Platone e la felicità come temperanza

La temperanza, intesa come misura e autodominio, costituisce uno dei termini-chiave del pensiero antico, soprattutto nella formulazione socratica e platonica.

Come nota Giovanni Reale, uno dei nostri studiosi più raffinati del pensiero greco, la temperanza si configura essenzialmente come misura, ordine, dominio, disciplina dei piaceri e dei desideri; in Socrate si delinea come autodominio, libertà dagli istinti animali, dalla voracità dei desideri e degli impulsi.

La temperanza, vista come controllo razionale, non va confusa con la moderazione, termine fin troppo generico, ma neppure con l’ambiguità sottesa alla prudenza o con il meschino calcolo razionale di ciò che conviene o non conviene all’uomo desiderante, bensì va intesa come cura dell’anima, formazione interiore, insomma come ragionevolezza, dice ancora Reale, “fecondata dall’entusiasmo e dall’amore”.

Ma ecco due emblematici passi platonici:

“La temperanza è una specie di ordine ed una continenza di certi piaceri e desideri, come dicono quando dicono … che uno è più forte di se stesso”

Questa frase mi pare voglia dire che nell’uomo, appunto, e nell’anima sua, c’è qualche cosa che è, rispettivamente, parte migliore e parte peggiore, e questo sia il significato di “più forte di se stesso”, e suoni a lode; e quando per cattiva educazione o cattiva compagnia, il meglio, essendo troppo poco, sia soverchiato dalla quantità del peggio, la cosa torna allora a biasimo ed a rimprovero, e si chiama da meno di sé e intemperante chi è in questo modo”.

E ancora:

“O caro Pan e voi altri dèi che siete in questo luogo, concedetemi di diventare bello di dentro, e che tutte le cose che ho di fuori siano in accordo con quelle che ho dentro. Che io possa considerare ricco il sapiente e che io possa avere una quantità di oro quale nessun altro potrebbe né prendersi né portar via, se non il temperante”

La felicità, ecco il monito per l’uomo d’oggi, consiste, dunque, nella forza interiore e nella sapienza contemplatrice, nella capacità di dominare con una ragione corroborata dall’entusiasmo e dall’amore i nostri egoismi più gretti e il nostro impulso ad accumulare e possedere in modo scriteriato, cioè senza ordine e misura, quelli che sono beni solo apparenti o finalizzati ad una felicità ingannevole.

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