Platone e il mito delle cicale

Nel “Fedro”, Platone ci invita con un bellissimo mito ad affrontare in modo critico i testi che leggiamo, senza dipenderne come schiavi.

Leggiamo insieme lo splendido mito delle cicale: “E inoltre mi
sembra che in questa soffocante calura le cicale, sopra le nostre
teste, cantando e discorrendo tra di loro guardino anche noi. Se,
allora, vedessero che anche noi due, come la maggior parte della
gente nel mezzogiorno, non discorriamo, ma sonnecchiamo e ci
lasciamo incantare da loro per pigrizia del nostro pensiero, ci
deriderebbero giustamente considerandoci degli schiavi venuti da
loro per dormire in questo rifugio, come delle pecore che
trascorrono il pomeriggio presso una fonte. Invece, se ci vedono
discorrere e navigare, passando davanti alle Sirene non ammaliati,
forse ci ammireranno e ci daranno quel dono che gli dei possono
fare agli uomini ….

Si dice che le cicale un tempo fossero uomini, di quelli che
vissero prima che nascessero le Muse. Ma una volta che nacquero le
Muse e comparve il canto, alcuni degli uomini di quel tempo, furono
colpiti dal piacere al tal punto che, continuando a cantare,
trascuravano cibi e bevande, e senza accorgersene morivano. Da loro
nacque, in seguito a questo, la stirpe delle cicale, che dalle Muse
ricevette il dono di non aver bisogno di cibo fin dalla nascita, ma
di cominciare subito a cantare senza cibo e senza bevanda, e
così fino alla morte e, dopo, di andare dalle Muse ad
annunciare chi degli uomini di quaggiù le onori e quale di
loro onori… Alla più anziana, Calliope, e a quella che
viene dopo di lei, Urania, portano notizia di quelli che
trascorrono la vita nella filosofia e rendono onore alla musica che
è loro propria. Sono queste che, più di tutte le
Muse, avendo cura del cielo e dei discorsi divini ed umani, mandano
un bellissimo suono di voce.
Dunque, per molte ragioni, nel mezzogiorno bisogna parlare e non
dormire.”

Ecco il significato del mito: le cicale, profetesse delle muse,
provano ammirazione per coloro che non si lasciano incantare dal
“canto”, a volte delizioso, della pagina letta, ma la affrontano in
modo vigile, critico, accettandola o rifiutandola non in base al
nome, spesso famoso, che l’ha scritta, bensì al suo
effettivo valore o a quello che può trasmettere per
arricchire il lettore.

Fabio Gabrielli

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