sulla genetica, che reputo troppo deterministica e in un certo senso limitante, ho concentrato le mie ricerche sull’epigenetica: ovvero sull’impatto che l’ambiente può avere sul genoma. La relazione simbiotica tra gli individui e la loro geografia, ovvero l’ambiente in cui abitano, risiede nel corpo. La geografia lascia tracce nel nostro dna proprio come noi lasciamo tracce nell’habitat in cui siamo immersi. Specialmente nella terza età. In altre parole, dove si vive può determinare come si invecchia”.

Michel Poulain blue zone
Il demografo Michel Poulain, scopritore delle blue zone insieme a Gianni Pes

7 cose che ci insegnano le zone blu

“Studiando a fondo l’alimentazione, la qualità dell’aria, dell’acqua e del cibo, le relazioni sociali e ogni altro aspetto della vita nelle blue zone posso dire che esistono tratti comuni riassumibili in due punti cardine: vivi una vita semplice e semina amore intorno a te. Questo è ciò che mi hanno insegnato le persone che ho conosciuto negli anni e con le quali ho stretto un sincero rapporto di amicizia”. Più diffusamente, Poulain ha identificato sette elementi di grande rilievo che accomunano tutte le zone blue e che potrebbero essere quindi i fattori determinanti dietro al fenomeno della longevità. Questi sono: condurre una vita semplice, mangiare cibo locale, coltivare forti relazioni famigliari e sociali, nutrire la propria spiritualità, rimanere attivi, rispettare il Pianeta e avere sempre uno scopo di vita.

Vivi una vita semplice e semina amore intorno a te.

Michel Poulain

1. Meno cose, più tempo

Ritmi più lenti e meno stress. Significa lasciare andare quell’attitudine a scendere dal letto ogni mattina come se si dovesse affrontare una battaglia. Nelle blue zone le giornate sono scandite dal ciclo naturale, gli spazi sono aperti e non soffocanti, e l’atmosfera è meno frenetica.

Grazie al contributo del neuroscienziato Bruce McEwen, scomparso l’anno scorso, in ambito scientifico lo stress viene definito e quantificato come carico allostatico (allostatic load) ed è sostanzialmente il “prezzo da pagare” per adattarsi alle condizioni mutevoli che dobbiamo affrontare giorno dopo giorno. Se da un lato la capacità di adattamento è una funzione fisiologia e prevista dal nostro sistema, un’esposizione prolungata a livelli di stress elevati provoca, nella quasi totalità dei casi, una degenerazione nella risposta del sistema naturale di adattamento che logora le cellule, i tessuti e gli organi.

Come emerge dalle interviste di Clèment ai longevi delle blue zone, la riduzione dello stress non però significa ozio, né tantomeno una vita agiata e da mantenuti. Sono persone sopravvissute a guerre mondiali e civili, dittature, carestie, epidemie. Alcuni di loro erano solo bambini quando hanno iniziato a lavorare e alcuni, oggi, vivono in condizioni di indigenza. “Non esagero quando dico che dobbiamo scegliere tra lo zucchero e il caffè perché non possiamo permetterceli entrambi”, commenta Josè Bonificio Villegas. Il cowboy, classe 1917, di Nicoya ammette anche che essere finiti al centro dell’interesse mondiale rappresenta un’occasione economica di importanza quasi vitale. “I turisti che arrivano per visitare la nostra penisola ogni tanto ci aiutano dandoci dei soldi, ed è un sostegno prezioso perché con la nostra pensione non abbiamo nemmeno i soldi per mangiare”.

2. Mangiare i prodotti della propria terra

Una dieta prevalentemente vegetale basata soprattutto su prodotti locali, stagionali e, se possibile, coltivati da sé. Avere un orto, insomma, attività di cui molte persone in Italia e non solo hanno riscoperto il valore durante i mesi di lockdown, quando le piantine andavano a ruba quasi quanto il lievito.

L’altra raccomandazione è di non mangiare troppo. Nell’entroterra sardo gli anziani sono abituati a una cena leggera all’imbrunire, mentre a Okinawa è ancora diffuso il detto hara haruchi bu, che significa “mangia fino a riempire otto parti su dieci” dello stomaco, e non oltre.

3. Mantenere forti relazioni sociali

Le fonti principali di benessere durante la vecchiaia sono la famiglia e la rete sociale, e secondo Poulain questo è il caposaldo. “La pandemia da Covid-19 ci ha mostrato che il paradigma diffuso, che vede le persone anziane finire i propri giorni in una casa di riposo, deve cambiare”.

“Dobbiamo reintegrare queste persone nelle loro famiglie, mentre fino a ora le abbiamo escluse”, prosegue Poulain. “Ed è un crimine. Gli anziani devono essere mantenuti attivi nella società. Senza dubbio non è facile e tantomeno immediato, ma è la direzione giusta”.

4. Coltivare la spiritualità

La maggior parte degli anziani intervistati nelle blue zone dichiara di coltivare la spiritualità, di avere fede e di credere in qualcosa di più grande, anche se non necessariamente in una religione strutturata. Questo dato si affianca ad altri studi che dimostrano come all’interno degli ordini religiosi il tasso di longevità sia superiore alla media in una percentuale variabile dall’11 al 31 per cento.

Le ricerche empiriche più recenti, condotte per analizzare la correlazione tra spiritualità, invecchiamento e stato generale di salute, identificano quattro ambiti sui quali la religiosità, vissuta sia in ambito personale che comunitario, riesce ad essere positivamente incisiva sulla qualità e sulla durata della vita.

C’è prima di tutto il supporto sociale. Nelle comunità religiose molto spesso si attivano reti di solidarietà sia materiale che emotiva. Si rileva inoltre un livello più basso di stress dal momento che la spiritualità riesce a mitigare e confortare nei momenti di dolore e di smarrimento, anche di fronte alla finitezza della vita. Viene poi spesso adottato un comportamento naturalmente sano e condiviso lontano dagli eccessi. Ci sono infine anche degli interessanti aspetti psicosociali, legati ad esempio al concetto e alla pratica del perdono, che riducono la rabbia, la conflittualità e le conseguenze negative di questi stati emotivi sulla salute.

Tutte le mie attività di tipo sociale sono collegate alla chiesa cristiana avventista del settimo giorno e alla spiritualità. Sono felice e soddisfatto di quello che ho. Non mi arrabbio mai e vivo in pace con Dio. Sono anche appassionato di ricamo, cosa che stupisce molti.

Irving Leonardo Hertlein, 90 anni, di Loma Linda negli Stati Uniti

5. Mantenersi in movimento in modo naturale

Non si tratta di iscriversi in palestra o di lanciarsi in sport improbabili, ma di muoversi in modo naturale durante la giornata, lavorando all’aperto, andando a piedi a fare la spesa, usando le scale e mantenendosi il più possibile attivi.

“Credo che il segreto della longevità sia rimanere attivi”, sostiene Ryozen Tomoyose del villaggio di Onna-son a Okinawa. “Cammino mezz’ora al giorno, anche quando c’è brutto tempo, mi prendo cura del mio giardino e coltivo la canna da zucchero, che richiede uno sforzo fisico non indifferente”.

6. Rispettare l’ambiente

“A Villagrande, in Ogliastra, Elvira e Dario lavorano tutti i giorni il loro vasto appezzamento che potrebbe dare da mangiare a dodici persone”, racconta Poulain. “Sono assolutamente consapevoli della generosità della loro terra e del ruolo primario che ha per la qualità della vita e la salute”. È la condizione stessa di autosufficienza alimentare a rinnovare il rispetto totale dell’ambiente.

“A quattordici anni lessi un libro sulle api e scoprii il loro incredibile contributo all’ecologia grazie all’impollinazione”, ricorda Giorgos Stenos, 88 anni, apicoltore di Ikaria. “Diventato maggiorenne decisi di dedicare la mia vita alla cura delle api. Sarei potuto diventare un venditore di miele, ma la mia filosofia è sempre stata di non sfruttare eccessivamente la natura. Ho scelto piuttosto di vivere in armonia con i ritmi naturali, contribuendo all’equilibrio dell’ecosistema”.

7. Avere uno scopo nella vita e pensare positivo

Quello che i giapponesi chiamano ikigai, ovvero la ragione per cui ci si alza dal letto ogni mattina: ad esempio, coltivare quotidianamente una passione, come quella di Yamashiro per la danza – con tutta la gioia pura e vivida che traspare.

“All’età di 80 anni ho deciso di realizzare il sogno di diventare una danzatrice”, racconta Yamashiro, 99 anni, del villaggio di Yomitan. “Sono entrata in una compagnia di danza tradizionale di Okinawa che si esibisce per i turisti. Ero molto determinata, volevo imparare a tutti i costi e ora sono la star del gruppo”.

Il modello delle blue zone. Promuovere buone pratiche senza forzature

Oltre a modificare le abitudini personali, la sfida di chi guarda alle zone blu come modello sociale è quella di creare nella propria comunità le condizioni che favoriscono la longevità e il benessere anche in età avanzata in modo spontaneo, ovvero senza forzature. Diversi paesi in Europa stanno andando in questa direzione.

“I tratti comuni delle blue zone sono saggi consigli che stiamo cercando di promuovere in paesi come il Belgio e l’Olanda in collaborazione con le amministrazioni pubbliche e gli investitori privati”, spiega Poulain. “Il desiderio è creare dei villaggi dove concretizzare questi principi, frenando ad esempio l’avanzata dei fast food e sostenendo il commercio dei produttori locali, così che la scelta del prodotto di qualità possa avvenire in modo naturale: ssci di casa, possibilmente a piedi, e compri cibo sano perché è quello che trovi vicino a te. In Belgio, ad esempio, esistono piccole comunità di circa cinquanta persone di generazioni diverse che mirano a essere autosufficienti, anche dal punto di vista sanitario, in cui si organizzano molte proposte di incontro, scambio e inclusione. È sbagliato pensare che per vivere cent’anni basti trasferirsi nell’isola di Ikaria o mollare tutto per fare i pastori in Ogliastra. Piuttosto, la strada da intraprendere è quella che implica il cambiamento del sistema in cui viviamo”.

Michel Poulain descrive il modello ispirato alle zone blu, esportabile, a suo avviso, anche in altri contesti.

Non sono stanca e non mi annoio mai. Dio mi ha dato uno spirito forte. Raccomando ai giovani di essere sempre onesti, di non bere e di non fumare e soprattutto di stare attenti all’orgoglio, che è causa di grandi sofferenze. È molto meglio attraversare la vita con umiltà.

Digna Villegas Cortés, 97 anni, di Quebrada Honda a Nicoya

Come stanno cambiando le zone blu?

Se oltre ai geni sono anche i fattori esterni a determinare la qualità e la durata della vita, c’è da chiedersi se e come le blue zone stiano cambiando in questi anni. Sono destinate a perdere il loro primato oppure lo stanno conservando? “Questo tema è attualmente oggetto di uno studio approfondito”, commenta Poulain. “In tal senso, le zone blu sono molto diverse tra loro e ognuna merita una risposta specifica”.

Ogliastra

L’Ogliastra e le tradizioni intatte

“Partendo dalla Sardegna, sono convinto che l’Ogliastra sia per ora destinata a mantenere percentuali di longevità sopra la media”, continua Poulain. “Forse non a livelli così eccezionali come in passato, ma senza dubbio altamente sopra la media”. Sono territori in cui la modernità non ha sconvolto le tradizioni e l’assistenza medica e la tecnologia sono state integrate nel sistema sociale in modo intelligente. I giovani trovano ancora lavoro nei paesi limitrofi e non sono costretti a trasferirsi nelle città come Cagliari o Sassari. La rete sociale è solida e culturalmente non è considerato accettabile il ricovero degli anziani nelle case di riposo. La convinzione infatti è che debbano essere la famiglia e la comunità a prendersi cura di loro.

Mi vesto sempre di nero e indosso anche il velo nero perché mio marito è morto e la tradizione vuole che la vedova vesta in questo modo. Non so cosa succederà quando arriverò alla fine della mia vita. Nessuno lo sa, ma la morte non mi fa paura.

Giacobba Lepori, 104 anni, di Villagrande in Ogliastra

Il dna sardo che va a ruba

A movimentare le giornate degli ogliastrini sono gli arrivi quotidiani di ricercatori, giornalisti e tv da ogni dove, ma è soprattutto il loro dna a ossessionare gli studiosi, tanto da essere ormai considerato un vero e proprio bottino di valore inestimabile. Nel 2016, infatti, dai laboratori Genos di Perdasdefogu, in provincia di Nuoro, furono trafugate oltre 25mila provette contenenti il dna ogliastrino, ritrovate poi misteriosamente qualche giorno dopo nell’ospedale San Giovanni di Dio di Cagliari.

A conservarle è ora la fondazione Dna Ogliastra nata nel 2020, che oltre a proteggere questo tesoro porta avanti le ricerche scientifiche con partner d’eccezione come l’università King’s College di Londra, in Regno Unito, l’istituto che porta avanti la ricerca più importante al mondo del patrimonio genetico dei gemelli. Tre milioni di euro sono stati già finanziati da fondi europei per monitorare gli effetti della dieta sarda su 100 coppie di gemelli. “Uno dei due si nutrirà con cibo ogliastrino per due mesi”, ha spiegato il direttore scientifico della fondazione, Nicola Culeddu. “Poi verificheremo i risultati della dieta mediterranea sulla salute di queste persone e faremo un confronto per dimostrare che esiste un effetto genetico legato alla componente alimentare”.

Okinawa

Okinawa e gli effetti del conflitto mondiale sulla longevità

Okinawa, invece, sta perdendo il suo primato di longevità. Nelle oltre 150 isole della prefettura più meridionale del Giappone già negli anni 2000 l’aspettativa di vita degli uomini era scesa dal quarto al 26esimo posto della scala nazionale. La causa principale sembrerebbe essere legata alle difficoltà e al trauma che hanno subito gli abitanti durante la Seconda guerra mondiale e all’influenza – o contaminazione – americana sull’alimentazione tradizionale. Sin dalla fine del conflitto, la presenza statunitense è sempre stata marcata. Okinawa è rimasta invasa fino al 1972 e ospita tutt’ora decine di basi militari Usa: il 70 per cento delle forze militari americane in Giappone si trova a Okinawa e in un referendum i cittadini hanno recentemente votato contro l’apertura di una nuova base. “Okinawa è stata pesantemente distrutta durante la guerra ed è per questo che i centenari sono soprattutto donne”, commenta Poulain. “In quegli anni la maggior parte degli uomini perse la vita”.

Il declino di Okinawa è emerso abbastanza chiaramente già nel censimento del 2005: i dati raccolti hanno rivelato che il rapporto tra il numero di persone nella fascia d’età compresa tra gli 80 e gli 89 anni e la popolazione totale era già sotto la media nazionale. La situazione però si invertiva con l’aumentare degli anni perché dai 100 anni in su, ad Okinawa questo rapporto era il doppio per gli uomini e il triplo per le donne rispetto al resto del Giappone.

Okinawa è stata pesantemente distrutta durante la guerra ed è per questo che i centenari sono soprattutto donne. In quegli anni la maggior parte degli uomini perse la vita.

Michel Poulain

Le ricerche hanno evidenziato cambiamenti radicali e repentini nella dieta dei residenti di Okinawa, come ad esempio la netta diminuzione del consumo di alghe a favore di cibi ricchi di grassi e la sostituzione, avvenuta proprio verso la fine della guerra, della patata dolce con il riso. Altri ricercatori hanno indagato anche la correlazione tra il calo del peso medio dei neonati dopo il conflitto mondiale e la diminuzione del tasso di longevità.

Michel Poulain spiega come stanno cambiano le blue zone del mondo

Nel 1945 stavo lavorando in un impianto di produzione di aeromobili quando esplose la bomba atomica. Io e i miei colleghi guardammo la nuvola a forma di fungo da dove ci trovavamo, sentendoci completamente impotenti. Dopo il calvario terribile che è stato il conflitto mi sono battuta a lungo e duramente contro la guerra. Andavo nelle scuole a parlare ai bambini della mia esperienza e per raccontarne le atrocità.

Emiko Miyazato, 95 anni, del villaggio di Ogimi-son a Okinawa

Gli anziani in Giappone, farsi arrestare per sopravvivere

Il Giappone è il paese più vecchio al mondo, ovvero con la più alta proporzione di anziani rispetto alla popolazione. “L’aumento della popolazione anziana in Giappone è una questione davvero problematica e di grande rilievo”, aggiunge Poulain. “A livello nazionale la spesa (per sostenere questa parte della popolazione, ndr) è troppo alta, decisamente insostenibile, e la rete sociale non tiene. Ecco che i pensionati scelgono deliberatamente di commettere crimini per essere arrestati e garantirsi vitto e alloggio”. Negli ultimi 20 anni, il numero di crimini commessi dagli over 65 è cresciuto costantemente e il dato sulla reiterazione dei reati è altrettanto preoccupante: dei 2.500 over 65 condannati nel 2016, più di un terzo aveva già alle spalle più di cinque condanne.

Toshio Takata, 69 anni, nel 2019 ha raccontato alla Bbc di aver trascorso la metà dei precedenti otto anni in prigione per scampare alla povertà, mettendo in atto un piano che ha dell’incredibile, anche per la tragicità che rivela: dopo avere rubato una bicicletta, Takata ha pedalato dritto dalla polizia per costituirsi, sperando nell’arresto. Il tentativo ha funzionato ed è stato condannato a un anno di carcere. Nel frattempo ha continuato a percepire la pensione, mettendo da parte i risparmi che gli hanno permesso di andare avanti qualche mese dopo il rilascio. Una volta che sono finiti i soldi ha replicato lo stratagemma, questa volta esibendo un coltello in un parco, senza minacciare nessuno ma aspettando che qualcuno chiamasse la polizia. E così è stato.

Non ho mai preso medicine in vita mia perché non ne ho mai avuto bisogno. Non ho mai avuto nemmeno una tosse o un raffreddore. Faccio ginnastica tre volte a settimana nel centro diurno per anziani. Adoro socializzare e andare a trovare i miei amici. Spero di vivere ancora a lungo, voglio vedere i miei pronipoti diventare grandi. Per me la felicità è la famiglia.

Haruko Kuniyoshi, 100 anni, del villaggio di Nakijin-son a Okinawa

Ikaria

Ikaria e il valore del sostegno reciproco

“Come in Sardegna, anche sull’isola di Ikaria le tradizioni, la dieta e le abitudini sono rimaste pressoché immutate”, spiega Poulain. “È ancora la comunità a farsi carico degli anziani, che così restano vicini ai loro affetti. Quindi con tutta probabilità l’isola sarà in grado di mantenere il primato di zona blu”. L’aiuto reciproco e la libertà sono valori che gli ikariani hanno dimostrato anche durante la guerra civile (1946-1949) accogliendo 13mila oppositori comunisti deportati, a fronte di una popolazione di 11mila persone, diventando così una delle “isole dell’esilio”.

Dal momento in cui è entrata nella lista delle blue zone del mondo, Ikaria è diventata meta di turismo che potremmo definire di nicchia se paragonato al numero di stranieri che invadono le isole più conosciute della Grecia. L’effetto del turismo a Ikaria è quindi un fenomeno interessante da analizzare in termini di scambio e inclusione sociale.

Giornalisti, dottori e studenti sono venuti da tutto il mondo per farmi domande sulla longevità a Ikaria. Questi stranieri sono sbalorditi dalla mia apertura nei loro confronti e dal modo in cui li accolgo. Si sorprendono perché rido molto, li bacio e li tengo tra le braccia. Forse il calore umano degli abitanti di quest’isola è quello che ci tiene in vita così a lungo?

Marika Sardi, 88 anni, di Nas a Ikaria

Turismo e prosperità per gli ikariani

Sulla base di interviste agli isolani di tre generazioni diverse, una ricerca dell’università del Kentucky negli Stati Uniti analizza come a Ikaria sia cambiato il concetto di prosperità in relazione al fenomeno recente del turismo. Almeno per ora l’isola sembra aver trovato il giusto equilibrio, valorizzando gli effetti positivi dell’arrivo degli stranieri, come il vantaggio di poter sostenere un maggior numero di negozi e farmacie, ma senza intaccare i valori sociali fondanti della famiglia ed evitando di farsi attrarre eccessivamente dalle opportunità di guadagno.

Dai questionari effettuati durante la ricerca è emerso che i valori di solidarietà, condivisione e senso di appartenenza sono molto sentiti anche dalle giovani generazioni. Tra le note negative, invece, si segnala l’aumento della produzione dei rifiuti e, in alcuni casi, la tendenza a chiudere le case a chiave, sintomo di un cambio di passo rispetto all’abitudine prima largamente diffusa di lasciare le porte delle abitazioni sempre aperte.

In famiglia eravamo dodici bambini e la vita è stata dura. Non avevamo praticamente nulla da mangiare e le mie scarpe erano fatte con vecchi pezzi di pneumatici. Per andare a scuola dovevo camminare due ore e non avevo né matite né fogli. Quando avevo otto anni la scuola è stata chiusa a causa dell’occupazione italiana. In quel periodo molte persone morirono di fame. Ricordo che una volta eravamo così affamati che dissotterrammo la carcassa di una pecora per mangiarla. Ciò nonostante ho bei ricordi dei soldati italiani che dividevano il cibo con noi bambini.

Lefteres Parikos, 87 anni, di Plagia a Ikaria

Nicoya

Nicoya e l’impatto dei fast food

Il tasso di mortalità nella penisola di Nicoya, la blue zone del Costa Rica, è inferiore del 29 per cento rispetto alla media nazionale. A sostenerlo è uno studio durato 5 anni svolto su un campione di circa 3mila costaricani dai 60 anni in su. Tradotta in altri termini, questa percentuale corrisponde a due o tre anni di vita in più per gli abitanti di Nicoya, in una nazione che su scala mondiale può già vantare una buona percentuale di longevi.

Il fenomeno della globalizzazione e l’influenza dei vicini Stati Uniti, però, stanno però cambiando lo scenario, anche se lentamente. Burger King è arrivato anche a Nicoya, e con l’approdo della catena di fast food hanno iniziato a verificarsi i problemi legati all’aumento del peso e all’eccessiva assunzione di grassi. D’altro canto, in cucina si è perso l’uso di molte piante e verdure spontanee perché dimenticate o considerate cibo delle persone indigenti. “La popolazione sta iniziando ad avere problemi di obesità e sedentarietà”, spiega Poulain. “Non si può dire che l’alta percentuale di longevi scomparirà a breve ma la situazione non sta volgendo al meglio. Solo i più anziani tra gli anziani tendono a conservare le abitudini tradizionali. Sono stato a Nicoya l’ultima un anno fa, prima della pandemia da Covid-19, e da quello che ho visto non sono sicuro che le nuove generazioni le porteranno avanti. L’invasione della cultura americana è ormai molto evidente”.

“La dieta locale tradizionale, con la sua varietà, dev’essere considerata un privilegio e, come tale, preservata”, ha dichiarato in un’intervista Romano Gonzáles Arce, docente della scuola di nutrizione dell’università del Costa Rica. “L’utilizzo molto limitato degli alimenti tradizionali impedisce ai bambini e alle nuove generazioni di conoscerne il vero e prezioso apporto nutrizionale e in questo modo ci si allontana sempre di più dalla cultura alimentare autoctona che potrebbe allungare la vita delle persone grazie al suo patrimonio genetico”.

In passato le cose erano migliori. Nel cibo non c’erano prodotti chimici e le persone erano più in salute. Non abbiamo mai guadagnato molto ma avevamo comunque il necessario per vivere, anche perché ci aiutavamo sempre l’un l’altro. Questo invece è un periodo di povertà estrema. Il costo della vita è molto alto, mentre le pensioni sono ridicole.

Maria Trinidad Espinoza Mellina, 102 anni, di Copal de Quebrada Honda a Nicoya

Loma Linda

Loma Linda e la longevità nelle comunità religiose

Per Poulain, la città californiana di Loma Linda, in cui vive una comunità avventista, non può essere definita una blue zone in senso stretto. “Bisognerebbe piuttosto parlare di ‘popolazione blu’ e non di ‘zona blu’ perché Loma Linda è una comunità religiosa e, come tale, presenta la stessa percentuale di longevità che si riscontra nei monasteri o nei conventi, che è già stata ampiamente studiata e la cui matrice risiede principalmente nelle regole di vita e nella fede religiose”. Inoltre, non sono state condotte ricerche trasversali per verificare se le comunità di avventisti in altri luoghi presentano gli stessi dati della città che porta il nome di “bella collina” in spagnolo.

In ogni caso, Loma Linda testimonia il ruolo della spiritualità e della vita scandita da regole comunitarie come elementi chiave del benessere anche nella terza età. Nelle comunità religiose il consumo di alcool è normalmente limitato, così come sono più regolari le ore di sonno e più lenti i ritmi della giornata. Uno studio di Francisco Javier Fiz Perez e Andrea Laudadio dell’università la Sapienza di Roma ha inoltre evidenziato come il grado di religiosità delle persone sia inversamente proporzionale ai tassi di depressione e dello stato d’ansia generato dall’idea della morte. La spiritualità è considerata quindi una potente matrice di speranza, anche in situazioni di particolare gravità.

L’arte ha una grande importanza nella mia vita perché innalza lo spirito […] Faccio poi lezioni di aerobica e partecipo a diverse riunioni e assemblee. Ho tanti amici e navigo spesso su Facebook. Adesso ho un fidanzato, ho avuto un debole per lui da quando è arrivato al centro avventista per gli anziani in cui vivo. Da allora la nostra relazione è andata avanti. Parliamo, ci abbracciamo, e credo che questo sia un aiuto notevole per la longevità.

Helene Dalgleish, 95 anni, di Loma Linda in California

Il business della longevità

Ogni zona blu affonda le proprie radici in un passato millenario che si è mosso con costanza e quotidianamente verso un’unica direzione, quella a favore della vita. Oggi siamo nell’era delle ricette rapide, del tutto subito, del minimo investimento per la massima resa. Una tendenza che si manifesta in ogni sfera, anche in quella dell’invecchiamento. “Navigando su internet a volte mi capita di leggere cose del tipo ‘come diventare centenario in quattro settimane'”, dice Poulain, sorridendo. “La verità è che ci vogliono 100 anni per diventare centenario, ma il business intorno a questo tema è davvero diffuso e senza limiti. È questa la ragione principale dei dieci anni, spesi per far accettare a livello accademico la validità scientifica delle blue zone – ricordiamo che la prima scoperta è avvenuta nel 2000 ma a livello internazionale il fenomeno è stato pienamente riconosciuto e convalidato solo intorno al 2010″.

Ogni zona blu affonda le proprie radici in un passato millenario che si è mosso con costanza e quotidianamente verso un’unica direzione, quella a favore della vita. Oggi siamo nell’era delle ricette rapide, del tutto subito, del minimo investimento per la massima resa.

Il “parco gerontologico” di Bama Village

Avere la fama di zona blu significa suscitare l’interesse del pubblico, anche internazionale, dei media e dei ricercatori. Può voler dire diventare meta di turisti, come dimostrano gli ikariani, e addirittura attrarre nuovi investitori. Il business è talmente ampio e trasversale che nel mondo proliferano le aspiranti zone blu e in alcuni casi la determinazione è tale da portare alla creazione di comunità artificiali abitati da centenari trasferiti lì per allietare e sorprendere i turisti in vacanza. Succede questo nel villaggio di Bama, il “longevity village” della provincia di Guanxi in Cina. “Hanno fatto arrivare gli anziani da altre parti del paese per creare il villaggio della longevità, dove i centenari accolgono gli stranieri che sbarcano curiosi e a frotte”, racconta Poulain. “Ci sono stato e più che una zona blu l’ho definito un ‘parco gerontologico‘, perché queste persone vengono messe in vetrina, fanno entrare gli avventori nelle loro case per offrirgli il tè e rispondere alle loro curiosità. E quando muoiono vengono rimpiazzati da altri”.

Le nuove frontiere dalla silver economy

Oltre agli estremismi economici più localizzati, se osserviamo i dati in un’ottica più macroscopica e globale l’invecchiamento generale della popolazione mondiale ha aperto nuove frontiere di business che le grandi società stanno già cavalcando. Per l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) questo è il decennio dell’invecchiamento: nel 2020, per la prima volta nella storia dell’umanità il numero di persone over 60 ha superato quello dei bambini entro i cinque anni di età. Il documento fa una previsione chiara del futuro che ci aspetta. Entro il 2030 il numero di persone sopra i 60 anni aumenterà di un terzo. Di nota è che la distribuzione dei longevi sulla mappa mondiale è tutt’altro che omogenea: il 37 per cento della popolazione anziana vive nel Sudest asiatico, il 26 per cento in Europa e in Nord America, mentre in diverse zone dell’Africa la proporzione scende al cinque o al quattro per cento. La deduzione, ovvia, è che la longevità è un lusso dei paesi più sviluppati, in cui l’economia pretende di tenere sempre il piede sull’acceleratore.

E così già da tempo il mercato ha iniziato ad ammiccare al nuovo settore della silver economy (“l’economia argento”), che punta a soddisfare i bisogni della popolazione senior con prodotti e servizi mirati. Basti pensare infatti che negli Usa, il 70 per cento del reddito disponibile sarà presto in mano a persone con più di 60 anni, secondo il World economy forum. Ad esempio, il brand giapponese Aeon, leader nel retail, ha iniziato a implementare nei centri commerciali una serie di servizi aggiuntivi pensati per i consumatori più anziani con l’obiettivo di favorire i consumi, come porzioni più piccole degli alimenti, apposite aree relax e corsie più spaziose. Home Instead Senior Care, una delle principali società statunitensi di assistenza sanitaria a domicilio, ha invece scoperto che l’assunzione di personale in età matura migliora le relazioni con i suoi clienti perché riduce la distanza tra assistente e assistito, con ricadute positive per entrambi: il personale non più giovanissimo sente di avere un ruolo importante nella vita delle persone assistite e questa gratificazione lo sprona a lavorare di più e meglio.

Anche il mondo della finanza è sempre più interessato a questa fetta di mercato. All’inizio di aprile 2021 è stato lanciato dal gruppo Quadrivio il Silver economy fund, il primo fondo italiano di private equity che investe in aziende europee e statunitensi che offrono prodotti e servizi destinati alla fascia over 50, con l’obiettivo di accelerarne e incrementarne lo sviluppo.

Nella vita ho svolto due professioni: allevatrice di bachi da seta e insegnante di calligrafia. È importante meditare a lungo prima di scegliere di intraprendere una carriera. Una volta scelta, è necessario perseverare con risoluzione. Oggi pratico ancora l’arte della calligrafia per piacere personale, e coltivo fiori, scrivo ogni giorno sul mio diario e vado spesso al centro per anziani. Ho un bel temperamento, sono sempre di buon umore, pacifica e cooperativa.

Hiroko Touyama, 98 anni, del villaggio di Nakijin-son a Okinawa

Invecchiare ai tempi della Covid-19

Ma la prospettiva argentea della silver economy stride di fronte alla realtà meno scintillante, o per meglio dire cupa, che ha caratterizzato la vita degli anziani nell’ultimo anno e mezzo. Come uno tsunami, la pandemia da Covid-19 ha azzerato le abitudini, la socialità, lo sguardo verso il mondo e la già – fisiologicamente ridotta – prospettiva di vita soprattutto per i più anziani. Tra le azioni di sensibilizzazione nate intorno a questo tema così urgente c’è Old lives matter, la campagna lanciata l’ottobre scorso dalla Società francese di geriatria e gerontologia (Sfgg) insieme ad altre 45 organizzazioni di 30 paesi diversi. La denuncia è contro la discriminazione sulle basi dell’età, che porta all’esclusione degli over 60 dalla sfera professionale e spesso anche sociale, condizioni inasprite ulteriormente dalla pandemia che ha imposto l’isolamento degli anziani nelle case di riposo e, in diversi casi, il rifiuto del ricovero da parte delle strutture ospedaliere.

“Quella dell’età è l’unica discriminazione che non può essere punita dalla legge”, come scrive la Sfgg. “È la più diffusa, la più comune e universale, spesso sostenuta da pregiudizi e stereotipi inconsci. In occasione del ventesimo anniversario dell’articolo 25 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, con questa campagna di sensibilizzazione vogliamo rimarcare il diritto degli anziani di condurre una vita dignitosa e indipendente e di partecipare alla vita sociale e culturale”.

L’Unione riconosce e rispetta il diritto degli anziani di condurre una vita dignitosa e indipendente e di partecipare alla vita sociale e culturale.

Articolo 25 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea

Arianne Clément per Old lives matter

Anche Clément ha abbracciato la campagna postando sui canali social i ritratti dei protagonisti dei suoi progetti fotografici deceduti o sopravvissuti alla Covid-19 utilizzando l’hashtag #oldlivesmatter.

sexy a 100 anni le fotografie di Arianne Clément
Tra i tanti scatti di Clément ce n’è uno che ha fatto davvero il giro del mondo: quello in cui Paul, 102, e Christine, 88, si stringono in un abbraccio tenero e carico d’intesa, innamorati più del primo giorno. L’arte di invecchiare è il titolo del progetto che ha messo in luce e scardinato più di un pregiudizio sulla sessualità nella terza età © Arianne Clément

Old lives matter_Arianne Clément
A novembre 2020 Paul è morto di Covid-19 senza che la sua Christine potesse stargli accanto © Arianne Clément

L'isolamento degli anziani a causa della Covid 19 _ Arianne Clément
Per mesi dopo il ricovero di suo marito Christine ha tenuto stretta a sé una bambola di cui si prendeva cura quotidianamente. Nella solitudine, era l’unica consolazione rimasta. Lo scorso luglio anche Christine si è spenta pochi mesi dopo il il suo amato Paul © Arianne Clément

“Provo una forte indignazione per quanto sta succedendo a moltissimi anziani nel mondo”, commenta Clément.

“Il diritto alla dignità e alla salute sono inalienabili. Tutte le generazioni devono potere partecipare ed essere riconosciute all’interno della società in modo equanime”, prosegue.

“Negli ultimi mesi molte persone che conosco sono morte o hanno perso i loro famigliari. Mio nonno è morto in una casa di riposo l’estate scorsa. Non è morto di Covid-19 ma a causa delle limitazioni legate al virus si è spento da solo, senza nessuno accanto. È per me un’enorme ferita al cuore”.

“Ho scelto di onorare i protagonisti dei miei progetti fotografici pubblicando le loro immagini per sostenere questa campagna. L’intento è di creare consapevolezza e incoraggiare le comunità a fare quanto possibile per proteggere i nostri anziani, facendo in modo che i loro diritti vengano garantiti”.

“È certamente naturale spegnersi a 104 anni, ma non è naturale trascorrere gli ultimi mesi di vita completamente isolati, lontani dai propri affetti”.

Arianne Clément fotografa canadese anziani
La fotografa Arianne Clément

Tutte le generazioni devono potere partecipare ed essere riconosciute all’interno della società in modo equanime.

Arianne Clément

Uscito indenne dalla Covid-19 e senza strascichi, Roland, prozio di Clément, è diventato portavoce di un messaggio di coraggio e fiducia, ripreso anche da testate giornalistiche come l’Huffington Post.

Il giorno di Natale sono risultato positivo. Sono stato fortunato perché ho attraversato la malattia senza sintomi. Va detto che non ho nessuna patologia e che non ho mai preso l’influenza in vita mia. Vivo molto bene l’isolamento. Suono il violino, mi occupo della mia collezione di francobolli, faccio passeggiate nel mio appartamento, leggo il giornale, faccio ricerche in internet e parlo con la famiglia attraverso le video chiamate. Per tenere alto il morale durante la pandemia, consiglio a tutti di vivere un giorno alla volta e, soprattutto, di tenersi occupati.

Roland, 99 anni, sopravvissuto alla Covid-19

Il segreto delle blue zone è sotto gli occhi di tutti

In questo viaggio attraverso le blue zone e oltre c’è lo stupore di ritrovare la vita, intensa e appagante, dove non ce la si aspetta, cioè nella terza età. Per andare alla ricerca di un segreto che non è mai stato un segreto. Energia, grinta, tenacia, coraggio, resilienza sono qualità che possiamo trovare quotidianamente negli anziani che vivono accanto a noi. È ora di tornare a guardarli come pienamente vivi, con pari diritti e pari dignità.