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Un articolo del New York Times denuncia un possibile conflitto di interesse su un’analisi che ridimensionava i rischi per la salute correlati al consumo di carne rossa e carne processata.
Lo scorso ottobre uno studio aveva riaperto il dibattito sulla carne rossa e sulla carne processata a proposito dei possibili rischi per la salute correlati al suo consumo. In una pubblicazione comparsa sulla rivista scientifica Annals of Internal Medicine alcuni ricercatori ridimensionavano questi rischi sostenendo che questo legame non fosse supportato da forti ed evidenti prove scientifiche e che dunque non ci fosse bisogno di cambiare abitudini sulla dieta per restare in salute. In seguito, però, il New York Times ha denunciato un possibile conflitto di interesse dietro questa ricerca che ha messo in discussione linee guida nutrizionali di lunga data.
Quattordici ricercatori di sette nazioni hanno analizzato diversi studi che mettevano in correlazione il consumo di carne rossa con alcune malattie cardiovascolari e con il cancro. Al termine del lavoro hanno concluso che, in tutti gli studi, questo legame non aveva prove evidenti. Questo – hanno specificato – non significa che la correlazione non esista, ma solo che le evidenze sono deboli e dedotte da grandi gruppi di persone, dunque non si può dire che un singolo individuo rischi meno in termini di salute non mangiando carne rossa e carne processata.
Raccogliendo le critiche di esperti e scienziati che hanno contestato i risultati dello studio, il New York Times ha sollevato dubbi sull’imparzialità dell’analisi evidenziando un possibile conflitto di interesse del suo autore principale, l’epidemiologo canadese Bradley C. Johnston della Dalhousie University. Johnston, denuncia il New York Times, “non ha dichiarato i legami di ricerca che ha avuto in passato con l’industria alimentare”, in particolare con il discusso International Life Science Institute. Il quotidiano statunitense ha ricordato poi che negli anni scorsi lo scienziato aveva pubblicato un altro studio, esplicitamente finanziato dall’Ilsi, che negava il legame tra zucchero e obesità, studio che era stato poi screditato. A quel tempo, infatti, l’Associated Press aveva rivelato le e-mail nelle quali Ilsi e Johnston concordavano l’orientamento dello studio e le conclusioni favorevoli all’organizzazione a cui giungere.
Allo studio di Johnston, esponenti della comunità scientifica hanno contestato anche la metodologia utilizzata per condurre lo studio sulla carne rossa: Johnston ha utilizzato un sistema statistico chiamato GRADE, messo a punto per verificare l’efficacia di nuovi farmaci in terapie preesistenti, che non sarebbe applicabile allo stesso modo per valutare gli effetti di una dieta sullo stato di salute delle persone.
Dal canto suo Johnston ha replicato di aver dichiarato, come richiesto dal modulo di divulgazione, i finanziamenti ottenuti nei tre anni precedenti lo studio, periodo di tempo in cui non rientravano quelli ricevuti in passato dall’Ilsi. Ha aggiunto inoltre che nessuno della squadra di ricercatori ha conflitti di interesse, che lo studio si basa su alti standard scientifici e che non ha ricevuto finanziamenti esterni.
Ci sono da considerare diversi aspetti. Per quanto riguarda la carne lavorata, nel 2015 l’Oms l’ha inserita nella lista degli alimenti cangerogeni certi. I rischi legati al suo consumo derivano dal sale e dai conservanti che contiene, ma anche dai metodi di cottura come la griglia. E la carne rossa? Alcuni studi evidenziano il legame con malattie cardiovascolari e tumori; altri, come quello di cui abbiamo recentemente scritto, considerano anche i possibili rischi per la salute legati alla completa assenza di carne nella dieta se questa non viene compensata in modo corretto. Se scelta di qualità come quella biologica e da mucche allevate al pascolo, consumata con moderazione e cotta correttamente, rimane un alimento con importanti nutrienti per l’organismo.
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