Confermata negli Stati Uniti la condanna per Greenpeace, che rischia di fallire

Un giudice del Dakota del Nord ha condannato Greenpeace a pagare 345 milioni di dollari alla società che ha costruito l’oleodotto Dakota Acces Pipeline.

È una sconfitta cocente quella subita da Greenpeace negli Stati Uniti. Un tribunale dello stato del Dakota del Nord ha condannato l’organizzazione non governativa a una pena pecuniaria stratosferica: 345 milioni di dollari, pari a circa 292 milioni di euro. L’associazione ambientalista è stata ritenuta infatti colpevole di diffamazione, sabotaggio, violazione della proprietà privata e ostacolo doloso nei business dell’impresa statunitense Energy Transfer.

Greenpeace: “Saremo costretti a dichiarare fallimento”

Greenpeace era già stata condannata nel 2025, in primo grado, nell’ambito dello stesso procedimento. All’epoca, la sanzione ipotizzata era stata ancor più pesante: ben 660 milioni di dollari. La riduzione della cifra, però, non è sufficiente per far tirare un sospiro di sollievo all’Ong. Che ha reagito a chiarissime lettere: “Se il giudizio sarà confermato, saremo costretti a fallire”.

Una somma del genere non è in alcun modo sostenibile dal punto di vista finanziario, e per la divisione statunitense di Greenpeace – che fu creata nel lontano 1979 – la sola soluzione sarebbe quella di portare i libri in tribunale.

Le proteste mobilitarono decine di migliaia di persone nel Dakota del Nord

Il processo contro l’organizzazione non governativa era legato alle manifestazioni contro l’oleodotto Dakota Acces Pipeline che si svolsero sul suolo americano nel 2016 e nel 2017. All’epoca, durante il primo mandato presidenziale di Donald Trump, circa trecento tribù amerindie erano riuscite a mobilitare decine di migliaia di persone per protestare contro la costruzione dell’infrastruttura: il “serpente nero” come era stato battezzato dai Sioux che abitano una delle regioni attraversate. Un mostro lungo 1.800 chilometri, capace di trasportare ogni giorno 750mila barili di greggio dal Dakota del Nord verso un terminal petrolifero situato nell’Illinois.

La pipeline, secondo il progetto iniziale, avrebbe dovuto attraversare il lago Ohae, che garantisce approvvigionamento idrico alla Riserva indiana di Standing Rock e che è considerato sacro dai Sioux. Di qui le imponenti manifestazioni. Alle quali Greenpeace, secondo la giustizia statunitense, ha avuto il torto di partecipare, anche se la stessa Ong afferma di aver avuto un ruolo marginale nella mobilitazione e assicura di non aver mai partecipato ad azioni violente, considerate “contrarie alla nostra etica”.

Attivisti di Greenpeace protestano negli Stati Uniti contro la società Energy Transfer
Attivisti di Greenpeace protestano negli Stati Uniti contro la società Energy Transfer © Thibaud Moritz/Afp/Getty Images

Greenpeace ricorrerà alla Corte suprema, in gioco (anche) la libertà di espressione

L’ondata di proteste è costata cara alla Energy Transfer, secondo i giudici, che hanno ritenuto per questo giusto che Greenpeace risarcisca la società che era stata incaricata di costruire l’oleodotto. Per l’organizzazione ambientalista – che dichiara circa 40 milioni di introiti all’anno negli Stati Uniti, principalmente provenienti da donazioni – resta una sola speranza: la Corte suprema, dapprima quella del Dakota del Nord, quindi quella nazionale. “Questo giudizio minaccia la capacità di movimenti come il nostro di esprimersi e dire la verità a chi gestisce il potere”, ha affermato la dirigenza del gruppo ecologista.

La Energy Transfer, società texana, ha potuto sfruttare la legge particolarmente favorevole dello stato americano: a differenza di molti altri impianti normativi, nel Dakota del Nord sono permesse le cosiddette azioni legali “Slapp” (Strategic litigation against public participation), ovvero avviate con il proposito di mettere a tacere le voci critiche.

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