Dal Vaticano arriva un nuovo slancio ecologista, che sposta la difesa della Terra sul piano morale: salvare l’ambiente è salvare anche l’opera di Dio.
Da Papa Francesco in poi, a partire dall’enciclica Laudato Sì’, la Chiesa ha ormai un nuovo modo per parlare di clima. Ora però dal Vaticano arriva un passo ulteriore, l’assorbimento della questione all’interno della dottrina stessa, attraverso il concetto di ‘peccato’: una novità fondamentale, che potrebbe avere un impatto enorme, perché agisce sulla morale dell’uomo. Il 21 agosto scorso infatti la Commissione Teologica Internazionale (Cti), composta da vescovi di tutto il mondo che studiano i problemi dottrinali emergenti nella Chiesa e nella società contemporanea, ha pubblicato Prendersi cura della nostra Casa comune: Risposta responsabile e fraterna al Dio trinitario, un documento che per la prima volta in modo così esplicito, un testo teologico ufficiale definisce lo sfruttamento della natura “il peccato contro il creato e il Creatore”.
Ma cosa significa in concreto? Non si tratta di una nuova categoria del diritto canonico, né di un elenco di comportamenti da confessare. È un’operazione più profonda: la Commissione – che lo definisce essa stessa “una diagnosi audace” – sposta lo sfruttamento ambientale dal campo dell’errore tecnico o della cattiva gestione a quello della colpa morale e spirituale. Inquinare, distruggere ecosistemi, sfruttare risorse senza limite non è più (solo) un problema di policy: è, per la teologia cattolica, una frattura nel rapporto tra l’uomo e Dio, alla pari di altre forme di peccato riconosciute dalla tradizione.
Il Creato piegato alle esigenze dell’uomo
Il documento nasce proprio come sviluppo della Laudato si’ di Papa Francesco, e da questa premessa teologica fa discendere l’appello che percorre tutto il testo: una conversione ecologica non più intesa come gesto simbolico, ma come cambiamento radicale nel modo di abitare il pianeta. Un’urgenza, scrivono i teologi, dettata dal fatto che l’umanità si starebbe avvicinando a un punto di non ritorno. Negli ultimi secoli, spiega il testo,
Tre grandi mutazioni, non simultanee, in seno alla cultura hanno alterato in modo significativo la percezione della natura e, con ciò, del nostro rapporto con essa. In primo luogo, è cambiata la spontaneità con cui la natura era considerata creata da Dio. In secondo luogo, è cambiata la concezione del posto dell’essere umano nel cosmo, presumendo che egli o i suoi prodotti tecnologici occupino il centro assiale del mondo, eliminando sia Dio sia il cosmo dal luogo che loro compete. Come ultimo episodio di questa visione “antropocentrica e predatrice” nel rapporto con la natura, in terzo luogo, siamo caduti in una crisi ecologica e sociale planetaria. Il salto qualitativo nel rapporto col mondo naturale, propiziato dalla tecnologia moderna, insieme a molti progressi che migliorano notevolmente le nostre condizioni di vita, è stato infatti accompagnato da un impatto globale sull’ambiente, prima sconosciuto, denunciato in modo pionieristico dal seno stesso della comunità scientifica.
I dati scientifici e gli appelli di Papa Francesco
A sostenere la diagnosi arrivano i dati. Il documento cita il sesto rapporto ambientale dell’Onu, secondo cui lo stato generale del pianeta ha continuato a peggiorare nonostante le politiche messe in campo dai governi: declino della biodiversità, peggioramento della qualità dell’acqua dolce dal 1990, inquinamento atmosferico, zoonosi che pesano per oltre il 60 per cento sulle malattie infettive trasmesse all’uomo.
“Papa Francesco (Laudato si’, Querida Amazonia, Laudate Deum), in continuità con i suoi predecessori, non ha cessato di far riferimento ai risultati degli studi scientifici per lanciare, sulla base di essi, un appello urgente a una conversione ecologica integrale, formulata in vari modi. Nel corso della storia, gli esseri umani, nella loro interazione con la natura circostante, hanno praticato in epoche e regioni diverse una convivenza armoniosa con la natura, specialmente nelle culture con minori capacità tecnologiche e un più forte senso di fratellanza con l’ambiente. Ma hanno anche interagito con l’ambiente con azioni predatrici e distruttive, non rispettando così il mandato divino di prendersi cura della Casa comune”.
Sul piano dei principi, la Commissione prova a evitare due estremi: da un lato lo sfruttamento indiscriminato della natura, dall’altro le visioni che cancellano ogni differenza tra l’uomo e il resto del creato. La sintesi proposta è quella di un essere umano “amministratore e servitore” del pianeta, non padrone. Tra i modelli biblici richiamati, il documento cita il “principio sabbatico”- il riposo periodico di persone, animali e terra previsto dalla tradizione ebraica – come alternativa concreta alla logica della produttività senza limiti.
Il peccato contro il Creato
Il testo si chiude con una serie di criteri per tradurre la conversione ecologica in pratica: ascolto del “grido della Terra e dei poveri”, destinazione universale dei beni, attenzione preferenziale verso i più fragili, e un invito al dialogo con le altre tradizioni religiose sulla cura del pianeta. Fino all’idea del peccato, legata alla rottura di tre relazioni che per la Chiesa definiscono l’essere umano fin dalla Genesi: quella con Dio, quella con gli altri e quella con il creato. Per la Commissione, danneggiare il pianeta non è un atto isolato che riguarda solo l’ambiente: è la stessa dinamica di allontanamento da Dio che la tradizione cristiana associa al peccato delle origini, applicata questa volta al rapporto con la natura. È per questo che il documento parla di “peccato contro il creato” e “peccato contro il Creatore” quasi come sinonimi: ferire l’uno, per la teologia trinitaria che il testo sviluppa, significa inevitabilmente ferire l’altro.
Oggi è chiaro che abbiamo urgente bisogno di una svolta ecologica che ci riposizioni, che ci aiuti a comprendere più profondamente il nostro inserimento e la nostra dipendenza dall’ambiente. Questa consapevolezza implica il riconoscimento della sovranità divina, della bontà del creato e del posto singolare dell’essere umano nel cosmo come interlocutore e rappresentante di Dio stesso. Comporta anche il riconoscimento delle strutture del peccato contro il creato e il Creatore e l’esigenza di una conversione verso un’ecologia integrale”.
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