Quanto costerebbe assicurare sicurezza all’Italia? Se lo chiedeva Antonio Cederna nel 1994

“Quanto costerebbe assicurare un minimo di sicurezza fisica all’Italia?”. Era il novembre del 1994, quando Antonio Cederna, pioniere dell’ambiente, urbanista, grande comunicatore e parlamentare indipendente di sinistra, si poneva questa domanda dalle colonne di Repubblica.

L’alluvione di Genova, l’ennesima, annuale inondazione con danni e vittime in Liguria, impone una riflessione che deve basarsi anche sulla conoscenza e la rilettura del nostro passato recente. Nell’ottobre del ’70 l’acqua invase Genova e la sua provincia e causò 44 morti. Il 4 novembre 2011 l’alluvione che investì Genova uccise sei persone. La Liguria, da questo punto di vista, è forse la regione più problematica della Penisola. Le soluzioni dovevano essere pensate a lungo termine, un’osservazione che diventa ancora più attuale rileggendo ciò che scriveva Antonio Cederna nel 1994.

Ho sempre sentito il peso terribile dell’espressione “era imprevedibile”, impiegata da uomini la cui ignoranza è imperdonabile, che cercano solo di coprire le proprie responsabilità: perché, se l’uomo non può impedire tutto, può prevedere molto: e ben pochi sono i disastri di fronte ai quali non resta che chinarsi a piangere i morti. Questo scriveva anni fa il grande geologo francese Marcel Roubault, e questo si adatta più che mai all’Italia.

Un’Italia vittima da quarant’anni, a intervalli regolari, di alluvioni, frane, straripamenti, per l’ignavia dei politici e l’arretratezza dei pubblici amministratori: ai ricorrenti sussulti dell’opinione pubblica ha fatto riscontro la quasi totale indifferenza del mondo della cultura. E di fronte a tante rovine e a tanti lutti, chi torna a riflettere e a scrivere su questa tragica costante dell’Italia moderna prova pena e imbarazzo. La tragedia di Piemonte, Liguria e Lombardia viene ad aggiungersi a un elenco infinito, che è stato mirabilmente descritto, qualche anno fa dal Servizio geologico nazionale, pubblicato nel volume “Il dissesto idrogeologico e geoambientale in Italia nel dopoguerra”, che andrebbe diffuso nelle scuole. Sicilia e Calabria nel ’51; Polesine, novembre dello stesso anno; Calabria nel ’53; Salernitano nel ’54; Vajont nel ’63; un terzo dell’Italia sott’acqua nel ’66; Val d’Ossola nel ’78; Val di Stava nell’85; Valtellina, luglio ’63 e luglio ’87; Genova e provincia, ’76, ’86, ’87. Eccetera, e sono solo gli eventi più disastrosi. In totale quasi 4.000 morti (quasi 7 al mese), un costo di 35.000 miliardi per lo Stato impiegati per lo più in opere di regimazione cementizia dei fiumi (che saranno causa di nuove sciagure), e per rabberciare alla meglio e per un’infima parte del territorio, i guasti maggiori…

Quanto costerebbe assicurare un minimo di sicurezza fisica all’Italia? Nel 1970 la Commissione De Marchi stimava necessario investire 10.000 miliardi in trent’anni, cifra che oggi i geologi ritengono debba essere almeno decuplicata. Quanto all’attuale governo non è particolarmente interessato al problema. La legge finanziaria in discussione stanzia 330 miliardi (dal Tesoro alle Regioni), più 304 miliardi dai Lavori Pubblici (in gran parte per il magistrato del Po), più 150 milioni (sic) per informazione studi ricerche. In tutto 634 miliardi, l’equivalente del costo di una ventina di inutili autostrade: per le quali l’Anas (oggi Enas) dispone di migliaia di miliardi di residui, una parte dei quali, come giustamente verdi e progressisti propongono, deve ad ogni costo essere trasferita alla difesa del suolo.

E la difesa del suolo, per i lavori che comporta, dalla capillare manutenzione al rimboschimento, dalla pulizia degli alvei al monitoraggio eccetera, è una straordinaria fonte di occupazione: migliaia di posti di lavoro che costano un terzo di quelli dell’industria.

Se la colpa dello stato comatoso del nostro suolo ricade su tutti i governi che si sono succeduti nei decenni, quello che fin qui ha fatto il governo Berlusconi ci prepara al peggio. Condono edilizio, con presumibile sanatoria anche di quanto è stato costruito sul greto dei fiumi e sui versanti instabili; depenalizzazione della legge Merli, condono a buon mercato per gli inquinatori, blande sanzioni penali solo ai criminali, quelli che scaricano nelle acque rifiuti tossici e persistenti; attacco ai parchi nazionali (si è distinto il ministro Matteoli) presidio della salute territoriale, a cominciare dal parco d’Abruzzo, che è un modello di buon funzionamento; sospensione della legge Merloni, nata per assicurare trasparenza agli appalti, dopo Tangentopoli; protrazione dei termini della legge per la difesa dell’ozono; riduzione dei controlli sulle aziende a rischio; blocco dell’”Agenzia nazionale per la protezione dell’ambiente”, con paralisi dei controlli e della valutazione di impatto ambientale. E c’è anche il condono per le dighe abusive, che sono 700 (!).

Con questi orientamenti, continueremo nella strada senza ritorno. Proseguirà l’urbanizzazione selvaggia che ha sommerso sotto cemento e asfalto il venti per cento (6 milioni di ettari) dell’Italia, riducendo del trenta per cento la capacità di assorbimento delle piogge. Continueremo a trasformare i fiumi in canali e a costruire nelle aree golenali (e chi si oppone, dicono vaneggiando quelli di Forza Italia, è affetto da “demagogia ecologica”). E invece che gestione e manutenzione, avremo appalti truccati e ruspe. Come ha scritto ieri Giorgio Bocca, c’è davvero qualcosa che non funziona “in questo sviluppo senza limiti del capitalismo e del consumismo, incuranti del bene comune”

Edgar Meyer, storiografo dell’ambiente, racconta: “Antonio Cederna mi disse, una volta che ero arrivato a casa sua mentre scriveva un articolo e mi scusavo per averlo disturbato: ‘Non ti preoccupare, scrivo da 30 anni sempre lo stesso pezzo…’. I pezzi di Cederna sono purtroppo attuali ancora oggi, basta cambiare la data”.

 

 

Dalle inondazioni in Sicilia, in Calabria e nel Polesine alla tragedia della diga del Vajont, dalla Valtellina e Val d’Ossola alla frana delle case abusive di Agrigento, dalle alluvioni del salernitano, di Firenze e di Genova fino ai terribili crolli dovuti ai terremoti del Belice, dell’Irpinia e del Friuli. E sono solo gli eventi più disastrosi. In totale, oggi, quasi 5 mila morti e un costo stratosferico per le casse dello Stato.

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