Ecuador. Le foreste abitate dalle comunità indigene stanno meglio di quelle protette dallo Stato

Uno studio sull’Amazzonia ecuadoriana mostra che le foreste gestite dalle comunità indigene sono più resilienti di quelle protette dal governo.

Lo stato di salute della foresta amazzonica dell’Ecuador è migliore nei territori gestiti dalle popolazioni indigene che non nelle aree protette dalle istituzioni governative. La conclusione arriva da uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Biological Conservation, che ha analizzato via satellite i trend della vegetazione e della deforestazione nell’ultimo decennio, comparando le aree protette dal governo, quelle gestite dalle comunità locali in base ad accordi formali di conservazione e i territori indigeni senza accordi formali di conservazione. 

Il fatto che le foreste sotto la gestione governativa mostrino le performance ambientali peggiori è un’evidenza dell’importanza di approfondire il ruolo delle pratiche di gestione del territorio indigene a lungo termine, sottolineano gli studiosi.

Le foreste dell’Ecuador

L’Ecuador è un polmone verde dell’America latina e di conseguenza del mondo. Il 51,2 per cento del paese è coperto da foreste native e il 74 per cento di queste si trova nella foresta amazzonica. Come evidenzia l’Undp, l’agenzia delle Nazioni Unite per lo sviluppo, l’area forestale amazzonica copre un’area totale di 120.000 chilometri quadrati, ospita l’8 per cento di tutte le specie animali, il 10 per cento della flora del pianeta e 14 gruppi indigeni che dipendono dalle foreste per la loro sopravvivenza.

A partire dagli anni Novanta l’Ecuador ha visto impennarsi sensibilmente il tasso di deforestazione a causa dell’incremento dell’attività agricola, dell’aumento degli incendi dovuto tra le altre cose all’effetto dei cambiamenti climatici, e alla crescita delle attività estrattive. Nell’ultimo decennio del secolo scorso il paese ha perso qualcosa come 130mila ettari di foresta all’anno e il trend è proseguito anche con l’inizio del nuovo millennio, tanto che il tasso di deforestazione superiore al 10 per cento lo poneva dietro solo al Brasile nel continente.

Questa situazione drammatica ha fatto aumentare la pressione delle associazioni della società civile sulle istituzioni politiche, che hanno preso provvedimenti per avere un’inversione di rotta. Ci è voluto parecchio tempo perché si vedessero i risultati e nel 2017 il tasso di deforestazione è risultato dimezzato rispetto a venti anni prima, con 64mila ettari di foresta andati persi, mentre negli anni successivi il trend ha continuato a migliorare, senza che però si uscisse dall’emergenza.

Aree protette e territori indigeni

Tra le misure intraprese dalle autorità politiche dell’Ecuador per limitare la deforestazione c’è stata la creazione del Sistema nazionale delle aree protette (Snap), porzioni di territorio corrispondenti a circa due terzi della foresta amazzonica nazionale dove sono state vietate tutte le attività di sfruttamento. Al fianco di questo sistema è stato poi creato un altro meccanismo, quello dei Pagamenti per i servizi ecosistemici (Pes), un accordo giuridico tra governo e comunità locali che offre incentivi finanziari per non sfruttare a fini commerciali la foresta. Un’ultima porzione di foresta è invece rimasta fuori da ogni tipo di accordo formale di conservazione e ha continuato a dipendere dalle pratiche ancestrali di gestione del territorio portata avanti dalla comunità indigene.

Un gruppo di ricercatori ha analizzato le performance ambientali nelle foreste sottoposte ai tre diversi regimi di tutela per comprendere quale di questi funzioni meglio. Per farlo sono state analizzate le immagini satellitari dell’ultimo decennio per verificare i cambiamenti a lungo termine nella vegetazione, i cambiamenti improvvisi nelle condizioni forestali dovuti a squilibri legati a nuovi insediamenti umani, strade e campi agricoli e, infine, la risposta in termini di produttività forestale alla siccità causata dal fenomeno El Niño nel 2015-2016.

Lo studio ha concluso che i territori gestiti dalle comunità locali riportano risultati migliori di quelli sotto la tutela governativa, in particolare per quanto riguarda la resilienza a fenomeni come la siccità. I territori esclusi da ogni tipo di accordo e gestiti dalle popolazioni indigene attraverso pratiche ancestrali mostrano performance forestali uguali a quelle delle aree protette governative nel breve-medio termine e migliori nel lungo termine, soprattutto per quello che riguarda la vegetazione

“Se vogliamo che le foreste continuino a fornire acqua pulita, a regolare il clima, a preservare la biodiversità e a offrire opportunità economiche alle generazioni future, dobbiamo capire quali approcci gestionali funzionano effettivamente sul campo”, hanno sottolineato i ricercatori. E la risposta va in direzione delle popolazioni indigene e delle comunità locali, i cui modelli e le cui pratiche vanno studiate e analizzate in profondità per migliorare quello che non funziona nelle pratiche di gestione forestale governativa delle aree protette.

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