“Sono gli Stati Uniti ad aver creato un precedente, non l’Iran”. Abbas Araghchi, ministro degli Affari esteri della Repubblica islamica, aveva rispedito al mittente un’accusa giunta da Washington. Secondo la Casa Bianca, infatti, Teheran aveva appena colpito degli impianti di desalinizzazione nei Paesi del Golfo. Le autorità iraniane hanno a loro volta puntato il dito contro l’aviazione americana, affermando che avrebbe colpito un sito per la potabilizzazione dell’acqua sull’isola di Qeshm: un attacco considerato come una grave escalation nel conflitto e che avrebbe reso inaccessibile le risorse idriche per trenta villaggi che sorgono nella zona.
The U.S. committed a blatant and desperate crime by attacking a freshwater desalination plant on Qeshm Island. Water supply in 30 villages has been impacted.
Attacking Iran's infrastructure is a dangerous move with grave consequences. The U.S. set this precedent, not Iran.
Tutto ciò accadeva sabato 7 marzo, mentre da oltre una settimana imperversava una guerra che ha già ucciso almeno 1.440 persone e ne ha ferite più di 18mila, secondo l’emittente Al Jazeera. Il giorno dopo, il Bahrein segnalava danni a un impianto di desalinizzazione sull’isola di Muharraq, a nord-ovest della capitala Manama. “Colpire quelle infrastrutture è superare una linea che dovrebbe essere invalicabile”, ha commentato al quotidiano francese Le Monde Franck Gallard, analista della Fondazione per la ricerca strategica di Parigi.
Fin dai primi giorni del conflitto in Iran lo spettro dell’uso delle risorse idriche come “strumento” di guerra è aleggiato in tutto il Medio Oriente. Più di un osservatore ha spiegato che l’Iran avrebbe potuto rispondere attaccando le infrastrutture vitali dei paesi del Golfo, con l’obiettivo principale di soffocare un elemento-cardine per l’economia degli Stati Uniti.
Perché una crisi dei paesi del Golfo potrebbe provocare un “big crash” a Wall Street
I petrodollari ricevuti da queste nazioni a fronte delle vendite di idrocarburi sono reinvestiti nelle aziende americane attraverso i mercati finanziari. Bloccando quell’afflusso di denaro il rischio, tra gli altri, è quello di interrompere improvvisamente la liquidità che alimenta bolle speculative come quella che ormai da tempo caratterizza l’andamento in Borsa dei titoli legati all’hi-tech e in particolare all’intelligenza artificiale. Wall Street potrebbe risvegliarsi insomma con un big crash (un crollo), e potenzialmente un’ondata di panico alimentata anche dagli “spiriti animali” descritti dall’economista John Maynard Keynes nella sua “Teoria generale”.
In altre parole, colpire i paesi del Golfo significa attaccare direttamente il sistema finanziario statunitense. Benché infatti le risorse economiche di Riad, Doha e Abu Dhabi sono quasi illimitate – basti pensare al fondo sovrano Pif dell’Arabia Saudita (il sesto più grande del mondo, dotato di asset per quasi mille miliardi di dollari) – la vulnerabilità ambientale della regione potrebbe giocare un ruolo inaspettato. Acuita tra l’altro, negli ultimi anni, dalla pressione esercitata dai cambiamenti climatici.
💧 Water infrastructure increasingly targeted as US–Israel war with Iran escalates, raising fears of humanitarian risks in Middle East
➡️ Iran Foreign Minister Abbas Araghchi accuses US of striking desalination facility on Qeshm Island, disrupting water supply to about 30… pic.twitter.com/qHerZXcbjq
In Medio Oriente attivi 450 impianti di desalinizzazione
Per comprendere di cosa stiamo parlando è utile concentrarsi proprio sulle risorse idriche. Nella regione siano presenti circa 450 impianti di desalinizzazione, pari al 60 per cento della capacità installata e al 40 per cento della produzione a livello mondiale, spiega il quotidiano libanese L’Orient-Le Jour. Ciò benché la popolazione locale sia appena l’1 per cento di quella globale.
La dipendenza dei paesi del Golfo dagli impianti di desalinizzazione dell’acqua, in un grafico pubblicato da Al Jazeera
Lo stesso Gallard sottolinea come si tratti di una risorsa non semplicemente strategica bensì, come si può facilmente immaginare, vitale per quei paesi. Il Qatar dipende totalmente dalla desalinizzazione per il proprio approvvigionamento di acqua potabile (al 99 per cento per l’esattezza). Il Kuwait al 90 per cento. In Arabia Saudita il 70 per cento del consumo di acqua proviene da impianti di questo tipo; negli Emirati Arabi Uniti si raggiunge il 42 per cento. In Oman si arriva all’86 per cento, secondo le cifre indicate da Middle East Eye.
Una vulnerabilità ambientale e idrica esacerbata dai cambiamenti climatici
Colpire queste infrastrutture, inoltre, non vuol dire soltanto creare un problema immediato di sopravvivenza per la popolazione. Significa anche impedire agli ospedali di funzionare, così come complicare il lavoro negli impianti petroliferi, che consumano a loro volta grandi quantità di acqua.
📌 Water under fire: Iran war underscores growing threats to vital infrastructure
🔹 Recent attacks on desalination plants in the Middle East highlight the vulnerability of water infrastructure in modern warfare
E lo stesso Iran non è immune di fronte al problema, aggravato da numerosi anni consecutivi di siccità, esacerbata proprio dal riscaldamento globale. Tanto che le autorità di Teheran non hanno escluso che si arrivi un domani alla necessità di spostare i 15 milioni di abitanti della capitale, come evocato pochi mesi fa dal presidente Masoud Pezeshkian, secondo quanto indicato da Al Jazeera.
Nella Repubblica Islamica, molti impianti sono concentrati sulla costa meridionale, ha sottolineato David Michel, del Center for Strategic and International Studies, come riferito dal settimanale Courrier international. “Ma i paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo (del quale non fa parte l’Iran, ndr) dipendono molto più dalla desalinizzazione per le loro risorse idriche rispetto alla Repubblica Islamica”, ha ricordato. L’organizzazione multilaterale ha convocato per questo una riunione straordinaria il 3 marzo, proprio per valutare il livello di preparazione degli stati membri a far fronte a possibili penurie di acqua potabile.
L’acqua: un obiettivo bellico sin dalla conquista delle rive del Giordano da parte di Israele
Naturalmente, che si tratti di missili statunitensi, israeliani o iraniani, colpire impianti dai quali dipende direttamente la vita di milioni di persone può rappresentare un crimine di guerra. Esistono d’altra parte anche dei precedenti: le risorse idriche sono state cruciali fin dalla conquista delle rive del fiume Giordano da parte di Israele nel 1967. Da allora lo stato ebraico vi preleva acqua, limitando le quote disponibili per i palestinesi.
The Iran war has underscored a fundamental vulnerability of the oil-rich nations in the Persian Gulf: their reliance on desalination plants for water. Here's what to know https://t.co/0aKvEg6S5i
Durante il primo conflitto nel Golfo, nel 1991, le forze irachene avevano aperto una condotta di un oleodotto kuwaitiano, provocando uno sversamento di petrolio in mare che contaminò gli impianti di desalinizzazione della zona. La monarchia fu costretta a distribuire acqua con dei camion cisterna.
Più di recente, i bombardamenti di Israele hanno distrutto due dei tre impianti di desalinizzazione presenti nella Striscia di Gaza, tanto che gli esperti delle Nazioni Unite hanno parlato di “sete utilizzata come arma di guerra”. Il 90 per cento degli abitanti dell’exclave palestinese si sono ritrovati privi di acqua potabile, e dipendenti anche in questo dagli aiuti umanitari.
Dai bombardamenti a Gaza alle piogge acide a Teheran
A Teheran, nei giorni scorsi, sono stati attaccati alcuni depositi di carburanti. La Mezzaluna Rossa ha lanciato un’allerta alla popolazione della capitale e delle zone limitrofe, spiegando le piogge acide che ne sono scaturite possono non soltanto risultare “estremamente tossiche e pericolose”, tanto da provocare “rischi di bruciature chimiche della pelle e gravi lesioni polmonari, ma anche contaminare le falde e di conseguenza l’acqua potabile distribuita in città.
Di fatto, dunque, il contesto di stress idrico estremo che affrontano i paesi del Golfo sta mostrando in che modo i conflitti possono trasformare una vulnerabilità ambientale in un fattore di destabilizzazione sociale. Tanto più che, dalla Seconda guerra mondiale in poi, in tutte le operazioni militari la stragrande maggioranza delle vittime è costituita ormai da civili. I conflitti combattuti dai soldati sono finiti nella prima parte del Novecento.
“Queste infrastrutture servono davvero solo ai civili e perciò nulla giustifica che siano prese di mira”, ha dichiarato Mohammed Mahmoud, responsabile delle politiche climatiche e idriche nel Medio Oriente presso l’università delle Nazioni Unite. Quando però due potenze regionali concepiscono il conflitto come “esistenziale”, dal loro punto di vista tutto è permesso.
Il conflitto nel Golfo minaccia una delle infrastrutture energetiche più importanti, con effetti su mercati, commercio e sicurezza energetica globale. Qual è la storia, chi sono gli attori e le possibili conseguenze.
Un giudice del Dakota del Nord ha condannato Greenpeace a pagare 345 milioni di dollari alla società che ha costruito l’oleodotto Dakota Acces Pipeline.
Usa e Israele stanno bombardando l’Iran, che ha risposto con missili e droni contro i paesi del golfo e fino a Cipro. Quanto durerà la guerra e che effetti avrà?