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I migranti che ce l’hanno fatta. 10 storie di successo in Italia

Nei campi dell’impresa, dello sport, dell’arte, della musica, ecco alcuni migranti che stanno costruendo qualcosa. E che contribuiscono a migliorare la nostra società.   Yafreisy Berenice Brown Omage, doppio premio Moneygram Award 2017 Ha appena vinto il premio Moneygram Award 2017 per l’imprenditoria giovanile e, subito dopo, il primo premio assoluto. Yafreisy Berenice Brown Omage

Nei campi dell’impresa, dello sport, dell’arte, della musica, ecco alcuni migranti che stanno costruendo qualcosa. E che contribuiscono a migliorare la nostra società.

 

Yafreisy Berenice Brown Omage, doppio premio Moneygram Award 2017

Yafreisy Berenice Brown Omage
Yafreisy Berenice Brown Omage

Ha appena vinto il premio Moneygram Award 2017 per l’imprenditoria giovanile e, subito dopo, il primo premio assoluto. Yafreisy Berenice Brown Omage è arrivata in Italia nel 2012 dalla Repubblica Dominicana e l’anno successivo, con l’aiuto del marito, ha rilevato un supermercato con un panificio annesso. Dopo aver superato varie difficoltà, tra cui anche un’ordinanza di chiusura a causa di alcuni lavori non portati a termine dai precedenti titolari, Yafreisy non si è arresa, ha presentato ricorso, e oggi la sua attività continua a crescere in termini di profitto e può contare sulla collaborazione di 15 dipendenti. “Essere giovani vuol dire anche essere incoscienti, io non sapevo a cosa andassi incontro” ironizza emozionata a maggio, sul palco della premiazione. Doppia salita, per Yafreisy, ma anche doppia emozione. Viene proclamata anche vincitrice assoluta dei MoneyGram Awards 2017 Italia.

Samuel Storm di X Factor 11, dal viaggio di nove mesi per l’Italia alla standing ovation al Forum di Assago

https://youtu.be/qTgy6lv7iOM”]https://www.youtube.com/watch?time_continue=2&v=sRudUWG7e7A&has_verified=1

“Io, che ho vinto contro la sofferenza”. Samuel Storm, quarto classificato nell’edizione di X Factor di quest’anno, si dice felice. Dopo nove mesi di viaggio in condizioni inimmaginabili, è arrivato in Italia vive ormai da un anno e nove mesi. “Quando sono arrivato qui ho vissuto a Catania e ho incontrato delle persone splendide che mi hanno aiutato un sacco. Senza di loro, non sarei qui oggi. Hanno creduto in me e sono contento per questo”.

Godfred Donsah, da immigrato clandestino a centrocampista del Bologna

Godfred Donsah
Godfred Donsah. Sbarcato a Lampedusa 10 anni fa, con il papà, oggi è un promettente calciatore del Bologna. Una storia emozionante.

Strappi, accelerazione, forza fisica devastanti, unita alla dinamite contenuta dal suo piede destro. Questo e molte altre caratteristiche tecniche inquadrano alla perfezione Godfred Donsah, forte centrocampista centrale del Bologna che sta cominciando ad attirare l’attenzione dei più importanti club di calcio. “Se non fossi un calciatore, lavorerei nelle piantagioni di cacao, come i miei genitori. Sono cresciuto nella povertà più assoluta, almeno fino a 15 anni, quando ho tentato la carriera calcistica”. Dopo aver giocato per un breve periodo nel Palermo e nel Como, è stato costretto a tornare in Africa perché senza permesso di soggiorno. Il suo stesso padre è arrivato in Italia su un barcone come clandestino, e ha lavorato nelle campagne tra Foggia e la Campania raccogliendo pomodori. Una storia non dissimile a quella di un chiunque immigrato clandestino, in tal caso contornata da talento, abnegazione, fortuna e da una giusta dose di sogno.

Yusra Mardini, il lungo viaggio verso le Olimpiadi: da rifugiata ad atleta olimpionica

Yusra Mardini
Yusra Mardini, ragazzina che viene da un pezzo di mondo dove essere in guerra è la norma, racconta della magia di uno sport ancora fatto di volontà, fatica e resilienza. Uno sport capace ancora di essere un modello per i ragazzi, che può cambiare le persone e il mondo.

Un conto è tuffarsi dai blocchi di partenza di una piscina olimpionica, un conto è saltare in mare, di notte, nel tentativo di salvare la vita ad altre 17 persone in fuga dalla guerra. È la storia vera di Yusra Mardini, giovane siriana portabandiera alle Olimpiadi di Rio de Janeiro del 2016 del Team dei rifugiati, che ha debuttato con i 100 metri a farfalla. La prima batteria l’ha vinta, poi l’eliminazione in semifinale. Nonostante questo, Yusra è soddisfatta: “È stato straordinario. Sono molto felice”. Avrà molte altre chance sportive, a differenza di quella notte del 2015: “Non potevo annegare quel giorno, perché io sono una nuotatrice e avevo un futuro da inseguire”. La ragazza è scappata dalla Siria con la sorella nell’agosto di due anni fa, arrivando in Libano e poi in Turchia. Qui sono riuscite a mettersi in contatto con alcuni scafisti per trovare il modo di arrivare in Grecia. Partono, ma la guardia costiera turca blocca la loro imbarcazione, rispedendole indietro. Le ragazze non demordono e ci riprovano con una barca più piccola, sovraccarica di gente. Dopo un’ora e mezza di traversata il motore si spegne, nel mezzo del Mar Egeo, di notte. A qualche miglia dall’arrivo il gommone imbarca pericolosamente acqua e sta per affondare. Yusra, Sarah e una terza ragazza capace di nuotare si tuffano e, nuotando per tre ore, trascinano letteralmente il gommone verso la costa dell’isola greca. Ce la fanno – salvando così, oltre alle proprie, le vite dei diciassette profughi a bordo. Da Lesbo inizia la rotta balcanica che tante volte abbiamo visto e sentito raccontare in televisione o sui giornali. Un viaggio infinito, a piedi e in treno, attraverso la Macedonia, la Serbia, l’Ungheria, l’Austria e, infine, la Germania dove le sorelle Mardini ottengono lo status di rifugiate.

Kledi Kadiu, ballerino d’Italia, Gran Maestro in Albania

Kledi Kadiu qui ha trovato 'l'America' nel 2006, grazie a Buona Domenica e ad Amici di Maria De Filippi. Poi un calendario per Max, la fondazione della Kledi Academy e il film sulla sua vita: Passo a due di Andrea Barzini...
Kledi Kadiu qui ha trovato ‘l’America’ nel 2006, grazie a Buona Domenica e ad Amici di Maria De Filippi. Poi un calendario per Max, la fondazione della Kledi Academy e il film sulla sua vita: Passo a due di Andrea Barzini…

Forse è l’albanese più famoso nei media italiani, Kledi Kadiu. Lanciato da un talent show, racconta di sé che la passione di sempre rimane la danza, anche se i film e la scrittura (il libro “Meglio di una favola”) sono serviti anche per avvicinare il pubblico italiano alla realtà albanese e agli albanesi, a volte protagonisti della cronaca nera. Lui è arrivato a bordo della nave Vlora con a bordo 20mila persone. Ma spesso gli fanno battute sul “gommone”. “Quella del gommone è una battuta che mi fanno ogni tanto anche per strada. D’altra parte, è vero che mi fa piacere quanto sento dire sempre ‘il ballerino albanese Kledi’, oppure ‘la ballerina albanese Ambeta’, perché la cronaca è costellata di notizie negative che hanno come protagonista uno straniero, di solito un rumeno, ma fino a qualche anno fa al posto loro c’eravamo noi. Posso soltanto dire che la persona negativa rimane tale, al di la del fatto di avere un passaporto albanese, italiano, rumeno, eccetera. Per quanto riguarda il modo in cui sono arrivato in Italia, è un’esperienza che sicuramente non tutti avrebbero avuto il fegato di affrontare e questa è una risposta anche un po’ ironica quando ogni tanto si scende all’invidia e alla gelosia”. Nel 2012 Kledi Kadiu riceve a Tirana dal presidente della Repubblica di Albania Bamir Topi la prestigiosa onorificenza artistica di “Grande Maestro”. “Al ballerino di talento istruito nella scuola albanese dell’arte, che per la sua maestosa interpretazione – si legge nelle motivazioni – è diventato uno dei ballerini più famosi in Italia, dando un importante contributo all’immagine dell’Albania all’estero”.

Leggi anche: Il 18 dicembre è la Giornata mondiale dei migranti 

Alaa Arsheed, In fuga da Assad con il suo violino

Alaa Arsheed, In fuga da Assad con il suo violino
Alaa Arsheed è arrivato dalla Siria con solo i vestiti e il suo violino, dopo l’arresto del padre e la fuga degli altri fratelli, perseguitati dal regime di Assad che ordinò la distruzione della galleria d’arte gestita dalla sua famiglia.

Da Beirut all’Italia per un workshop, il musicista Alaa Arsheed non ha voluto, giustamente, ripartire. A 29 anni, con un violino e il passaporto di un Paese che non c’è più, lascia la Siria pochi mesi dopo l’inizio della disperata rivolta contro Assad, sognando di tornare presto a casa per ricominciare a suonare e dar lezioni di musica ai bambini. La storia di Alaa è quella di una generazione di siriani che quattro anni fa ebbe l’ardire d’immaginarsi rivoluzionaria: giovani colti, liberal, borghesi, sufficientemente audaci da sfidare il silenzio dei genitori terrorizzati dal regime ma non abbastanza per sopravvivere al tiro incrociato di Damasco e della follia islamista. Oggi è un fantasma apolide, epigono di un ex paese sepolto sotto una guerra da almeno 250 mila vittime e oltre 5 milioni di profughi. Quest’estate ha organizzato un viaggio di musica e speranza ripercorrendo, a ritroso, le rotte dei campi profughi.

Pap Khouma, lo scrittore venuto d’altrove

Pap Khouma
Pap Khouma ha pubblicato, firmato con Oreste Pivetta nel 1990, Io, venditore di elefanti, che narra la storia dello stesso Khouma alle prese con il duro destino di venditore ambulante e immigrato. Nel 2005 pubblica Nonno Dio e gli spiriti danzanti e nel 2010 Noi neri italiani.

Senegalese di nascita, italiano per adozione, Pap Khouma è immigrato in Italia nel 1984, stabilendosi a Milano, dove si occupa di cultura e letteratura. È iscritto all’Albo dei giornalisti stranieri. “Mi capita, quando vado in Comune a Milano per richiedere un certificato ed esibisco il mio passaporto italiano o la mia carta d’identità, che il funzionario senza neppure dare un’occhiata ai miei documenti, ma solo guardandomi in faccia, esiga comunque il mio permesso di soggiorno”.

Clirim Muça, poeta-editore al servizio della libertà

Clirim Muça
Clirim Muça. Poeta, scrittore, drammaturgo e infine editore

Nato in Albania, Clirim Muça nel 1992 fa decide di scappare all’estero passando per la Grecia e la ex Jugoslavia, a piedi, in pullman e in treno, fino a giungere in Italia dove passa cinque lunghi anni di clandestinità. Riuscito ad ottenere la regolarizzazione della sua permanenza in Italia, vive e lavora prima a Milano e poi in Toscana, dove, insieme alla moglie, gestisce un piccolo albergo a Castiglioncello, in provincia di Livorno. Poeta, scrittore, drammaturgo e infine editore, la sua storia è al contempo una favola moderna e un concreto esempio di lotta culturale contro il razzismo. Oggi ha una famiglia ed è un intellettuale affermato. “Ho fondato una piccola casa editrice, Albalibri, che pubblica gratis autori italiani ed europei. Se penso alle difficoltà che ho superato, mi sembra di sognare. Il razzismo? Spero di aver contribuito a far cambiare idea agli italiani sugli albanesi”. La poesia è universale e nessun muro diffidenza può fermare il suo viaggio. “Si leggeva la paura nei suoi occhi… Il suo destino lo precedeva / effimero e incerto / come una nuvola di passaggio”. Questi versi sono tratti da una delle liriche più autobiografiche di Muça, “Clandestino”.

Alfredo Luís Somoza, presidente dell’Istituto Cooperazione Economica Internazionale

Alfredo Luís Somoza, presidente della ong Icei
Alfredo Luís Somoza, presidente della ong Icei, nel suo incontro quest’anno con Papa Francesco.

Giornalista e scrittore, antropologo italo-argentino esperto di politica internazionale. È direttore della rivista online dialoghi.info e presidente dell’Istituto Cooperazione Economica Internazionale di Milano. È stato fondatore dell’Associazione Italiana Turismo Responsabile e insegna in diversi master universitari sul turismo sostenibile. Dagli anni ’80 racconta l’America Latina su Radio Popolare, Radio Vaticana, Radio Svizzera Italiana, Radio Capodistria. Ha scritto saggi su personaggi storici, città e paesi latinoamericani e il suo ultimo libro è “Oltre la crisi. Appunti sugli scenari economici futuri” (ed. Centoautori).

Somoza, 38 anni fa, era uno studente universitario ricercato dal regime militare argentino, e un prete gesuita di nome padre Jorge Bergoglio lo ha aiutato a fuggire in Italia.

E il 30 giugno di quest’anno, nel Palazzo Apostolico del Vaticano, per la prima volta dopo tutti questi anni, Somoza si è trovato faccia a faccia con l’uomo che ha contribuito a salvargli la vita. Somoza ha dichiarato al quotidiano La Stampa che è stato un rapido incontro, ma il Papa lo ha riconosciuto subito. Francesco gli ha detto: “Chi avrebbe mai detto che ci saremmo incontrati di nuovo qui?”.

Ainom Maricos, consigliere comunale, presidente della comunità eritrea a Milano

Ainom Maricos, consigliere comunale, presidente della comunità eritrea a Milano
Ainom Maricos, consigliere comunale, presidente della comunità eritrea a Milano, qui a sinistra, mentre officia il rito dell’unione civile di Paolo Hutter.

Nata ad Asmara in Eritrea, è sposata, ha due figli ed è stata assistente sociale all’Ufficio Stranieri del Comune prima di essere eletta al Consiglio comunale di Milano. Dirigente del Fronte di liberazione dell’Eritrea in Italia, è fondatrice della cooperativa multietnica “Il Tropico” e membro del C.d.A. della cooperativa “Dar”. Vive dal ’72 in Italia, e all’inizio viene addirittura pesantemente insultata in un mercato. Oggi i toni sono cambiati. Ainom Maricos da anni ormai si occupa di servizi sociali, nei suoi vari mandati a Palazzo Marino, come consigliere, già dal 1997. Pensa soprattutto al problema dell’immigrazione, a come “alimentare l’innovazione anche nella convivenza”. Racconta la grande occasione che l’immigrazione pone: “Oltre a essere la sfida dei nostri tempi è anche una grande opportunità. I nostri figli, ad esempio, hanno la possibilità di conoscere in una classe ragazzi che hanno origini che abbracciano mezzo mondo. Questa grande opportunità fino a venti o trent’anni fa non c’era. Bisogna usarla in modo positivo, affinché le culture interagiscano”.

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