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L’esposizione alle microplastiche ridurrebbe la fertilità. Anche se, ora, un documentario e un’esperta dimostrano che è un processo reversibile.
Un nuovo documentario, “The plastic detox”, uscito di recente su Netflix, ha riportato sul tavolo il tema delle microplastiche e di come possano essere legate all’infertilità. E lo ha fatto attraverso un esperimento: a sei coppie con problemi inspiegabili di fertilità sono state somministrate delle alternative alla plastica, in modo da ridurne gradualmente l’esposizione (anche perché cancellarla è abbastanza impossibile).
A guidare l’esperimento è stata un’epidemiologa statunitense di 89 anni oltre che professoressa di medicina ambientale: Shanna Swan. L’idea è stata di catalogare tutte le fonti di plastica che facevano parte della vita delle coppie, e di vietarle dall’uso quotidiano. I primi accorgimenti hanno riguardato cibo e acqua. L’epidemiologa ha suggerito infatti di acquistare alimenti freschi, quando possibile, per ridurre l’esposizione agli ftalati presenti negli imballaggi alimentari, riscaldare il cibo in contenitori di vetro o ceramica anziché di plastica, bere acqua del rubinetto anziché acqua in bottiglia, o evitare i prodotti per la cura personale e per la casa che riportano la dicitura “fragranza” o “profumo” sull’etichetta.
Durante l’esperimento, durato circa tre mesi, il tempo necessario degli spermatozoi per rigenerarsi, la dottoressa Swan ha misurato le concentrazioni di sostanze chimiche nelle urine e nel liquido seminale. I risultati hanno mostrato che cinque uomini su sei hanno migliorato la qualità dello sperma su più parametri, un terzo dei partecipanti ha visto scendere l’indice di massa corporea, il 60 per cento ha registrato un aumento dell’energia e della qualità del sonno, e quattro coppie sono riuscite a concepire.
Molti studi sperimentali su modelli animali dimostrano che l’esposizione a micro e nanoplastiche possono danneggiare la salute riproduttiva di entrambi i sessi. In particolare, nei maschi di topo è stato notato che il polistirene come altri polimeri riducono il testosterone, peggiorano il numero, la motilità e morfologia degli spermatozoi. Mentre, nelle femmine è probabile sviluppare una riduzione consistente delle dimensioni ovariche oltre ad alterazioni ormonali.
“La maggior parte dell’evidenza della letteratura scientifica si basa prima sul modello animale che su quello umano, ma in verità anche nel liquido seminale umano sono state trovate tracce di polipropilene e polietilene“, spiega a LifeGate la dottoressa Stefania Piloni, specialista in ostetricia e ginecologia ed esperta in fertilità. “Non è facile stabilire se le microplastiche possono in effetti rendere sterili o meno, ma è stato accertato che i polimeri si infiltrano nel liquido amniotico, cioè dove si sviluppano i feti, rischiando di contagiare fino a tre generazioni (se il sesso del feto è femminile)”.
In Plastic detox si parla molto di ftalati, ma di microplastiche altrettanto diffuse e pericolose ne esistono altre, sottolinea la dottoressa Piloni, come per esempio il Pvc (il polivinilcloruro) e il nylon. Il problema per gli spermatozoi eiaculati persisterà per almeno tre mesi finché non avverrà una nuova spermatogenesi (cioè il processo biologico di formazione dei gameti maschili nei tubuli seminiferi dei testicoli) che ricorre più o meno ogni novanta giorni. “Però quello che importa è che questo documentario abbia fatto luce su una verità: la subfertilità è reversibile. E non conta che il campione è stato troppo piccolo, un case report è valido anche se realizzato solo su una persona o coppia”, conclude la dottoressa.
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Gli studi al momento sono chiari: la rimozione completa delle microplastiche dalla vita quotidiana dei singoli individui non è attualmente possibile. Le microplastiche, cioè le particelle plastiche inferiori ai 5 millimetri, sono state rilevate in acqua potabile, aria, suolo, alimenti, e persino in campioni biologici umani come sangue, saliva, placenta e feci.
Interventi come divieti sull’uso della plastica monouso e tassazione delle borse in plastica hanno ridotto i consumi tra l’8 per cento e l’85 per cento in diversi Paesi. Tuttavia, finché la produzione globale di plastica, ormai superiore a 359 milioni di tonnellate l’anno, non verrà drasticamente ridotta, e finché le microplastiche già disperse nell’ambiente continueranno a degradarsi in particelle sempre più piccole, resta remota la possibilità di sottrarvisi completamente.
A livello personale, diventa però fondamentale scegliere alcune azioni quotidiane che possono ridurre l’esposizione, ma non eliminarla. Oltre a quelle già citate, parliamo anche di non indossare glitter nel make-up, evitare gomme da masticare, scegliere detersivi e vestiti realizzati con materie prime di origine vegetale, compra tè sfuso e non in bustine, smettere di utilizzare per i neonati i biberon di plastica e usare creme solari con filtri UV naturali.
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