Diritti umani

La fantasia del boia. Tutti i modi per dare la pena di morte nella storia

Nella storia, le esecuzioni della pena di morte sono avvenute nei modi più disparati. Dall’allungamento all’annegamento, dalla sedia elettrica alla vergine di ferro.

Tre, quattro volte l’anno la stampa parla di pena di morte e tutti pensano alla sedia elettrica, qualcuno all’iniezione letale o alla camera a gas, o alle fucilazioni.

Questi non sono gli unici metodi in voga, attualmente legali, per eliminare i soggetti indesiderati dalla società.

In alcuni stati americani, ad esempio, i condannati possono scegliere, oltre ai metodi più moderni, se preferiscono essere fucilati (Idaho, Oklahoma, Utah) o persino impiccati (Delaware, New Hampshire, Washington).

In Africa si può ancora essere condannati a morte per rapina o per stregoneria. Frustate e lapidazione per reati sessuali, fra i quali l’adulterio, o decapitazione per possesso di alcool sono condanne diffuse nei paesi del Medio Oriente ove vige la legge islamica, in Iran e Afghanistan, mentre in Arabia Saudita c’è la decapitazione e in Palestina la fucilazione per aver fatto la spia. In Cina si muore con una pallottola nel cranio e la famiglia del condannato è tenuta a pagare le spese d’esecuzione.

Nella storia, le esecuzioni sono avvenute nei modi più disparati

Un cronista del III secolo annotava:

…nei tempi di Domiziano e di tutti gli altri imperatori che posero in atto persecuzioni, grandiosi caroselli di morte con molti uomini uccisi con flagelli o percossi con verghe, con amare afflizioni, e con spade affilate e su roghi infuocati e gettati nei terribili gorghi del mare e nei dirupi senza speranza.

Il maestro fiammingo Pieter Bruegel, detto “il Vecchio” (1525-1569), aveva grande abilità nel catturare lo spirito dei suoi tempi. In un suo capolavoro, il Trionfo della morte (ca. 1562, conservato al Museo del Prado, Madrid), si manifesta tutto l’orrore per quel che è avvertito come inumano, non-umano, anti-umano: la morte.

Dettaglio del Trionfo della morte, un dipinto di Pieter Bruegel, olio su tavola, del 1562-63.
Dettaglio del Trionfo della morte, un dipinto di Pieter Bruegel, olio su tavola.

Nella campitura di sfondo di una battaglia tra uomini e scheletri ambulanti è dipinto un tremendo campionario dei diversi modi dell’epoca per giustiziare i prigionieri. Un uomo è fatto inginocchiare per poterlo colpire con un più netto e sicuro fendente con la spada. I patiboli – come si mostra – si costruivano con uno o due stipiti di sostegno: in quest’ultimo caso, la corda era appesa alla trave che li univa. Più in là, un cadavere penzola con la testa inforcata tra due rami divaricati di un albero. Ma l’immagine più impressionante è la tremenda ruota: in cima ad alti pali (alberi defoliati), una ruota di legno a raggi, su cui veniva legato il condannato. Per le slogature, il dolore, la disidratazione, la morte giungeva dopo una lenta agonia.

Nell’arco dei secoli l’uomo ha escogitato mille metodi, sempre più fantasiosi e dolorosi, per dare la morte al proprio simile.

Acqua

Con secchi e anche con imbuti, la persona è forzata a ingoiare acqua fino alla morte. 

Allungamento

Si lega il condannato ai polsi e alle caviglie con corde che vengono tirate da parti opposte con argani; in questo modo è “tirato” fino a che muore.

Annegamento

Applicato in un’ampia varietà di modi… Il condannato è buttato in acqua legato, in modo che non riesca a nuotare. Già nel codice di Hammurabi di quattromila anni questa era fra le pene erogabili. Era utilizzata come ordalia fin dai tempi dei barbari. Un documento antico (a.d. 1114), a proposito degli eretici, fa menzione della prova dell’acqua benedetta, dell’acqua esorcizzata.

Pertanto il vescovo celebrò la messa, e dalla sua mano essi ricevettero l’eucarestia, mentre pronunciava queste parole: «Che il corpo e il sangue del Signore oggi vi sia di prova». Fatto ciò, il piissimo vescovo e l’arcidiacono Pietro, uomo di fede integerrima, che aveva respinto le promesse che gli facevano per non essere sottoposti alla prova, avanzarono verso l’acqua. Con molte lacrime il vescovo intonò le litanie, poi compì l’esorcismo. Dopo di che, essi giurarono di non aver mai creduto o insegnato qualcosa di contrario alla nostra fede.

Clemente, messo nella botte, galleggiò come un fuscello. Ed alla vista di ciò tutta l’assemblea fu presa da un’immensa gioia. La notizia di quell’ordalia aveva radunato tanta moltitudine di persone di entrambi i sessi, quanta nessuno dei presenti ricordava di aver mai visto in quello stesso luogo.

L’altro confessò il suo errore, ma non essendosi ancora pentito, fu messo in prigione con il fratello, la cui colpevolezza era stata provata. Altri due, originari del villaggio di Dormans, che erano in tutta evidenza eretici, e che erano venuti a vedere lo spettacolo, furono anch’essi imprigionati.

Intanto andammo al concilio di Beauvais per consultare i vescovi sul da farsi circa questo caso. Ma nel frattempo, il popolo dei fedeli, temendo un’eccessiva indulgenza da parte del clero, si precipitò alla prigione, prese gli eretici, e accese un rogo fuori della città, dove li fece bruciare tutt’insieme.

Ad analoga prova demoniaca erano sottoposte le streghe. Se l’acqua respingeva la donna ed ella galleggiava o riusciva comunque a riportarsi a galla, allora era colpevole e veniva posta al rogo. Se l’acqua la accettava ed annegava, allora era innocente.

Asino spagnolo/cavallo di legno

Si fa sedere una persona sull’asse, di taglio, o sulla cuspide di una struttura a V – come su un asino appunto o un cavallo. Il peso del corpo, a volte gravato da zavorre sempre più pesanti, provoca lacerazioni inguinali e al pube.

Bollitura

Può essere nell’olio (come è stata riservata a Pomponio di Algerio, maestro di Giordano Bruno). Oppure, il condannato viene posto, vivo, in un calderone pieno d’acqua che poi si fa bollire attizzando il fuoco sottostante. Tecnica usata a partire dell’Alto Medioevo. Oggi la si utilizza per le aragoste. Ma è pur sempre una barbarie.

Camera a gas

Questo metodo di esecuzione fu introdotto negli USA negli anni ’20, ispirato dall’uso di gas venefici durante la prima guerra mondiale.

Il prigioniero viene fissato ad una sedia in una camera stagna. Uno stetoscopio fissato al suo torace viene collegato a cuffie che si trovano nella stanza adiacente, dove stanno i testimoni, in maniera tale che un medico possa controllare il progredire dell’esecuzione; nella camera stagna viene quindi liberato gas cianuro che uccide il condannato. La morte avviene per asfissia: il cianuro inibisce l’azione degli enzimi respiratori che trasferiscono l’ossigeno dal sangue alle cellule del corpo. Lo stato di incoscienza può subentrare rapidamente, ma l’esecuzione durerà più a lungo se il prigioniero tenta di prolungare la propria vita trattenendo il fiato o respirando lentamente. Così come avviene con gli altri metodi di esecuzione, gli organi vitali possono continuare a funzionare per un breve periodo, a prescindere dal fatto che il prigioniero sia cosciente o meno.

Riportiamo ora un particolare caso di un detenuto sottoposto alla camera a gas, Jimmy Lee Gray, giustiziato nel Mississippi il 2 settembre 1983. Le sue convulsioni sarebbero durate otto minuti, nel corso dei quali il prigioniero avrebbe ripreso fiato undici volte, sbattendo ripetutamente la testa contro un palo che si trovava dietro di lui. Alcuni testimoni hanno dichiarato che Gray non aveva l’aria di essere ancora morto, nel momento in cui i funzionari del carcere li hanno invitati ad uscire.

I giudici americani (ogni decisione dei quali, nel sistema americano dei precedenti, ha una certa importanza) iniziano a riconsiderare la loro opinione sulla crudeltà della pena di morte. I giudici della California ammettono, in una sentenza ufficiale del 1999:

La camera a gas della California è stata trovata essere inammessibilmente crudele, in questo test, per cui il gas letale comporta violenze e mutilazioni minime, ma infligge dolore sostanziale (intenso dolore viscerale da privazione d’ossigeno) e risulta in una agonia lenta, tirata in lungo, con la morte che sopraggiunge per asfissia artificiale (il detenuto può rimanere cosciente per diversi minuti) e quindi è crudele nei suoi effetti.

Cavalletto

Termine onnicomprensivo che designa un grande numero di strumenti meccanici e pratiche per torturare fino alla morte il soggetto.

 

Colpo di cannone

La persona è posizionata avanti alla bocca del cannone, quindi viene sparato un colpo che ne squarcia il corpo.

Crocifissione

Le fonti antiche tramandano diversi modi di crocifiggere il reo. Il palo verticale e quello orizzontale potevano formare una T (crux commissa), una croce a quattro braccia (crux capitata) o a X (croce di S. Andrea). Secondo l’uso romano, il condannato è inchiodato con cunei di ferro per i polsi (non nel palmo delle mani, come tramanda l’iconografia sacra: si lacererebbero) e le caviglie ad una croce. Per evitare che il torso si afflosci, lo si può legare all’altezza delle ascelle. Alla sommità della croce un cartello di legno indicava il motivo della condanna. Inizialmente praticata su alberi, questa pratica era riservata agli schiavi dell’antica Roma e delle province romane… tra cui la Galilea.

Culla di Giuda

Usato essenzialmente come strumento di tortura, non è improbabile che in realtà portasse anche alla morte, anche per le infezioni delle lacerazioni causate. È un cavalletto con la punta acuminata. Il condannato veniva sospeso con funi con i propri orifizi su questi cunei, con continue minacce di ballonzolamenti e di violente, dolorosissime strattonate.

Decapitazione

Un boia, usualmente incappucciato, taglia la testa del condannato con una scure, un’ascia bipenne, un’accetta, una sciabola. Molto in voga in tutta Europa fino al 1500-1600. L’accetta usata per l’ultima decapitazione, avvenuta nel 1747, è conservata come una reliquia alla Torre di Londra.

Fame

Il condannato, chiuso in una cella o in una gabbia, non viene più nutrito, fino alla morte. Simili loculi erano chiamati nella Francia medievale oubliettes (oublier, in francese, è «dimenticare»). In Italia è celebre l’episodio del conte Ugolino della Gherardesca, imprigionato con i suoi figlioli, che racconta di sé nell’Inferno dantesco mentre azzanna il teschio del suo persecutore. Dante, Inferno, Canto XXXIII:

Quando fui desto innanzi la dimane,
pianger senti’ fra ’l sonno i miei figliuoli
ch’eran con meco, e dimandar del pane…
Poscia che fummo al quarto dì venuti,
Gaddo mi si gittò disteso a’ piedi,
dicendo: “Padre mio, ché non mi aiuti?”.
Quivi morì; e come tu mi vedi,
vid’io cascar li tre ad uno ad uno
tra ’l quinto dì e ’l sesto; ond’io mi diedi,
già cieco, a brancolar sovra ciascuno,
e due dì li chiamai, poi che fur morti.
Poscia, più che ’l dolor, poté ’l digiuno.

Forca

Le fonti romane non spiegano dettagliatamente la forma della forca, che ha sostituito dal I secolo a.C. altri tipi di primitive crocifissioni. Doveva trattarsi di un palo di legno biforcuto, a Y, piantato nel terreno. La cervice del condannato è conficcata alla confluenza dei due rami della Y, magari assicurata con un legno trasversale. Lasciato pendere, costui muore con la spina dorsale fracassata. «La pena della forca – scrive S. Isidoro di Siviglia nella sua opera enciclopedica Etimologie – è minore di quella della croce. Uccide infatti immediatamente coloro che vi sono appesi, la croce tortura a lungo coloro che vi sono affissi».

 

Fucilazione

La sentenza viene eseguita da un plotone composto da un numero di fucilieri che varia da sei a diciotto; non tutte le armi sono cariche. Dopo che il condannato (o i condannati) ha ricevuto la prima scarica all’ordine dell’ufficiale che comanda il plotone, quest’ultimo gli si avvicina e gli spara alla tempia o alla nuca: è il colpo di grazia. Uno dei capolavori di Goya vibra dell’oscuro rimbombo delle fucilate.

 

Garrota

Tipico strumento spagnolo. Su una panchina si siede il condannato che si appoggia ad un palo intorno al quale passa un cerchio di ferro che lo stringe alla gola; una manovella a cremagliera stringe sempre più il cerchio finché sopravviene la morte per strangolamento, mentre un cuneo di ferro provoca la rottura delle vertebre cerebrali. L’operazione è alquanto lenta e atroce, dura circa trenta minuti. È stata usata in Spagna fino a pochi decenni fa, dal regime franchista.

 

Ghigliottina

Macchina per decapitazione, così chiamata dal nome del fisico francese Joseph-Ignace de Guillotin, che ne propose l’adozione nel 1789 (il meccanismo era però già noto: la Maiden, o “Fanciulla”, era adoperata in Scozia nel secolo XVI).

Consiste di due travi parallele issate verticalmente, incavate al centro e unite in alto da una traversa, e di una pesante lama obliqua, legata con una fune alla traversa. Il condannato pone il collo in una struttura tipo gogna dalla quale passerà la lama obliqua; liberata la fune, la lama scivola lungo le due travi e cade sul collo del prigioniero, tagliandogli di netto la testa, che cade nel cesto posto davanti alla ghigliottina.

Lavorò a pieno regime durante la rivoluzione francese e nel successivo periodo ‘del Terrore’. Le tricoteuses, galanti signore, piazzavano i loro sgabellini in prima fila e sferruzzavano maglioni, ogni tanto sollevando la testa e gridando “A morte! A morte!”.

Immersione nelle fogne

La condannata (adultera o prostituta), legata a un’asse, è immersa nella fossa del castello o della prigione, o nel punto del canale in cui confluivano gli scarichi delle fogne; questa tecnica è stata in seguito migliorata mettendo la poveretta in gabbia. Pratica usata nel Medioevo. Il drammaturgo Philip Marlowe la cita come metodologia scelta per mettere a morte il corrotto Edoardo II.

Impiccagione

In linea generale, diceva la letteratura medica, all’auscultazione può succedere di sentire battere il cuore per circa dieci minuti dopo la caduta. Per impiccare un uomo, si procede con un cappio, legato con nodo scorsoio, posto attorno al collo e fissato a una trave per l’altro capo. Il peso del corpo, abbandonato nel vuoto o inclinato in avanti, grava sul cappio, ne determina la chiusura e la conseguente azione comprimente sulle vie respiratorie e sulle vertebre cervicali.

Il fracassamento delle vertebre del collo darebbe una morte abbastanza rapida: purtroppo, dagli accertamenti post mortem, questo si rivela essere un caso alquanto eccezionale, perché nella grande maggioranza dei casi la morte è provocata per strangolamento e asfissia.

L’impiccagione lascia vari segni, sia interni che esterni: se muore per asfissia, il condannato diventa cianotico, la lingua sporge in fuori, i bulbi oculari escono dalle orbite; oppure ci sono lesioni vertebrali e fratture.

Le cronache registrano diverse impiccagioni fallite, raffazzonate, ripetute, con uno strazio per i protagonisti difficilmente immaginabile. In qualche occasione, nei tempi antichi, il boia doveva arrampicarsi sul patibolo e finire la sua vittima saltandole sulle spalle. Oppure, il boia poteva esser costretto a scendere sotto la botola, afferrare la sua vittima per i piedi e, con un secco strattone, spezzarle il collo. Celebre l’episodio di Bath, nello stato americano del Maine, nel 1887. Bath era all’epoca il più grande porto dell’East coast – a fine ‘800 si costruivano più navi lì che in ogni altro posto. Si doveva giustiziare un marinaio di un vascello inglese incolpato d’aver ucciso diverse persone. Come era costume allora, l’esecuzione sarebbe stata pubblica. Ma fu un macello: forse per la corda troppo sottile, forse per l’eccessiva altezza del patibolo, la testa del malcapitato fu troncata di netto dal nodo scorsoio, e rotolò volando tra la folla. Il disgusto per questa scena fu tale e tanto ampio che lo stato del Maine decise di abolire la pena di morte. E, dal 1887, il divieto è ancora vigente.

Iniezione letale

Tempo di sopravvivenza: da 5 a 15 minuti… e oltre. Introdotta in Oklahoma e Texas nel 1977; la prima esecuzione con questo metodo è avvenuta in Texas nel dicembre 1982. Comporta un’iniezione endovenosa continuata di una dose letale di un barbiturico ad azione rapida (Pentothal/equivalenti) in combinazione con un agente chimico paralizzante. La procedura assomiglia a quella utilizzata per effettuare un’anestesia totale. Il 23 febbraio 2000 anche la Florida ha eseguito la prima iniezione letale della sua storia su Terry Melvin Sims, mandando in pensione la “Old Sparky”, la sedia elettrica malfunzionante che pare cuocesse i condannati come bistecche alla griglia prima di ucciderli. Per Sims si è utilizzata la versione più moderna dell’iniezione letale: un operatore, anonimo, ha azionato una pompa collegata a due siringhe di sodio pentothal, anestetico in dose sufficiente a uccidere. Poi ha iniettato una soluzione salina, seguita da due siringhe di pancuronium bromide, un rilassante muscolare che blocca la respirazione. Dopo un’altra soluzione salina, 2 siringhe di cloruro di potassio, la stessa sostanza che si usa per “terminare” gli animali da esperimento dopo averli barbaramente vivisezionati. Il boia ha guadagnato per l’intera operazione 150 dollari. Anche in Texas viene usata una combinazione di tre sostanze: un barbiturico che rende il prigioniero incosciente, una sostanza che rilassa i muscoli e paralizza il diaframma in modo da bloccare il movimento dei polmoni e un’altra che provoca l’arresto cardiaco. La voce si affievolisce, qualche colpo di tosse gutturale, mezza dozzina di sussulti o di singhiozzi, poi gli ultimi sospiri. Il muscolo del collo può tremare convulsamente. 8 minuti dopo l’immissione dei fluidi letali, una lacrima stava ancora correndo dall’occhio destro di Ricky Blackmon, ucciso in Texas il 4 agosto del ’99.

C’è chi dice che questo sia il metodo di esecuzione meno crudele, invece possono esserci anche gravi complicazioni: se il soggetto è tossicodipendente o lo è stato, l’uso prolungato di droghe per via endovenosa da parte del prigioniero può comportare la necessità di andare alla ricerca di una vena più profonda per via chirurgica; oppure gli aghi devono essere infilati nel collo o sul palmo della mano. Se il prigioniero si agita, il veleno può penetrare in un’arteria o in una parte di tessuto muscolare e provocare dolore; se le componenti non sono ben dosate o si combinano tra loro in anticipo sul tempo previsto, la miscela si può inspessire, ostruire le vene e rallentare il processo; se il barbiturico anestetico non agisce rapidamente il prigioniero può essere cosciente mentre soffoca o mentre i suoi polmoni si paralizzano.

Riportiamo ora tre casi particolari di detenuti sottoposti all’iniezione letale. James Autry, giustiziato il 14 marzo 1984. La prima esecuzione era prevista per il novembre 1983: Autry era già stato legato alla barella e stava subendo la prima fase del procedimento – una soluzione salina era già stata introdotta nelle sue vene – quando l’esecuzione è stata sospesa. Dopo la “seconda” esecuzione, un testimone oculare riferì che il condannato impiegò almeno dieci minuti a morire e per buona parte del tempo era cosciente, si muoveva e si lamentava del dolore. Un medico della prigione presente all’esecuzione ha riferito in seguito che l’ago si era occluso, rallentando così i tempi dell’esecuzione.

Robert South, morto il 31 maggio ’96, in South Carolina: il dottore ha constatato la sua morte ben 19 minuti dopo l’inizio dell’esecuzione.

David J. Brown, giustiziato il 19 novembre ’99 alla Central Prison di Raleigh, in North Carolina, è stato legato al lettino all’1:50 del mattino. Alle 2:01 il catetere intravenoso s’è riempito. Ma il medico ha potuto dichiararlo morto solo alle 2:21.

Insetti

Sono molti gli scenari possibili. La persona può essere legata distesa per terra o sepolta con solo la testa sporgente, lasciando che la sua carne sia mangiata, divorata, punta a morte dagli insetti. Pare venisse usata in Sudamerica, dove alcuni nugoli di formiche hanno caratteristiche di aggressività letale.

Lapidazione

Tirare sassi contro il condannato finché non muore per trauma e contusioni. Spesso la comunità assisteva e partecipava allo spettacolo. Anche la Bibbia e il Vangelo ne fanno cenno per quanto riguarda la pena da comminare alle adultere. Nell’èra recente, sono avvenute lapidazioni in paesi islamici e africani. 

Palo (1)

La condanna al palo nell’antica Grecia era forse la punizione più orribile. Il condannato è legato in piedi al palo, spesso su una pubblica via, legato tutt’intorno con catene, per i fianchi, e le gambe, e con dei chiodi battuti nelle catene. Non poteva prendere sonno, né piegare le ginocchia, stretto da lancinanti catene ribattute con un martello. Non era semplicemente incatenato: era chiuso in ceppi regolabili, con polsi, caviglie e il collo chiusi da anelli che potevano essere più o meno stretti con una vite. Attaccati saldamente a un palo, i condannati erano abbandonati a una lunghissima agonia, destinata a cessare solo quando la morte poneva finalmente termine agli atroci tormenti provocati dai ferri che stringono le giunture, dalla fame, dalla sete, dalle intemperie, dai morsi degli animali selvatici.

Palo (2)

I pali possono essere infilzati e condotti nel corpo della persona in modo tale che gli organi vitali necessari per una momentanea sopravvivenza non siano perforati. La morte non è immediata. L’iconografia tramanda poi i supplizi di molti condannati: posto sulla sommità del palo aguzzo conficcato nel terreno, il corpo affonda per il proprio stesso peso, ma lentamente. La velocità, e presumibilmente il dolore, aumenta per ogni sussulto del disgraziato condannato.

Percosse

Il condannato è percosso fino alla morte, spesso con strumenti quali il gatto a nove code; un esempio è quando gli schiavi americani venivano picchiati dai loro padroni.

Pressatura

Il condannato viene posto fra due lastre di pietra; sulla lastra superiore si ammonticchiano oggetti pesanti, finché egli non muore schiacciato.

Rogo

Si lega la vittima al palo, poi si dà fuoco al fieno o al materiale infiammabile posto alla sua base. Questo metodo era usato ai tempi della caccia agli eretici e alle streghe, quando non venivano condannate all’impiccagione.

Ruota

Nella storia, tra il Medioevo e il XVII secolo, si sono visti molti modi di usarla. Il modo principe è il sospendere su un perno la ruota di un carro con la persona che vi è legata sopra. Le sue braccia e le sue gambe, strette al palo, si slogano a ogni lieve movimento della ruota. Alcune incisioni dell’epoca mostrano che nel contempo si batteva il malcapitato con verghe e bastoni.

Sbranamento da animali/1

Nell’antica Roma, il condannato (un criminale, uno schiavo, un prigioniero di guerra, o uno dei primi cristiani) veniva gettato in un’arena insieme a belve feroci. Nel castello di Sant’Elmo a Napoli gli aragonesi usavano la fossa del coccodrillo.

Sbranamento/2

Sempre ai tempi degli antichi romani, colui che si macchiava del sangue di un proprio congiunto, un fratello, il padre o la madre, veniva punito legandolo in un sacco con un cane, una vipera e una scimmia e gettato a rotolare in un burrone verso un fiume o tra gli scogli, in mare, affinché trovasse la morte (insieme con i malcapitati animali) per causa di tutti gli elementi: la terra, l’acqua, le bestie.

Schiacciamento

Reportage di Amnesty International, 1998: «Oltre al fatto che in Afghanistan le esecuzioni sono fatte in pubblico, i metodi impiegati risultano essere particolarmente orribili – cinque uomini sono stati schiacciati da pezzi di muri fatti crollare loro addosso, un uomo è stato impiccato e il suo corpo trascinato per tutta la città attaccato a un uncino da macellaio, altri hanno avuto la gola tagliata».

Scorticamento

La pelle del condannato veniva tolta a striscie con svariati strumenti.

Scotennamento

Reso celebre dai film western, questa pratica tribale non è retaggio degli Indiani d’America. I pellerossa l’avevano imparata (e ferocemente subita) due secoli prima dai conquistadores spagnoli.

Sedia elettrica

Perché una sedia? Perché non un letto? Possibilità numero 1: Un dentista, Albert Southwick, è l’ideatore dell’elettroesecuzione. I dentisti usano la sedia, non il letto. Possibilità numero 2 (la propone un docente di filosofia alla Columbia University): cosa è implicato nell’immaginare l’elettricità come un fluido letale, che dovrebbe vedere nella sedia il mezzo appropriato per somministrare la morte? Dopo tutto, sarebbe potuto essere un letto elettrico, con la vittima distesa nella posizione di un cadavere. Poteva essere una croce elettrica. Oppure la vittima avrebbe potuto essere costretta a inginocchiarsi, come nella ghigliottina, o sotto la scure del boia. O poteva essere un nodo scorsoio elettrico, in cui la vittima, stando su una piastra metallica, veniva percorsa dalla scarica eletrtica proveniente da un cavo intorno al suo collo. Ma pare che l’esecuzione, in questa maniera, sia alquanto connessa con il simbolismo della sedia, che la posizione seduta dia una certa dignità alla morte.

La sedia elettrica fu introdotta negli USA nel 1888, in ragione della sua pretesa maggiore umanità rispetto all’impiccagione. La procedura con cui il condannato viene ucciso è la seguente: dopo che il detenuto è stato legato alla sedia, vengono fissati gli elettrodi di rame (d’entrata e d’uscita) inumiditi alla testa e a una gamba (che sono state rasate per assicurare una buona aderenza). Potenti scariche elettriche, applicate a brevi intervalli, causano la morte per arresto cardiaco e paralisi respiratoria: un elettricista, agli ordini del boia, immette la corrente per la durata di due minuti e diciotto secondi variando il voltaggio da 500 a 2000 volt, altrimenti il condannato brucerebbe. La carne del corpo arriva a 60-80°C (subito dopo l’esecuzione è troppo caldo per toccarlo, le guardie carcerarie lo sanno bene). Il procedimento procura effetti devastanti: il prigioniero a volte sobbalza in avanti trattenuto dai lacci, orina, defeca o vomita, gli organi interni sono ustionati, si sente odore di carne bruciata. Altre reazioni fisiche includono espettorazioni di sangue, gorgoglii, schiuma dalla bocca. Le palle degli occhi schizzano fuori dalle orbite – ecco il perché della maschera di cuoio che il prigioniero è obbligato a indossare.

Benché lo stato di incoscienza dovrebbe subentrare dopo la prima scarica, in alcuni casi questo non accade, anzi la morte può essere lenta e molto dolorosa, anche a seconda della resistenza fisica del soggetto. A volte la morte non era ancora sopravvenuta quando già l’elettrodo bruciava e ustionava la carne. A volte il condannato è solo reso incosciente dalla prima scarica, ma gli organi interni continuano a funzionare, tanto da rendere necessarie ulteriori scariche.

Riporto quattro casi di detenuti sottoposti alla sedia elettrica.

Il metodo è stato collaudato per la prima volta, dopo svariati (e atroci) esperimenti su animali, su William Kemmler, il 6 agosto 1890 nella famosa Auburn Prison di New York. In questa prima sedia c’era un elettrodo (un disco di metallo fissato su una spugna bagnata) spinale, non alla testa ma alla colonna vertebrale. Una corrente di circa 700 volts è stata somministrata per almeno 17 secondi. I testimoni riportano odore di stoffa bruciata e di carne arrostita. La seconda carica di 1030 volt durò circa 2 minuti – fu visto del fumo uscire dalla testa di Kemmler. L’autopsia rivelò danni fisici tali da imporre sostanziali modifiche ai dettagli. Il voltaggio fu innalzato ad almeno 2000 volt, dato in due scariche una separata dall’altra da dieci secondi.

Willie Francis: 17enne nero, condannato nel 1946, sopravvissuto al primo tentativo di ucciderlo. Un testimone oculare disse: “Ho visto il boia che accendeva l’interruttore ed ho visto le labbra del prigioniero gonfiarsi, il suo corpo teso e stirato. Ho sentito l’incaricato gridare al suo collega di mandare più succo [elettricità] quando ha visto che Willie Francis non moriva e il collega rispondere che stava mandando tutta la corrente elettrica che aveva. Allora Willie gridò: ‘Toglietemela, fatemi respirare!’. Successivamente ha detto di aver sentito un bruciore nella testa ed alla gamba sinistra, di essere saltato contro le cinghie e di aver visto puntini blu, rosa e verdi”. Fu rimesso a morte un anno più tardi, con successo.

John Louis Evans: giustiziato nell’aprile 1983, è stato dichiarato ufficialmente morto – secondo quanto riferito dai testimoni oculari – soltanto dopo tre distinte scariche di 1900 volt ciascuna, per una durata complessiva di oltre quattordici minuti.

Il 15 novembre ’96, Larry Grant Lonchar è stato sottoposto alla sedia elettrica. Dopo una prima scarica, la corrente è stata tolta per due minuti. Quindi è stata riapplicata: solo allora è stato dichiarato morto.

Sedia di ferro / letto di ferro

Questi pezzi di mobilio di ferro vengono posti su un fuoco. E coloro che vi sono legati sopra s’arrostiscono fino alla morte. La vittima, cioè, era lasciata morire gradualmente mentre il ferro sul quale poggiava si riscaldava fino all’incandescenza.

Sfracellamento

Si getta il condannato giù in un baratro, da una montagna, da un alto muro, da una torre. Si è usata fin dai tempi di Sparta. Residuo di questa usanza è ancora oggi in alcuni paesi spagnoli e fino a poco tempo fa anche d’Italia: durante la festa del santo patrono, un animale (spesso una capra) viene gettato vivo da un campanile per farlo sfracellare al suolo.

Sega

Il condannato è appeso a testa in giù con le gambe divaricate. Si procede con una sega a due manici, partendo dall’inguine. La morte sopraggiunge quando i denti arrivano a squarciare le carni all’altezza dell’ombelico.

Sepoltura

Ampiamente usata, la vivisepoltura, in tutto il mondo, in tutte le ere.

Sgozzamento

Il metodo più usato per uccidere maiali (preventivamente appesi a ganci di ferro), polli e tacchini, particolarmente efferato nel rito di macellazione islamico ed ebraico (ove l’animale viene lasciato morire in un lento dissanguamento protratto per ore), è ovviamente anche utilizzabile per uccidere uomini. Ancora oggi è molto praticato, specie durante le guerre civili, nei paesi del terzo mondo.

Smembramento

Di un culto militare estremamente feroce erano fautori i Moche, popolo precolombiano vissuto nell’odierno Perù. I prigionieri di guerra erano legati per il collo. Amputate mani o braccia, piedi o gambe, i torsi umani erano gettati ancora vivi in un recinto. Alcuni corpi sono stati trovati anche con dislocazioni femorali provocate mentre erano in vita. Cosicché le urla giungessero fino al dio sole.

Spada

Moltissimi condannati a morte l’hanno sperimentata. Nell’antichità, la “morte con spada” è stata spesso prescritta dai testi giuridici e dalle sentenze. Usata sia in Occidente che nei paesi arabi dove hanno la scimitarra facile e in Oriente.

Squartamento

La persona viene incisa e tagliata a pezzi mentre è ancora viva. Si faceva in concomitanza con l’impiccagione: ma solo per crimini estremamente seri e atroci quali l’alto tradimento, per cui non si riteneva bastante la sola impiccagione. Una variante è rappresentata dallo…

Squartamento con cavalli

Non è un’invenzione letteraria. La vittima viene legata a due o più cavalli. Questi vengono spronati al galoppo in direzioni opposte, così che il corpo dell’uomo venga strappato in più parti. Il metodo in sé è poco efficace: quindi era d’uso tagliare preventivamente i tendini dei lembi del corpo interessati alla trazione.

Suicidio forzato

In uso nell’antica Grecia, i tiranni potevano decretare che il colpevole si infliggesse da sé la punizione capitale. Nel 65 d.C. ne ritroviamo l’uso presso Nerone. Fallita una congiura contro di lui, l’imperatore ordinò ai sospetti di uccidersi. Tra di loro, il filosofo Seneca, e lo scrittore Lucano: “e mentre il sangue gli colava dalle vene delle mani e dei piedi, recitò con gli ultimi aneliti di voce i versi che aveva composto sulla fine di un soldato morto dissanguato, come lui”, narra Tacito.

Tiro con l’arco

Il condannato, legato ad un palo o ad un muro, viene usato come bersaglio dai tiratori. Gli arcieri potevano mirare alle parti non vitali del corpo per prolungare l’agonia il più possibile.

Una delle vittime più note della trafissione è san Sebastiano, che fu martirizzato con frecce nel 288 d.C.; pare che, arruolatosi nell’esercito romano con lo scopo di stare accanto ai cristiani perseguitati alleviandone il più possibile le sofferenze, fu scoperto. Diocleziano, furioso per aver scovato un aborrito cristiano proprio nel suo esercito, ordinò agli arcieri di bersagliarlo di dardi. Tale soggetto ha avuto immensa popolarità tra i pittori d’ogni secolo.

Trascinamento

Si lega, spesso per i piedi, il condannato a un cavallo, e lo si trascina per le strade finché non muore.

Veleno

È interessante constatare che questo non è stato un metodo di esecuzione “legale” molto praticato, nella storia. Dopo l’esordio con Socrate, esso è scivolato nella sfera delle uccisioni extragiudiziali, della trama ordita nell’ombra, della congiura…

Vergine di ferro

Consiste in una sorta di sarcofago femminile fatto di legno o ferro, scavato dentro e riempito con chiodi appuntiti. La vergine di ferro veniva aperta e il condannato vi veniva inserito. Quest’ultimo, alla chiusura del portello, veniva “abbracciato” dalla vergine e veniva trafitto dai chiodi.

Ci sono molti modi possibili per accrescere l’orrore di simili atrocità

Nella storia, sono stati aggiunti macabri rituali. Per esempio, nella Grecia protostorica, dopo aver appeso alla trave il condannato, si tagliavano al cadavere mani, piedi, genitali, naso e orecchie. L’assassino poi le legava con una corda alle ascelle del morto in modo che gli ricadessero dietro al collo.

Oppure si possono combinare tra loro diverse sofferenze: in Inghilterra, nel XIII secolo, è stata inaugurata la quadruplice cerimonia di trascinare, impiccare, sventrare e squartare. Il traditore era trascinato sulla superficie del terreno, legato alla coda di un cavallo e tirato fino alla forca e là appeso per il collo finché, mezzo morto, veniva staccato. Le viscere erano estratte dal suo corpo e bruciate dal carnefice; la sua testa veniva tagliata, il suo corpo smembrato in quattro, e poi la testa e i suoi quarti erano esposti in un luogo pubblico.

Si tenga presente che i condannati a simili supplizi raramente hanno potuto godere di processi quantomeno imparziali; le esecuzioni spesso avvenivano (e avvengono incredibilmente ancora) in pubblico, di fronte a una folla di volta in volta impaurita, avvilita, inferocita o festante, a seconda del clima e della latitudine. Cosa che porta con sé un insegnamento di odio e violenza, un imbarbarimento dei costumi, un peggioramento della società e… di questa umanità.

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