Perché con l’alluvione in Nepal e Tibet c’entra la crisi climatica

Dietro la piena del Bhote Koshi e le numerose vittime, c’è un territorio che perde i suoi ghiacciai a un ritmo sempre più veloce e imprevedibile.

Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2026, ore 11:00

Acqua, detriti e fango. Una piena si è abbattuta mercoledì 26 agosto sulle valli himalayane nel distretto di Rasuwa, al confine tra il Nepal e la regione cinese del Tibet, spazzando via strade, ponti e interi centri abitati lungo il fiume Bhote Koshi. Almeno 469 persone sono morte e più di duemila risultano disperse, ma il dato è destinato a salire nelle prossime ore. Anche due italiani sono stati coinvolti dalla frana ma sono in buone condizioni. Invece, sono circa 90 i connazionali che si trovavano nell’area secondo le registrazioni della Farnesina.

 

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Una valanga di neve, ghiaccio e roccia

L’alluvione sembrerebbe anomala. Almeno per l’assenza di precipitazioni intense nelle ore precedenti. Insomma, non ha piovuto abbastanza per giustificare una piena di queste dimensioni. Ma l’origine dell’episodio potrebbe infatti essere diversa. Il ministro degli Esteri nepalese Shishir Khanal ha detto in Parlamento che un terremoto, registrato dallo US Geological Survey con magnitudo 4.4 alle 8:37 locali, avrebbe innescato una grande frana che ha ostruito il Lhende Khola, affluente del Bhote Koshi. Ma dalle ricostruzioni successive sembrerebbe che proprio il distacco della frana avrebbe fatto registrare il terremoto.

La valanga di ghiaccio e roccia, staccatasi da un ghiacciaio sul lato nepalese, avrebbe poi ostruito il corso dell’affluente e creato uno sbarramento naturale. L’acqua accumulata è cresciuta in fretta da rompere lo sbarramento e scendere verso valle. E non è la prima volta. Lo stesso torrente è esondato due volte in quattordici mesi. È il meccanismo dei cosiddetti “rischi a cascata”: quello che accade tra i ghiacci può trasformarsi in pochi minuti in un’inondazione nei paesi più in basso.

Tra le altre ipotesi, si sta parlando anche della possibilità di un Glof. I ghiacciai oltre a arretrare,  formano e ingrossano laghi glaciali che possono cedere all’improvviso, generando i cosiddetti “glacial lake outburst floods”, cioè Glof.  Proprio nella regione himalayano-karakorum, ad oggi, sono stati documentati più di 388 eventi di Glof, innescati da valanghe di ghiaccio e precipitazioni estreme.

Tuttavia, tra le ipotesi più probabili, è spuntata un’altra pista. Alcuni immagini satellitari mostrano una grossa cicatrice sul versante roccioso vicino al ghiacciaio. Si presume che a crollare, anziché il ghiacciaio, sia stata una porzione di montagna che, collassando, ha finito per trascinare con sé anche il ghiaccio. Infatti, il segnale sismico è stato successivamente attribuito dall’US Geological Survey al collasso stesso della montagna, e al conseguente movimento di roccia, ghiaccio e detriti. In questo caso, attribuire indistintamente la colpa al riscaldamento globale antropogenico potrebbe essere frettoloso. Ma è chiaro che la crisi climatica potrebbe aver favorito l’innesco. Il ghiacciaio assottigliato avrebbe ridotto il sostegno sul versante e l’aumento delle temperature avrebbe avvicinato il permafrost al punto di fusione. E la maggiore disponibilità di acqua liquida in circolazione potrebbe aver indebolito la roccia.

L’alluvione lampo ha colpito una regione di confine, come si vede in mappa © Mehmet Yaren Bozgun/Anadolu via Getty Images

L’Himalaya è un territorio fragile

L’alluvione accade in una parte di mondo molto vulnerabile, dove la catena himalayana si sta scaldando più rapidamente della media mondiale. Uno studio recente dell’Icimod (Il Centro internazionale per lo sviluppo integrato della montagna) documenta come i ghiacciai dell’Hindu Kush Himalaya si stanno sciogliendo a un ritmo che accelera, con tassi di perdita del ghiaccio raddoppiati dall’anno 2000. I dati rivelano una perdita fino a 27 metri di spessore di ghiaccio dal 1975, un allarme per i quasi due miliardi di persone che a valle dipendono dall’acqua di fusione delle torri d’acqua dell’Asia. Il rapporto racconta anche la perdita del 12 per cento della superficie glaciale complessiva tra il 1990 e il 2020 e del 9 per cento delle riserve di ghiaccio. A rendere l’area esposta è la sua stessa quota: circa il 78 per cento dell’area glaciale, situata tra i 4.500 e i 6.000 metri, è altamente esposta al riscaldamento.

Con una crisi climatica in corso e un territorio in trasformazione, quello che occorre è l’intervento umano mirato. Immagini satellitari per osservare ghiacciai, laghi e versanti instabili; reti di allarme comunitarie e cooperazione transfrontaliera tra Nepal, Cina e India; sensori per misurare in tempo reale livelli e portate dei fiumi e torrenti; sistemi automatici di allerta che possano permettere alle persone di evacuare in tempo. La prevenzione resta quindi la strada più perseguibile.

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