Rider e caporalato. La sentenza che ha riscarcito 44 fattorini di Uber Eats

Oltre 40 rider che lavoravano per Uber Eats verranno risarciti per le vessazioni subite sul posto di lavoro da parte di società di intermediazione.

Rider, fattorini, addetti alle consegne, delivery: i nomi per definirli sono molti, ma non bisogna dimenticare che si tratta di lavoratori a tutti gli effetti. Lo rimarca una sentenza dello scorso mese di ottobre, del giudice delle udienze preliminari Teresa De Pascale del tribunale di Milano, che ha condannato per caporalato a 3 anni e 8 mesi Giuseppe Moltini, uno dei responsabili delle società di intermediazione Flash Road City e Frc srl che si occupavano di assumere i rider per conto di Uber Eats. Dalle indagini della Guarda di Finanza milanese si evince che i fattorini venivano sfruttati e sottopagati. Ora, i 44 lavoratori che si erano costituti parte civile riceveranno 10mila euro di risarcimento ciascuno, mentre la categoria festeggia un atteso avvicinamento a migliori condizioni di lavoro.

Molti rider sono migranti a basso costo

“La società (Flash Road City, ndr) forniva per conto di Uber Eats corrieri migranti a basso costo, tenuti ad un regime di totale ricatto e di schiavitù, contando sul fatto che i lavoratori fossero in stato di bisogno, lavoratori provenienti per lo più da paesi africani e dal Sud Est asiatico”, si legge in un commento della pagina Facebook di Deliverance Milano, rete di supporto a sostegno dei rider che già in passato ha fornito assistenza legale ai fattorini. È probabile che in seguito alla diffusione della notizia altri rider si costituiscano parte civile.

A luglio la giudice De Pascale aveva mandato a processo Gloria Bresciani, ex manager di Uber in Italia, anche lei accusata di caporalato sui fattorini. Era stato invocato il commissariamento per la società fondata negli Stati Uniti, poi revocato a seguito di nuove misure virtuose e maggiormente sostenibili intraprese da Uber. Ciò non è successo per le aziende intermediare, cui sono state sequestrati 500mila euro in contanti che andranno a formare il risarcimento ai rider.

Rider di Just Eat in Germania
Un rider di Lieferando, che fa parte di Just Eat, pedala a Colonia, in Germania © Andreas Rentz/Getty Images

Successo in aula per i ciclofattorini

“In attesa delle motivazioni della prima sentenza di condanna relativa a intermediazione e grave sfruttamento dei rider delle società di appalto del gruppo Uber Eats, riteniamo importante che il Gup abbia riconosciuto risarcimenti alle parti civili, in primis i rider e anche la Camera del lavoro di Milano. Un risultato possibile grazie alla legge 199/2016, fortemente sostenuta dalla Cgil”. È quanto dichiarano Cgil nazionale e Cdl di Milano, in seguito alle condanne comminate dal Giudice dell’udienza preliminare di Milano. Oltre a Moltini, altre due persone sono state accusate per reati fiscali.

Dalle indagini preliminari portate avanti dalla Guardia di Finanza, si possono conoscere le condizioni di lavoro imposte ai rider. Paghe di 3 euro e cinquanta a cottimo, spostamenti in qualsiasi condizione climatica e nessun accesso alle mance: i fattorini venivano sfruttati dai datori di lavoro delle società interinali. Con queste motivazioni è arrivata la condanna per caporalato, fenomeno di solito associato ai lavoratori illegali in agricoltura che però ha trovato un nuovo significato in un mestiere moderno. I rider, così come gli autisti di Uber e altre compagnie simili, sono i simboli della gig-economy, sistema economico pensato per lavori occasionali e saltuari che però non rispetta le condizioni di chi fa questi mestieri, e sono la maggior parte, in modo fisso e per mantenersi. La sentenza di Milano segna un primo passo verso maggiori diritti per chi fa le consegne. La strada per essere riconosciuti dipendenti a tutti gli effetti è però ancora lunga, forse persino più difficile di quella che molti rider attraversano in una giornata di consegne.

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