La frequenza e l’intensità degli eventi di caldo estremo sono in aumento: agricoltura e allevamento sono i settori colpiti più duramente con stress per le colture, gli animali e i lavoratori.
Mentre l’agricoltura convenzionale subisce l’aumento del costo e la scarsa reperibilità dei fertilizzanti chimici di sintesi, l’agricoltura biologica si dimostra più resiliente e capace di rispondere alle crisi. Il parere degli esperti.
Il conflitto tra Stati Uniti e Iran ha portato alla chiusura dello stretto di Hormuz e a una conseguente crisi energetica mondiale. Da questa importante rotta commerciale dell’Asia occidentale passa infatti circa il 20 per cento del petrolio e del gas liquefatto globale. La situazione si riflette sui prezzi del carburante per le auto, sulle bollette dell’energia, ma anche sul costo della spesa alimentare.
Cosa c’entra il nostro cibo con la guerra? Dallo stretto di Hormuz transita circa anche il 25-30 per cento dei fertilizzanti chimici azotati, in primis l’urea, utilizzati in agricoltura convenzionale i cui prezzi sono aumentati di oltre il 50 per cento, non solo per la difficoltà di approvvigionamento, ma anche perché per la loro produzione (una sintesi tra azoto ammoniacale e ureico) serve energia.
Questo quadro rivela la fragilità del sistema agricolo mondiale, una “situazione assurda” ci spiega Roberto Pinton, esperto del settore agroalimentare: “Andiamo in crisi se viene chiuso uno stretto lontano seimila chilometri da noi perché riusciamo a fare agricoltura solo con il petrolio: quello che mi preoccupa maggiormente è che manca completamente una visione sostenibile dell’agricoltura e in generale della produzione di energia. Acquistiamo gas liquefatto dall’altra parte del mondo e non investiamo sulle energie rinnovabili. L’approccio è esclusivamente economico e monetario e non esistono politiche ambientali: basti vedere come gli obiettivi del Green Deal europeo sono stati affossati dalla nuova maggioranza Ue”.
Pinton fa un’analisi critica della situazione: “Parliamo di un blocco del 20 per cento dei petroliferi, un’incidenza contenuta sul totale che non dovrebbe ricadere sull’aumento dei prezzi. Invece, c’è in corso una speculazione sui costi delle merci”. Il rischio, secondo Pinton è che nel tentativo dell’industria e della grande distribuzione di tenere i prezzi bassi, si ridurranno ancora di più i margini di guadagno per gli agricoltori. “Negli ultimi 25 anni in Italia siamo passati da 3,5 milioni di aziende agricole a meno di un milione, un crollo drammatico”.
Anche secondo Fabio Brescacin, fondatore e presidente di NaturaSì, quello che sta succedendo deriva da un problema agriculturale di fondo, di impostazione e di concezione dell’azienda agricola: “All’inizio del ‘900 l’agricoltura ha preso una direzione che ha reso le aziende dipendenti dall’apporto esterno, vulnerabili e in balia del mercato del petrolio e dei fertilizzanti chimici. Le aziende agricole biologiche, invece, subiscono meno la crisi perché il bio nasce con la concezione secondo cui, cito Rudolf Steiner, “l’azienda deve cercare di avvicinarsi il più possibile alla condizione di essere un’individualità conchiusa in se stessa. Il concime e le altre cose del genere che arrivano nell’azienda dall’esterno, in un’azienda ideale dovrebbero già essere considerati come rimedio per un’azienda malata”.
Le conseguenze del conflitto non impattano sull’agricoltura biologica e biodinamica come invece fanno su quella convenzionale. Le prime due, pur subendo gli effetti dell’aumento dei costi energetici sulle materie prime e sui combustibili necessari al funzionamento dei macchinari, si stanno dimostrando più resilienti e indipendenti proprio perché non fanno utilizzo di sostanze chimiche di sintesi. Al contrario, impiegano tecniche quali la rotazione delle colture e il sovescio, praticano la concimazione naturale con piante che fissano l’azoto nel terreno, oltre che con compost ottenuto dagli scarti aziendali e con il letame degli animali, secondo una concezione circolare dell’azienda che deve funzionare come un ecosistema chiuso, sicuro e indipendente.
“Questo è un punto di forza determinante e non secondario dell’agricoltura bio. E questo momento storico può essere un’occasione di crescita del biologico, ma anche di transizione dell’agricoltura convenzionale”, ha affermato Maria Grazia Mammuccini, presidente di Federbio. “Tutte le crisi dal 2020 a oggi hanno rivelato che è necessario un cambio di passo per superare gli impatti economici, ambientali e sociali, ma sono state strumentalizzate per bloccare il cambiamento, quando invece l’Unione europea avrebbe dovuto accelerare sul Green Deal”.
Per Mammuccini è fondamentale che il futuro della Pac, la Politica agricola comune, sia orientato alla transizione agroecologica dei sistemi agricoli. La soluzione, secondo la presidente, passa anche dalla ricerca e dall’innovazione sul biocontrollo, principi attivi di origine naturale e microrganismi, su cui sta investendo anche l’industria dell’agrochimica perché è aumentata la richiesta: “Il biocontrollo è basato sul monitoraggio, sulla prevenzione, ma quando si verifica, per esempio, l’attacco di un parassita o una malattia, occorre dare uno strumento agli agricoltori perché quello che non ci possiamo permettere è che il raccolto vada perso e che le aziende chiudano. Serve trovare delle alternative alla chimica di sintesi e serve trovarle dentro la natura con l’obiettivo di ridurre al minimo il trattamento e utilizzare sostanze meno dannose possibili”.
Per la presidente Mammuccini a livello di Unione europea devono essere accelerati gli iter sulle autorizzazioni ai principi attivi naturali così da renderli competitivi con quelli chimici: “Faccio un esempio, il piretro è una sostanza naturale non inquinante ma che non è selettiva sugli insetti utili come api e coccinelle. Esiste un’alternativa non dannosa per gli insetti utili che è la quassia amara, proveniente da un legno sudamericano, ma che non si è ancora riusciti a registrare nell’Unione europea per le lunghe trafile burocratiche. Serve semplificazione per i principi attivi di origine naturale, mentre siamo totalmente contrari a una semplificazione dei principi attivi chimici: non si può paragonare l’olio di arancio con il glifosato! Le soluzioni con la chimica ci hanno portato alle crisi attuali: la strada del cambiamento non è facile, ma bisogna avere obiettivi chiari e strumenti adeguati per la transizione agroecologica, che per noi non può prescindere dal biologico”.
Anche per Pinton, la semplificazione sul biocontrollo è una strada, purché si sia ben fermi nel raffreddare ogni tentazione di semplificare ulteriormente le procedure d’autorizzazione dei pesticidi di sintesi, e l’obiettivo a cui puntare è l’agroecologia. “Quel che è certo è che il paradigma dell’agricoltura convenzionale deve cambiare. Anche nel nostro Paese, quella che viene decantata come eccellenza fatta di Dop e Igp ha un impatto ambientale, sociale e sul benessere animale enorme. Con metà delle galline allevate chiuse in una gabbia che non permette loro nemmeno di aprire le ali, le uova certo costeranno di meno, ma dov’è la qualità del prodotto? La missione originaria del biologico, di cui deve riappropriarsi, era quella di “contaminare” l’agricoltura convenzionale in chiave sostenibile: l’obiettivo dev’essere arrivare a un’agricoltura biologica in chiave agroecologica”.
“Il tema del cibo è il più importante di tutti perché tutti dobbiamo nutrirci”, afferma Brescacin. “Nei tavoli che contano si parla di food security perché questo è un problema dell’intera umanità che non si risolve nell’immediato, ma con una visione ampia a lungo termine. A differenza di quella convenzionale, l’agricoltura biologica non ha costi ambientali e sociali nascosti e si sta rivelando più resiliente in termini di produzione. Oggi fare bio sta diventando più conveniente per gli agricoltori e speriamo che lo diventi anche per i consumatori che devono fare la loro parte nel processo di cambiamento. Dobbiamo prendere coscienza, chiederci da dove viene il cibo che mangiamo, come è fatto, cosa c’entra con la crisi geopolitica e dobbiamo sostenere l’agricoltura riconoscendo il giusto prezzo ai produttori biologici per i servizi ecosistemici che garantiscono, altrimenti le aziende chiudono. Il cibo non è scontato, pensiamoci ora prima che sia troppo tardi”.
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