I musicisti britannici contro l’accordo Brexit

Thom Yorke e decine di altri musicisti britannici si schierano contro il taglio alla libera circolazione dei musicisti Uk in Europa dovuto alla Brexit.

La Brexit sta sortendo i suoi effetti anche nel mondo della musica. Con la fine della libera circolazione tra Regno Unito e continente europeo, dal primo gennaio 2021 anche i musicisti britannici dovranno richiedere e ottenere visti individuali per soggiorni di oltre trenta giorni nei Paesi dell’Unione europea. Questo significherà un grosso esborso, sia in termini di tempo che in termini di costi, per tutti gli artisti che intenderanno portare i loro tour nei Paesi dell’Unione europea.

La questione ha scatenato numerose reazioni sui social media da parte dei musicisti inglesi. Da Thom Yorke dei Radiohead a Dua Lipa, passando per The Charlatans e Lily Allen: sono decine gli artisti che hanno postato le loro reazioni indignate, con l’hashtag #BorisKilledMusic diventato di tendenza e il lancio di una petizione che ha raggiunto 250mila firme in pochi giorni.

A complicare le cose, il caso dell’accordo con Bruxelles per potersi spostare nell’Ue per motivi di lavoro senza richiesta di visto per un periodo di novanta giorni che, secondo fonti anonime riportate dal The indipendent, sarebbe stato rigettato proprio dal Regno Unito.

Gli antefatti Brexit

A scatenare la rabbia degli artisti e dell’industria della musica dal vivo inglese è stato in particolare un articolo apparso sul quotidiano britannico online The indipendent, che riporta la testimonianza di una fonte anonima vicina ai negoziati Ue secondo la quale il Regno Unito avrebbe rifiutato la proposta standard avanzata da Bruxelles per esentare gli artisti di Paesi terzi dal costo e dalla burocrazia per la richiesta di visto.

Secondo l’articolo, il governo di Boris Johnson avrebbe rifiutato la proposta perché questa avrebbe implicato la libera circolazione anche per le band e gli artisti europei in tour nel regno Unito, cosa che il governo insiste nel voler negare.

La stessa fonte accusa il governo inglese di mentire sui negoziati. Qualche settimana fa, infatti, fonti governative riportate dalla rivista musicale Nme avevano incolpato l’Unione europea di aver rifiutato un accordo più ambizioso proposto dal Regno Unito che includeva la libera circolazione per affari e che avrebbe compreso anche i musicisti.

Alcuni musicisti dimostrano contro gli accordi Brexit.
Un gruppo di musicisti protesta davanti al Parlamento britannico © Leon Neal/Getty Images

Dal canto suo, Downing Street continua a ribadire la propria posizione dopo le dichiarazioni apparse sul The indipendent, puntando il dito contro l’Unione e scatenando un vero e proprio caso politico. Horace Trubridge, il segretario generale della Musicians’ union, ha chiesto a Oliver Dowden, segretario di Stato per digitale, cultura, media e sport del Regno Unito, di chiarire formalmente cosa sia successo.

Il compositore, conduttore televisivo, nonché membro della camera dei lord Michael Berkeley ha fatto sapere di aver presentato una domanda urgente al Presidente della Camera dei lord sulla questione.

 

Come riportato dal The Guardian, la deputata laburista Alison McGovern non ha nascosto la sua rabbia: “I fan non perdoneranno. La musica è un’enorme esportazione per il Regno Unito e andare in tour è, per gli artisti, un modo per guadagnare. Allora, perché i conservatori stanno deliberatamente rendendo più difficile per i musicisti avere quante più opportunità possibili in Europa?”, mentre il sindaco di Manchester, Andy Burnham, si è espresso contro il taglio alla libera circolazione dei musicisti, sostenendo che la musica è stata uno dei migliori prodotti di esportazione nel mondo della città e del Regno Unito.

Le reazioni dell’industria musicale

Ovviamente le reazioni degli artisti e dell’industria della musica live inglese non si sono fatte attendere. La burocrazia necessaria per la richiesta di visto è considerata come un doppio colpo da parte di un governo che non ha mai dimostrato grande vicinanza all’industria musicale e in generale all’industria culturale britannica, già devastata dalle restrizioni a causa del Covid-19.

“L’industria della musica dal vivo sta già affrontando una situazione catastrofica a causa della pandemia”, ha affermato Greg Parmley, ceo di Uk live music group, avanzando la richiesta al governo di fornire urgenti chiarimenti su quanto offerto dall’Unione europea per consentire tour senza visto da parte di artisti e troupe: “Tutte le parti devono lavorare rapidamente per garantire che una volta tolte le restrizioni causa Covid-19, gli artisti del Regno Unito siano in grado di lavorare in tutta l’Unione europea con la stessa libertà che è stata assicurata alle persone che svolgono altre attività commerciali”.

Deborah Annetts, direttrice esecutiva della Incorporated society of musicians (Ism), ha detto di essere “inorridita” dal momento che, di fatto, un’offerta è stata rifiutata, mentre la manager Ellie Giles ha dimostrato a suon di conti su Twitter che fare concerti in Europa per una band inglese potrebbe costare fino a milleottocento sterline in più di quanto si spendeva fino al 2020. E ancora una volta a rimetterci sarebbero, ovviamente, i piccoli gruppi indipendenti.

Le reazioni degli artisti

Numerosi anche gli artisti e i musicisti britannici che hanno espresso la loro indignazione attraverso la rete. In un tweet, il frontman dei Radiohead, Thom Yorke, ha definito il governo britannico “senza spina dorsale”, mentre Tim Burgess, cantante della band The Charlatans, in un articolo apparso sul The indipendent, ha accusato i leader politici di “trattare gli artisti con disprezzo”, ammonendo: “Questi costi renderanno le cose impossibili per chi è ancora agli inizi, per le Florence, le Adele e gli Ed Sheeran del futuro, che ora si trovano davanti nuovi ostacoli”.

Lily Allen ha sottolineato come, in realtà, il rifiuto del governo di un accordo non dovrebbe sorprendere più di tanto. “Incredibile, in realtà, completamente credibile!”, ha twittato la Allen.

Geoff Barrow dei Portishead ha lanciato l’hashtag #BorisKilledMusic, accompagnato dallo slogan: “Questo Paese sta uccidendo la musica”, mentre Franz Ferdinand, Maximo Park, Laura Marling e Dua Lipa sono fra i promotori di una raccolta firme per richiedere l’esenzione dal visto a professionisti della musica, artisti, nonché personalità televisive e sportive, sostenuta da artisti del calibro di Biffy Clyro, Foals, Nadine Shah e molti altri. La petizione ha raccolto circa 250mila firme da quando è stata lanciata alla fine del mese scorso.

Articoli correlati