Uno studio pubblicato su Nature Geoscience indica una presenza massiccia di agenti inquinanti negli oceani, con valori giudicati “enormi” dagli esperti.
L’umanità è riuscita nella per nulla edificante impresa di inquinare i mari di tutto il mondo, ovunque, a qualsiasi latitudine. la conferma è giunta da uno studio applicato dalla rivista Nature Geoscience, curato da un gruppo di ricercatori internazionale e diretto da Jarmo Kalinski e Daniel Petra, biochimici dell’università della California.
Synthetic chemical pollution makes up as much as 20% of dissolved organic matter in coastal waters, a meta-analysis of data from various marine ecosystems has foundhttps://t.co/D4HwyQP3Gh
Il lavoro effettuato è stato particolarmente vasto: sono stati raccolti 2.315 campioni di acqua di mare, prelevati in una ventina di siti in tutto il Pianeta. i risultati indicano che componenti chimiche provenienti dal settore agricolo, farmaceutico e industriale permangono negli oceani, non di rado in quantità estremamente elevate, soprattutto in prossimità delle zone costiere.
Ritrovati 248 agenti di origine antropica negli oceani Pacifico, Atlantico e Indiano
“Questo studio mostra come rimangano ormai molti pochi ecosistemi marini nel mondo nei quali l’essere umano non abbia ancora lasciato la propria impronta chimica”, ha commentato Petras. Per comprendere quale sia lo stato di salute dei mari, i ricercatori non hanno puntato a trovare agenti specifici, bensì hanno utilizzato un metodo a largo spettro. È questa l’originalità dell’analisi, che ha permesso di riscontrare la presenza di un totale di 248 agenti di origine antropica nel Pacifico, nell’Atlantico settentrionale e nell’oceano Indiano.
La loro presenza è stata confermata nella totalità dei campioni prelevati, con un valore mediano pari al 2 per cento della materia organica disciolta. Di fronte ai litorali, però, si è arrivati addirittura al 20 per cento, e in alcuni casi si sono raggiunte punte estreme del 63 per cento. Interpellato dal quotidiano francese Le Monde, Richard Sempéré, oceanografo e direttore dell’Istituto di scienze dell’oceano dell’università di Aix-Marsiglia, ha sottolineato come un valore del 2 per cento sia “lontano dall’essere trascurabile”, mentre un 20 per cento rappresenta qualcosa di “enorme”.
Medicinali, additivi per plastiche, filtri UV e repellenti per insetti
Nell’elenco c’è di tutto: dai repellenti per insetti come il dietiltoluamide (noto come Deet) e l’icaridina, agli additivi utilizzati nelle plastiche come gli ftalati. Dai filtri UV utilizzati nelle creme solari ai tensioattivi. Ma nell’acqua di mare sono stati trovati anche numerosi residui di medicinali, dai betabloccanti agli antidepressivi, fino alla clorochina, farmaco utilizzato per il trattamento della malaria.
“Sono risultati che mi hanno lasciato piuttosto sorpreso, ma che hanno assolutamente senso da un punto di vista idrologico. In Germania, ad esempio, una parte importante dell’acqua che alimenta i principali fiumi in periodo estivo proviene dalle stazioni di depurazione. Che però, ad oggi, non sono in grado di eliminare la maggior parte delle componenti organiche, che poi finiscono appunto nei bacini idrici”, ha affermato Petras.
Gli agenti inquinanti potrebbero crescere esponenzialmente nei prossimi decenni
Le proiezioni, inoltre, indicano che le sostanze inquinanti dipendenti da attività umane saranno via via sempre più presenti negli oceani in futuro. Si parla di una possibile crescita del 5-600 per cento, entro il 2050, rispetto all’inizio del secolo. “Ciò significa che – conclude Sempéré – che viviamo in un mondo sempre più ricco di elementi chimici, di cui molti risultano tossici. Sappiamo che ciò è pericoloso, che comporta impatti che cominciano a essere osservati e quantificati. Eppure, l’industria continua a produrne”.
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