Michela Murgia. Il vento tra le pagine

La scrittrice, vincitrice del premio Campiello 2010 con il romanzo “Accabadora”, ora in libreria con “Ave Mary”.

In “Ave Mary”, tuo ultimo libro, ti sei occupata di un
progetto a sfondo teologico per raccontare la figura femminile. Da
dove nasce questo interesse?

Nasce dalla consapevolezza che siamo tutti dentro una storia.
La Chiesa è uno dei soggetti che ha raccontato questa storia
con maggiore capacità di convincere, con maggiore
incisività sull’immaginario collettivo. L’idea era di andare a
vedere in che modo aveva raccontato la donna attraverso la figura
di Maria, perché molto spesso ci sono sovrastrutture culturali
che vale la pena andare a smontare.

 

Come è iniziata la tua
documentazione?

Ho iniziato ascoltando le donne, cioè cercando di capire
fino a che punto oggi molte ancora facciano riferimento ad
archetipi e modelli funzionali nella loro vita. Siamo abituati a
pensare alla donna come quella che vediamo negli spot televisivi,
che è una donna urbana, è una donna metropolitana, ma in
realtà due terzi della popolazione italiana vive nelle
province e nei piccoli paesi, e proprio nei piccoli paesi
l’immaginario religioso ha ancora una funzione educativa e
formativa potentissima. Loro mi hanno dato la direzione in cui
orientare i miei studi.

 

Nel tuo libro “Accabadora” assistiamo a un rapporto
elettivo tra due persone una donna, Zia Bonaria, e una bambina,
Maria: si parla dell’istituzione della “fille d’anima”. Perché
hai scelto di parlare di questo rapporto al
femminile?

Probabilmente perché nella mia vita, nella mia biografia,
c’è un’esperienza di filiazione d’anima. Ma forse anche
perché mi interessava raccontare un’usanza tipicamente sarda
che dà uno schiaffo in faccia a tutte le pretese di famiglia
naturale di cui oggi ci riempiamo la bocca. Non esiste la famiglia
naturale, se intendiamo in questo modo la famiglia dettata dal
sangue; anzi non c’è niente di più innaturale di due
persone che stanno insieme solo perché hanno il sangue in
comune.

 

Che cos’è per te la famiglia?

Spesso è un luogo patogeno, non lo nascondo, ma
perché vive all’interno di vincoli di diritto, più che di
vincoli di volontà. Essere madri naturali, biologiche, oggi
significa doverselo far perdonare da tutti, in primis dal figlio
che non ti ha scelto e che tu stessa non hai scelto, perché
anche quando hai desiderato la maternità non sapevi chi
sarebbe arrivato. Dio sa se a volte si passa l’intera vita a farsi
perdonare vicendevolmente genitori e figli di non essere proprio
come ci si aspettava. Occorre anche farsi perdonare socialmente:
oggi una donna che vuole fare un figlio deve chiedere scusa a
tutti, perché quel suo momento viene vissuto come una
sottrazione alla produttività del sistema efficientista dentro
cui siamo inseriti. È sempre più difficile per le donne
esprimere un desiderio di maternità che non preveda il
chiedere scusa al datore di lavoro, ai colleghi, alla società.
La famiglia in questo momento è un lusso che molti non si
possono permettere.

 

“Accabadora” è ambientato in Sardegna, in questo
caso una Sardegna arcaica, che è anche la tua terra natale.
Che rapporto hai con la tua terra?

È un rapporto fortissimo, ma non è un rapporto di
radici, ci tengo molto a dirlo: le piante hanno le radici, le
persone hanno le gambe e le gambe servono per spostarsi. Ho scelto
che fosse il mio baricentro e ho scelto di tornarci quando avrei
potuto scegliere di vivere ovunque, altrove. Se io posso raccontare
una storia come “Accabadora” non è perché sono brava e
geniale, ma perché c’è un’isola che ha da regalarmi uno
scrigno di perle che facilmente possono trasformarsi in narrazione
suggestiva.

 

C’è un elemento naturale della tua terra al quale
sei maggiormente legata?

Ah il vento, sicuramente il vento, che soffia dove vuole,
molto più del mare e della terra. È il vento che fa la
differenza sull’isola.

 

Anche sul tuo modo di essere?

Credo di sì, perché impari a essere forte, stabile,
ma impari anche che qualche volta piegarsi è più utile
che opporre inutile resistenza.

 

Quanto per te la scrittura è istinto,
animalità oppure razionalità mediata?

È un’idea assolutamente romantica, per me non esiste la
scrittura istintiva, la scrittura è disciplina, l’ispirazione
è materia per principianti. Chi fa questa cosa come mestiere
sa perfettamente che non può inseguire l’istinto, può
venirti la scintilla di un’idea, ma poi ti alzi, ti metti alla
scrivania e ci stai fino a quando la pagina non esce per intero.
Non direi che è animalità, no. Quando voglio fare
l’animale cucino.

 

Ti piace cucinare?

Moltissimo, direi che mi piace più che scrivere. Ciascuna di
queste azioni, sia la scrittura che la cucina prevedono una
relazione d’accoglienza. Quando scrivo non penso mai al libro,
penso sempre al lettore.

[Fotografia di Gianfranco
Mura]

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