La Polinesia francese si batte contro l’estrazione mineraria dai fondali marini

Una startup statunitense vorrebbe i permessi per esplorare i fondali marini al largo della Polinesia francese. Le autorità locali non ci stanno.

La Polinesia francese si sta opponendo a un piano di esplorazione dei fondali marini davanti alle sue acque territoriali. La richiesta dei permessi è arrivata dalla American Deep Sea Minerals, una startup statunitense che vuole verificare la presenza di noduli polimetallici contenenti cobalto, nichel e manganese nell’area nota come Eastern High Seas Pocket 3. 

Le autorità polinesiane, che nel 2022 hanno vietato l’estrazione mineraria dai fondali marini, dicono di non essere state consultate e temono l’impatto negativo di queste attività sugli ecosistemi locali ma anche sull’economia di sussistenza della popolazione. La questione non è un caso isolato e si inserisce nella nuova corsa allo sfruttamento minerario dei fondali marini di cui il presidente statunitense Donald Trump è il più grande fautore.

 

La diatriba Polinesia-Usa

I fondali marini sono ricchi di metalli come nichel, rame, cobalto e manganese, la cui domanda è in costante crescita nei comparti della transizione energetica e dell’industria elettronica. L’estrazione però comporta notevoli rischi ambientali dal momento che va a modificare l’habitat delle specie marine e a incidere anche su attività economiche come la pesca, in particolare quella del tonno.

Ecco perché nel 2022 il governo della Polinesia francese ha approvato una legge che vieta l’estrazione mineraria dai fondali marini all’interno delle proprie acque territoriali. L’anno successivo la Francia ha seguito l’esempio mentre numerosi altri paesi, come Spagna, Germania, Portogallo, Svezia, Brasili e Canada, negli ultimi tempi hanno chiesto di impedire questo tipo di pratica. 

Eppure quello del cosiddetto sea mining resta un tema molto delicato. Negli ultimi anni diverse società si sono impegnate in mandati esplorativi negli abissi marini ma le loro successive richieste di passare all’estrazione vera e propria per fini commerciali sono rimaste nel cassetto dell’Autorità internazionale dei fondali marini, creata dall’Onu. È così che nel 2025, pochi mesi dopo il suo insediamento, il presidente statunitense Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo volta ad aggirare i paletti dell’Autorità, dal momento che autorizza l’estrazione mineraria dai fondali marini statunitensi e internazionali senza dover sottostare alle sue regole. Così società come The Metals Company hanno già ottenuto dall’agenzia oceanografica Usa (Noaa) questo tipo di permessi, con l’avvio della commercializzazione previsto per il 2027.

La corsa ai fondali marini

Ora una startup statunitense, di nome American Deep Sea Minerals, si è mossa per ottenere i permessi da parte dell’autorità Usa per affittare a fini di esplorazione mineraria 25 milioni di acri di acque internazionali appena al di fuori delle acque della Polinesia francese, delle Isole Cook e di Kiribati. La sua richiesta è una delle dodici attualmente al vaglio negli uffici di Silver Spring, nel Maryland.

Oltre ad aver vietato l’estrazione mineraria dei fondali marini, nel 2025 la Polinesia francese ha istituito la più grande area marina protetta al mondo, un totale di 4,8 milioni di chilometri quadrati dove si trovano 21 specie di squali, 176 specie di coralli e oltre mille specie di pesci. Le autorità locali sono molto sensibili alla tutela dei mari ed è per questo che ora si stanno mobilitando per bloccare le mire estrattive statunitensi. Grist Moetai Brotherson, presidente polinesiano, ha detto che il governo ha ricevuto una mail informava sui progetti esplorativi della startup ma che, davanti alla richiesta di chiarimenti, non è arrivata alcuna risposta. Non c’è stata insomma alcuna consultazione con le autorità e la società civile locale. “Non resteremo passivi mentre vengono proposte attività industriali proprio accanto a ecosistemi che la Polinesia francese ha scelto di proteggere”, ha tuonato Brotherson. 

La battaglia delle autorità polinesiane non è destinata a fermarsi: se la startup Usa dovesse ottenere i permessi verrà chiesta una valutazione ambientale approfondita e il coinvolgimento in consultazioni ufficiali. Il diritto internazionale prevede infatti il diritto per i popoli indigeni a negare progetti di sviluppo ed estrazione mineraria nei loro territori ancestrali. Come è quello a cui mira la American Deep Sea Minerals, che ha un valore tanto economico quanto culturale per la società civile delle isole. Nel 2025 il presidente della Polinesia francese aveva già lanciato l’allarme sulla questione, sottolineando che l’attività sarebbe stata consentita solo se si fosse passati sul suo cadavere.

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